04/06/2005 Wilderness  
Ambientalismo venatorio di Saverio De Marco (15/07/3013)

Fonte:Associazione Italiana Wilderness

Sulla caccia voglio qui portare la mia esperienza personale: prima di aderire all’AIW anch’io ero un po’ dubbioso su quest’attività (sebbene non sia mai stato in realtà un ambientalista anticaccia, anche perché figlio di un cacciatore che mi ha trasmesso la passione per la natura). Aderii alla proposta conservazionista dell’AIW pur mantenendo un punto di vista sempre critico (critico non significa negativo) sulla caccia. Pur rimanendo convinto della necessità di mantenere chiuse alla caccia molte aree (parchi e riserve), anche per le stesse esigenze di conservazione della fauna e tenendo conto anche della diversità del contesto italiano sono d’accordo sulle misure di caccia selettiva nei parchi verso specie invasive, tanto che ho sollecitato, per esempio, un intervento anche dell’AIW sulla questione dei cinghiali nel Parco del Pollino. Sono anche convinto che i cacciatori locali possano essere coinvolti nella gestione della fauna e nella gestione del territorio… nonché per la creazione delle Aree Wilderness: meglio un’area aperta alla caccia che una invasa da processi di urbanizzazione turistica, come spesso avviene oggi quando si creano nuovi parchi…

Da sempre ho ritenuto che la posizione dell’AIW sulla caccia debba essere equilibrata: il fatto di non essere per principio contrari alla caccia non deve far scivolare la nostra associazione verso posizioni sbilanciate a favore della pratica venatoria. Ciò potrebbe portare ad un’ “idealizzazione” della caccia, cosa che altera il vero sentire della Wilderness. Inoltre si correrebbe il rischio di essere strumentalizzati da associazioni che hanno a cuore solo i diritti del cacciatore e non quelli della natura selvaggia. Non ne trarrebbe giovamento nemmeno l’immagine dell’AIW, che potrebbe essere vista come un’associazione di mero supporto alle associazioni venatorie: correremmo il rischio cioè di non essere capiti. E come spesso ha sottolineato il Segretario Generale, tanti possibili soci di AIW si smarrirebbero per la strada. Questo è da evitare, perché come AIW dovremo raccogliere i migliori tra i potenziali conservazionisti italiani… Per questo ho apprezzato la stesura del documento proposto all’attenzione dei soci della Consulta per la Wilderness e poi ufficializzato dal Consiglio Direttivo.

Dovrebbe, secondo me, essere chiaro che non siamo contrari pregiudizialmente alla caccia ma non individuiamo nemmeno la caccia come l’attività prediletta della Wilderness: non è la pratica in sé che qualifica l’esperienza Wilderness, ma il modo di approcciarsi alla natura, a cui si aggiunge la passione conservazionista. Questo è un punto essenziale, già esplicitato nel documento programmatico, e bene ha fatto Franco Zunino a ribadirlo. I grandi pionieri della Wilderness sono stati in parecchi casi anche cacciatori, ma ciò di cui parlavano era di conservazione della natura, di esperienze a contatto con la natura selvaggia, di scenari e bellezze paesaggistiche, descrizione di luoghi, di flora e di fauna. Nei testi che ho potuto leggere, come Deserto solitario di Abbey, non ho trovato critiche alla caccia, ma non ho trovato nemmeno resoconti appassionati di battute di caccia; ho trovato la passione per i luoghi selvaggi e la “critica al turismo su scala industriale”. Sigurd Olson (noto conservazionista/cacciatore americano) parlava di singing wilderness, e aveva scoperto che non era tanto la selvaggina ad attrarlo nella natura, ma l’atmosfera generale in cui si svolgeva la vita selvatica. La priorità dell’AIW penso sia la conservazione della natura selvaggia, non l’esaltazione di alcune pratiche di fruizione della natura rispetto ad altre (sebbene la caccia rappresenti indubbiamente un’attività il cui richiamo ancestrale vada sottolineato). La caccia, l’escursionismo, l’alpinismo, la pesca, l’osservazione e lo studio scientifico della natura sono solo pratiche, e nell’essere pratiche sono modi, strumenti indiretti, grazie ai quali si può vivere l’esperienza Wilderness. Ho detto “si può” perché non è scontato che una determinata pratica porti di conseguenza all’esperienza Wilderness. Inoltre, ogni pratica porta dietro di sé il suo impatto ambientale (con la considerazione della carrying capacity di cui spesso parlava Zunino), e l’impatto ambientale della caccia non può essere sminuito, a maggior ragione in un contesto in cui la tecnologia fornisce sempre nuovi strumenti per addomesticare e, nel peggiore dei casi, soggiogare la natura selvaggia. Il problema è che non siamo più all’età della pietra e il mondo è cambiato. Ciò vale ovviamente anche per altre attività. Ad esempio, l’alpinismo di oggi è diventato sempre più invasivo; spesso la tecnica, le attrezzature, la performance sportiva, la mania dei rifugi, tendono a sminuire i valori interiori che hanno da sempre spinto gli uomini a conquistare le cime e il confronto con la natura selvaggia delle montagne: solo praticato in maniera genuina, con il minor ausilio dell’attrezzatura e rifuggendo da quell’addomesticamento rappresentato da strade di avvicinamento, funivie e rifugi, l’alpinismo esprime come pratica i valori della Wilderness. Grande lezione la diede Messner (che tra l’altro è anche cacciatore occasionale), che rivoluzionò la tecnica d’arrampicata alpina negli anni ’70, con la critica all’arrampicata artificiale e il ritorno ad approccio più naturale nello scalare le pareti. Ho parlato di alpinismo perché la critica che da un punto di vista Wilderness noi facciamo alla caccia si può fare anche all’alpinismo e all’escursionismo. Anche nell’escursionismo è vitale la parola “etica”: e l’etica dell’escursionismo è stata anche in questo caso formulata dagli americani per mezzo della filosofia del “Leave no trace”. E aggiungo che in futuro sarebbe interessante anche affrontare il discorso sull’alpinismo “etico”…

La biodiversità rimane poi un grande valore del conservazionismo: la wilderness è cioè anche la condizione geografica di una ricchezza di habitat in cui si svolge la vita selvatica di specie protette e non protette… anche se il prelievo di queste ultime può essere consentito in base alle normative vigenti, un principio etico che viene prima della legge dovrebbe indurre il cacciatore ad accontentarsi di poche prede e di preoccuparsi seriamente alla protezione degli habitat. In questo caso il discorso si fa anche scientifico, perché rimanda a questioni di biologia … e anche guardare al funzionamento dei cicli naturali ha un “sostrato etico”. Non a caso Leopold parlava di “Etica della terra”. L’etica riguarda infatti anche quest’ultima questione: è etico il cacciatore che si preoccupa della tutela della propria selvaggina, che controlla le specie più invasive e si oppone all’introduzione di specie alloctone; è etico il cacciatore che non caccia specie legalmente cacciabili ma magari con pochi esemplari in un territorio… Il cacciatore, è poi un fruitore particolare; intanto gira armato e deve essere sempre attento a come maneggia il fucile, anche per evitare incidenti a danno di altre persone; poi, l’oggetto della fruizione non è rappresentato da paesaggi o da natura inanimata, ma da esseri viventi: la loro soppressione non può non rimandare a riflessioni e considerazioni etiche, fatto questo che non implica una eliminazione tout court della caccia, come vorrebbero gli animalisti, ma di una sua trasformazione in senso ambientalista. Se questo sia fattibile o meno è un altro discorso, ma come Wilderness non possiamo esimerci dal dovere di chiarire qual è la nostra posizione.

Se il mondo della caccia ha suscitato tante antipatie tra gli ambientalisti è anche a causa dei loro comportamenti scorretti, sia in senso etico che conservazionistico. Gli animalisti d’altro canto sbagliano a criminalizzare sempre e comunque i cacciatori, perché anch’essi (o meglio, alcuni di essi) potrebbero dare un prezioso contributo in attività come la gestione della fauna, eradicazione di specie alloctone, i censimenti, il controllo del territorio; d’altro canto anche la caccia deve aprirsi al mondo ambientalista, ma questa apertura non può che comportare una revisione critica di come viene praticata oggi la caccia, e il Segretario ha sollevato giustamente i nodi problematici di questa attività: attenzione alla mera quantità di capi uccisi, più che all’attività in sé, utilizzo di mezzi meccanici e di tecnologie che rendono la predazione fin troppo facile, approccio alla caccia che disconosce il valore della solitudine e dell’immersione nella natura, del cacciare a piedi. Sono, come si vede, questioni che non riguardano solo la caccia, ma rimandano al problema più complesso dello smarrimento, nell’uomo moderno, del legame genuino con la natura, che è mediato sempre di più, ed eccessivamente, dai mezzi artificiali della civiltà dei consumi.

I criteri individuati da Franco Zunino nel predisporre la bozza di Documento per una caccia etica, dal punto di vista filosofico-conservazionistico della Wilderness, potrebbero apparire a qualcuno come “antimoderni”, utopici, relativi ad un passato mitico che non c’è più, come la doppietta o l’arco, o inseguire l’animale per giorni; ma in realtà questi criteri fanno riferimento ad un aggiornamento della modernità. Il vero progresso, oggi, spesso coincide nella riscoperta dei valori autentici del rapporto col mondo naturale. Modernità è stato non la distruzione delle foreste con moderni mezzi meccanici a Yosemite, ma la realizzazione di un Parco Nazionale grazie alla lungimiranza di uomini visionari come John Muir; la modernità è Messner che critica l’arrampicata col trapano elettrico e le staffe e riscopre il contatto con la nuda roccia, o critica gli alpinisti che lasciano i rifiuti; è Mauro Corona che parla della “naturalità” nell’approccio con la montagna; modernità è l’escursionista cosciente che è felice se un’area naturale di un Parco viene chiusa al turismo o regolamentata; modernità è quindi anche il cacciatore che non pensa solo alla preda ma anzi spesso vi rinuncia, il cacciatore che vuole tutelare dalle strade e dalla cementificazione il proprio territorio di caccia e in generale la natura selvaggia, e che antepone al valore materialistico della preda quello culturale, scientifico e “spirituale di un habitat”, collaborando con il mondo ambientalista per la tutela di aree selvagge. “Amare la natura sapendovi anche rinunciare” resta un principio etico che è a mio avviso alla base della Wilderness e che dovrebbe costituire il futuro delle politiche conservazioniste. La spinta al cambiamento deriva anche dalle scelte culturali e il nostro compito è quello di intraprendere una battaglia culturale che miri a sensibilizzare le persone sul rapporto esistenziale dell’uomo con la natura.

Nell’editoriale d’apertura del Wilderness/Documenti N. 4/2011, l’allora Consigliere Bruno La Pietra (oggi Presidente dell’AIW) diceva giustamente come uno dei compiti prioritari di Wilderness sia quello di comunicare il rapporto interiore, vero e profondo con la natura: è questo un compito che dovrebbe rendere l’AIW, secondo La Pietra, quasi come un’avanguardia nel mondo ambientalista. Il senso di questa avanguardia sta nel superare le sterili contrapposizioni ideologiche e gli ambiti ristretti che impoveriscono la spinta propositiva dell’ambientalismo. Abbiamo superato la dicotomia ideologica caccia sì caccia no, e questo documento chiarisce bene la posizione dell’AIW, la quale, pur non essendo pregiudizialmente contro la caccia, si riserva però il dovere di puntualizzare criticamente a quali condizioni la caccia è accettabile in un discorso sulla Wilderness e il suo concetto di conservazione.


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