27/05/2005 Wilderness  
Documento programmatico integrale dell'Associazione Italiana per la Wilderness

DOCUMENTO PROGRAMMATICO ASSOCIAZIONE ITALIANA WILDERNESS


L’Associazione Italiana per la Wilderness venne fondata dopo quattro anni di attività preparatoria fatta attraverso l’iniziativa dei “Documenti Wilderness”, un’attività tra l’epistolare e l’editoriale promossa e coordinata da Franco Zunino, la quale aveva lo scopo di diffondere in Italia le prime conoscenze del “Concetto di Wilderness” e della filosofia ad esso relativa.

L’Associazione venne fondata da 35 “Amici dei Documenti Wilderness” mediante la firma di un Atto di Fondazione in data 30 Aprile 1985, in Alberese (Grosseto), nel Parco Naturale della Maremma.

Scaturita in America nel XIX secolo e diffusasi soprattutto nel XX,fino ad allargarsi al resto del mondo, la filosofia “Wilderness” ritiene che la natura vada conservata in quanto valore di per sé, e considera questo valore un patrimonio spirituale per l’uomo per ciò che esso esprime, a livello interiore, in ogni individuo.

Il Concetto di Wilderness ha invece soprattutto una profonda implicazione protezionistica, significando un vincolo duraturo nel tempo con il massimo di garanzie che la società possa dare. Codificato negli Stati Uniti d’America in una legge speciale, esso ha permesso di designare quelle zone protette note come “Aree Wilderness”, che non hanno l’eguale nella vasta gamma dei Parchi e delle altre Riserve analoghe per la difesa della natura. Esse hanno lo scopo di preservare gli angoli più selvaggi della Terra nel loro stato più primitivo, e per questo rappresentano un fatto di insuperabile qualità nella politica di tutela del territorio; ciò non solo per garantire la sopravvivenza della fauna e della flora nei loro stati originari o il più vicino possibile a tali stati, ma per permettere anche all’uomo di goderne in una natura incontaminata, e soprattutto di goderne in equilibrio ed in armonia.

Una filosofia che è quindi contraria all’uso di massa dell’ambiente a scopi ricreativi o di prelievo delle risorse naturali, se pure la ricreazione fisica e spirituale dell’uomo ne sia uno dei fini, e l’uso di certa parte delle risorse rinnovabili, conciliabile.

LE FINALITA’

L’Associazione Italiana per la Wilderness non è e non vuole essere una copia di altre associazioni ambientalistiche; né mira a sostituirle. Essa viene anzi a coprire un vuoto che le altre associazioni hanno lasciato: l’interesse primario che va dato alla difesa degli spazi naturali ininterrotti da strade ed altre moderne antropizzazioni, quindi “selvaggi”. Ed ha, caso mai, la presunzione di essere la coscienza del movimento ambientalista, di rappresentarne la parte migliore. Ed è volta a fini speciali primari proprio perché possa coagulare gli interessi anche di altre organizzazioni, e loro aderenti, che si occupano di natura per studiarla, proteggerla o usarla direttamente e/o per scopi ricreativi. Ciò affinché l’Idea Wilderness possa assurgere a quell’ideale puro di rispetto che sia il sale del protezionismo a prescindere dai fini di ogni associazione di categoria o dagli interessi dei singoli. In pratica, l’Associazione Wilderness tiene in considerazione più la qualità che la quantità dell’esperienza o del prelievo. La natura vista quindi come un bene da rispettare per le sue esigenze prima che da utilizzare o sfruttare per gli egoistici scopi dell’uomo.

In occasione della formazione di un “Comitato Sostenitore dei Documenti Wilderness”, nel settembre del 1982, ad oltre un anno dalla data di diffusione del primo Documento (febbraio 1981), Franco Zunino sviluppò in 5 punti i perché di una esigenza di “Wilderness” anche in Italia. Quei 5 punti, aumentati di uno (in quanto il primo di essi di fatto ne racchiudeva due), che vennero ampiamente tratteggiati nel “Documento N. 24” e che furono poi ripresi in parte nel “Documento N. 49” per divenire gli OBIETTIVI dei Documenti Wilderness, sono oggi le FINALITÀ dell’Associazione.
I 6 punti, che a ben vedere sono consequenziali e l’un l’altro complementari, sono il condensato della filosofia Wilderness. Come vengono riportati nelle pagine seguenti essi sono quasi integralmente tratti dalla versione fattane da Franco Zunino per la Relazione letta il 29 Aprile 1985 all’Assemblea costituente dell’Associazione Italiana per la Wilderness. Ad ognuno viene fatta precedere la loro sintesi statutaria (estratta dall’Art. 3 dello Statuto).

Punto 1 - WILDERNESS COME SENTIMENTO

Per una nuova filosofia che consideri la natura un valore di per sé e patrimonio spirituale per l’uomo, che esalti il suo valore morale e di bellezza e l’emotività che essa suscita nell’animo umano; affinché sia maggiore il suo rispetto e siano più sicuri e duraturi i vincoli posti a sua tutela.
Come ogni bellezza, anche la natura nella vastità dei suoi molteplici aspetti fisici e delle sue manifestazioni, prima di destare in noi interessi d’ordine scientifico o culturale o soddisfare esigenze ricreative, desta emotività. Negarlo sarebbe sciocco; ognuno di noi con la riflessione può riuscire a risalire a questa prima emozione di scoperta del mondo naturale. Tutto il resto dei nostri interessi è venuto dopo, con l’acculturamento. La natura è pertanto in primo luogo un patrimonio spirituale per l’uomo, e i complessi ambientali più intatti, e quindi più belli secondo un metro di giudizio naturalistico, sono le cattedrali o i santuari di questa spiritualità.
Nella società moderna si può essere malati nello spirito così tanto quanto nel corpo, e in questi casi il contatto con la natura, il vivere con la natura in modo equilibrato divenendo membri partecipi della sua comunità ritrovando ancestrali rapporti con essa, può essere un modo, e sicuramente lo è per molti individui, di ritrovare stati d’animo che ci migliorano e che migliorano il nostro vivere civile con gli altri, la nostra etica sociale; è quindi un modo per migliorare la società in cui viviamo. La natura diventa in questo caso una componente indispensabile della nostra esperienza di vita. Questo è il sentimento che gli anglosassoni hanno strettamente legato all’esperienza di “Wilderness”. Esso ha però anche altre sfumature, una delle quali è quella che più interessa a noi come associazione protezionistica.
Di fronte ad un bosco distrutto, ad una montagna deturpata, a qualsiasi modificazione di stati paesaggistici che amiamo o che abbiamo amato, sentiamo dentro di noi un moto di rivolta spontaneo, che è la prima nostra reazione a questi misfatti. Tutti gli altri motivi, sociali, culturali, ricreativi, scientifici ed anche economici, li elenchiamo dopo, col ragionamento. Ancora una volta notiamo, quindi, come sia il valore spirituale a destare il nostro primo e più sentito interesse. Nonostante questo, la tendenza comune è di porre questi altri motivi al primo posto dei nostri interessi, e di farne le motivazioni per cui vogliamo proteggere la natura; giungiamo in pratica a negare anche a noi stessi l’emotività che abbiamo dentro e che è il primo motivo di rivolta e pertanto il vero primo motivo per cui dobbiamo batterci per tutelare il patrimonio naturale (e questo vale anche per le opere artistiche, il cui valore sentimentale è sempre superiore a quello venale): la vista stessa senza questi sentimenti non avrebbe senso o sarebbe ben sterile e fredda.
In definitiva, bisogna proteggere la natura perché è bella, perché ci piace e ci procura emozioni, e soprattutto perché ha diritto di esistere. Chi capisce questo sentimento ha capito la filosofia Wilderness. Legare questa idea ai soli grandi spazi selvaggi è limitativo: i grandi spazi selvaggi sono solo i luoghi migliori, tra i massimi per bellezza e ricchezza naturalistica, dove garantire i diritti della natura e dove la nostra emotività nei rapporti con essa si manifesta maggiormente.
Riprendendo quanto venne scritto nel Documento Wilderness N. 24, “i bisogni spirituali dell’uomo legati alla natura sono in aumento, ma sia il capitalismo che il consumismo si fondano su una società materialistica che tende ad ignorare questa esigenza umana e che sta distruggendo o quanto meno assoggettando ogni fenomeno naturale alle sue necessità tecnologiche ed economiche; se c’è una possibilità di fermare questa escalation, non è nel rivoluzionamento dei sistemi sociali, ma nell’esaltare e far progredire i valori dei sentimenti umani, perché è in essi l’unica forza capace di resisterle e di condizionarla”.
Le motivazioni interiori sono tra l’altro le uniche che non potranno mai essere assoggettate alla volubilità degli uomini politici e degli amministratori del territorio. Anche nei momenti più critici della vita sociale sarà più difficile derogare alla necessità di salvaguardare un poco di natura; anche di fronte a gravi esigenze contingenti ci si potrà opporre, nel limite dell’umano, alla distruzione della natura. Una tale forza non la ha nessuna delle motivazioni materialistiche.

Punto 2 - WILDERNESS COME MAGGIORE RISPETTO DELLA NATURA

Per un più giusto rapporto tra l’uomo e la natura ed un uso equilibrato dell’ambiente, anche se a fini ricreativi e di godimento, nel primario rispetto delle sue esigenze; affinché sia effettivamente possibile tramandare di generazione in generazione sempre uguali i patrimoni ambientali.
Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l’ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell’evolversi della natura, più facilmente capirà l’esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, almeno in alcune aree, devono avere il primo posto e che l’uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengano evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima ancora che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso.
Invece la maggioranza di coloro che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa, raramente si pongono problemi di rinunzia ai propri piaceri per rispetto delle sue esigenze. Di solito, ogni organizzazione, ogni gruppo di interesse, tenta di porre dei limiti ad altri organismi o gruppi di persone la cui libertà d’azione minacci le proprie esigenze. Si guarda quasi sempre agli altri, prima di fare autocritica e cominciare a vedere cosa vada limitato delle proprie attività. L’esempio più lampante è la rivalità tra naturalisti e cacciatori. I primi vorrebbero abolire del tutto la caccia, vista come attività rivale ai loro interessi, ma quasi mai si pongono problemi di limitazione alla loro attività di osservazione, studio o ricreazione pur dannose come la caccia in certe situazioni. I secondi, dal canto loro, sono sempre pronti a prendersela col turismo o con gli inquinatori, ma evitano di porre limiti al terribile impatto che la loro categoria infligge alle popolazioni faunistiche. Ogni categoria di fruitori della natura cerca in buona fine, da un lato di limitare la libertà delle altre antagoniste, e dall’altro di scegliere delle alternative che diano solo la parvenza di limitazioni alle proprie attività, trovando sempre motivazioni sufficienti per giustificare il proprio “diritto all’ambiente” e negare quello degli altri.
In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori cattivi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura. L’ “Etica della Terra”, o l’etica ambientale, di Aldo Leopold, è in fondo anche questo.
Come venne scritto nel Documento Wilderness N. 49, “c’è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che se ne trae attraverso l’utilizzo”. E’ invece, purtroppo, quasi sempre l’inverso per la stragrande maggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall’ornitologo al cacciatore. Una politica di “carryng capacity”, cioè di un uso razionale ed equilibrato non solo delle risorse ma anche dell’ambiente come luogo di ricreazione, e nel primario rispetto delle esigenze della natura è quindi uno degli obiettivi dell’Associazione per la Wilderness. Una politica che sia il più possibile basata sulla divulgazione del Punto 1, perché è entrando in quella visione della natura che poi si accetta più facilmente di rispettarla.
L’uomo deve rispettare la natura per il suo valore di per sé, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il “diritto” della sua presenza.

Punto 3 - WILDERNESS COME ESIGENZA DI SPAZI SELVAGGI

Per il mantenimento della assoluta integrità territoriale e paesaggistica delle aree naturali più selvagge rimaste in Italia, dentro e fuori le aree già protette; affinché, pur nel rispetto di tradizionali utilizzi delle risorse naturali rinnovabili e recupero di valori culturali, essi si conservino per sempre inalterate.
La protezione delle ultime località veramente selvagge è stata un buon motivo, anche da solo, per la fondazione di un’associazione protezionistica che vi si dedichi a tempo pieno.
Questo punto, ampiamente trattato nei Documenti Wilderness, è pertanto quello a cui l’Associazione dedica il massimo dell’interesse. Difatti ciò che è importante nella conservazione di una zona è la sua integrità territoriale: due aree di stessa estensione e alberganti stessi ambienti, hanno in realtà un valore ben diverso l’una dall’altra se una è integra e l’altra è spezzata da strade, case ed opere antropiche. Le cosiddette “aree selvagge” di cui l’Associazione per la Wilderness si occupa sono appunto quelle ancora intatte territorialmente; sono esse quelle che possiedono i valori che si cercano nella Wilderness, e sono conseguentemente le più isolate ed impervie.
Qualche anno fa, in un articolo descrivente una serie di itinerari escursionistici nella Val Grande piemontese, si premetteva la raccomandazione di accedervi almeno in due persone per la pericolosità dell’impresa. Leggere di tale raccomandazione per una zona dell’Europa centrale è veramente unico, fantastico; è qualcosa che ha dell’incredibile tanto siamo convinti che tali aree selvagge siano ormai solo più presenti in paesi esotici. Si pensi al valore che esse hanno come patrimoni ambientali e di varietà genetica, e a quello che potrebbero divenire con opere di miglioramento e ripristino di questi valori! Si pensi a cosa rappresentano tali aree per le nostre esigenze ricreative e spirituali: dove, se non in esse, in Italia potremo mai trovare e provare un intimo contatto di solitudine e lo spirito dell’avventura e di continua scoperta in una natura immensa e primitiva?
Preservare intatte, per sempre e per principio, le poche situazioni del genere rimaste in Italia è in impegno al quale si deve far sottostare ogni altro nostro interesse come naturalisti e protezionisti. Crediamo che il compito di battersi per questo fine sia più che sufficiente a giustificare la nascita dell’Associazione per la Wilderness, a giustificare un’alleanza tra quanti sentono che la protezione della natura selvaggia d’Italia sia un impegno sul quale non si possa più discutere o scendere a compromessi. Non si faccia che aree come la Val Grande piemontese, il Rio Bianco friulano, la Majella abruzzese, la Costa del Golfo di Orosei o il Supramonte in Sardegna o la calabrese Valle dell’Argentino vengano a perdere le loro uniche caratteristiche proprio in questi anni di furore ecologistico per disinteresse verso quel loro valore primario che altri hanno identificato con la parola “Wilderness”: sarebbe come perdere una specie!
Il rischio di perdere per sempre il valore che fa distinguere queste aree da tante altre è infatti direttamente proporzionale all’interesse che il movimento protezionistico saprà destare verso questo valore e la conservazione delle aree che lo posseggono.

Punto 4 - WILDERNESS COME LEGISLAZIONE DI TUTELA

Per l’approvazione da parte degli organi legislativi e degli altri organismi che gestiscono il territorio, di leggi e provvedimenti speciali che tutelino i valori della natura selvaggia; affinché sia garantita per sempre e per principio l’intangibilità delle aree naturali più selvagge e vi sia proibita ogni forma di motorizzazione ed antropizzazione.
La protezione della natura selvaggia e la sua successiva gestione secondo i criteri contenuti nel “Concetto di Wilderness” sono qualcosa di talmente diverso da altre forme di protezione che solo delle leggi e/o dei provvedimenti speciali potranno garantirla.
In America passarono 29 anni tra la nascita della prima associazione che si dedicò prevalentemente alla Wilderness e l’approvazione di una legge specifica che ne codificasse gli interessi e tutelasse quelle aree selvagge per la cui protezione venne fondata. Loro, però, gli americani, crearono un principio lavorando su una situazione grezza. Noi oggi abbiamo la loro esperienza, e quella di chi su questa strada li ha seguiti.
Anche se l’idea di una legge nazionale che riconosca il “Valore Wilderness” di certe nostre aree e le protegga, sulla falsariga del Wilderness Act americano oggi è sicuramente un’utopia, qualcosa di simile potrebbe ottenersi almeno a livello regionale, o anche solo con provvedimenti interni di particolari organismi. Certo, non saranno garanzie al massimo livello di autorità, ma sarà un primo passo verso quel livello, così come è avvenuto altrove.
Ovviamente, la possibilità di ottenere dei provvedimenti a tutela dei valori della Wilderness e per una gestione della natura in quest’ottica è più alta nei territori delle aree già protette, dove essi potrebbero essere presi per intanto nell’ambito di piani territoriali, riconoscendo alle zone selvagge lo status di “Aree Wilderness” e poi, come tali, assoggettarle a particolare disciplina di protezione e gestione.
Certo, se nessuno farà delle proposte e le sottoporrà nelle sedi opportune, non potrà mai scaturire una tale possibilità. L’Associazione per la Wilderness si batterà pertanto affinché la protezione delle ultime zone selvagge avvenga attraverso leggi e provvedimenti speciali, presentando proposte di tutela nello spirito del Concetto di Wilderness. Solo così potrà evitarsi la loro perdita e garantirne la continuità nel tempo; solo così potranno evitarsi forme di gestione che, pur con tutti i migliori intenti, non finiscano col degradare quel valore primario che queste aree preservano, sminuendolo attraverso facilitazioni d’accesso ed uso di massa.

Punto 5 - WILDERNESS COME “PROBIVIRI PER LA NATURA”

Per un controllo e una supervisione morale a favore della natura sulle attività di gestione degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi della natura non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.
La gestione dei Parchi e delle aree protette in genere, ormai numerosissime anche in Italia, è cosa complessa. E’ noto come i motivi che portano e continuano a portare alla loro costituzione, non sono sempre stati, ed anzi, salvo in passato, si può dire quasi mai, quelli della protezione di valori naturali, ma piuttosto la cosiddetta “valorizzazione” di beni ambientali. Già questo termine ci dice quali e quante implicazioni di varia natura agiscono conseguentemente a danno proprio del valore ambientale che le aree dovrebbero tutelare, ed anche delle esigenze interiori dei visitatori più sensibili.
Le pressioni economiche e di sviluppo tecnologico ed urbano sono tali e tante che spesso le scelte degli amministratori, per comodità o demagogia, tendono a mettere gli interessi della natura in secondo piano, proprio perché la natura non ha possibilità di gridare le proprie esigenze, di farle prevalere, né di protestare quando le si fa torto o la si lede nei suoi diritti.
La funzione di controllori morali su queste gestioni dovrebbe essere di tutte le associazioni protezionistiche, ma si sa bene come spesso questo controllo venga “indirizzato” o addirittura evaso a seconda di chi gestisce le aree protette. Troppo spesso si è guardato e si guarda non al bene della natura ma al bene di chi la natura ha il compito di gestire, e appunto per questo motivo non si è sempre fatto l’interesse della natura.
C’è quindi la necessità che almeno un’associazione si prefigga il compito di controllore morale su tutte, indistintamente, queste gestioni. E questo compito, proprio nello spirito della Wilderness e del Concetto di Wilderness, è pertanto uno di quelli primari dell’Associazione Italiana per la Wilderness.

Punto 6 - WILDERNESS COME “DIRITTO DI PROPRIETA’ MORALE”

SULLE BELLEZZE NATURALI

Per il riconoscimento legittimo di un diritto di proprietà morale sulle bellezze naturali a prescindere dalla proprietà catastale dei suoli; affinché ogni valore della natura non sia più considerato solo in un’ottica economica con la conseguente negazione del valore estetico e spirituale che lo stesso bene possiede.
Se la natura ha ed è un valore morale per l’uomo nel momento che ha una funzione ricreativa per lo spirito, allora si ritiene giusto che la società giunga a riconoscere per legge un “diritto di proprietà morale” sulla sua bellezza, perché tale proprietà esiste ed è sentita.
Di fronte ad atti che ledono questa proprietà morale, arrecando indiscutibilmente del danno ad una larga fascia di individui, il cittadino non è tutelato, mentre altre forme di danni morali sono da tempo riconosciuti.
Questa ipotesi è forse qualcosa di rivoluzionario nel nostro ordinamento giuridico, ma che tale diritto sia una cosa sentita è un fatto reale che ognuno di noi può confermare, per cui è importante che la sua rivendicazione entri nel normale dibattito tra conservazione e sviluppo ed uso delle risorse, proprio per gettare le basi per un suo futuro riconoscimento giuridico che rivoluzioni l’attuale concetto di proprietà.

Fonte Wilderness Italia
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