01/09/2005 Racconti  
RACCONTI NATURALISTICI (2^ parte)

RACCONTI NATURALISTICI

II Parte

I racconti della natura per una wilderness
dei luoghi e dello spirito



In quell’ora pomeridiana


In quell’ora pomeridiana di un giorno di fine novembre, la stazione di Stendwall appariva quasi deserta. Dal cielo velato di nubi altissime scendeva una luce incerta sui pochi passeggeri che come me si avviavano in direzione del treno fermo sull’unico binario. Non s’udiva il vocio che solitamente sovrasta le stazioni ferroviarie e, forse a causa dell’incerta luminosità del cielo, le persone e le cose che erano lì dattorno sembravano sublimarsi in un biancore simile a quello che si diffonde da certi dagherrotipi, ove il precario assume una patina d’antico.
Vinta una sorta d’accidia che andava man mano possedendomi, salii sul treno dove trovai posto in uno scompartimento di seconda classe; qui mi disposi ad osservare con un misto di curiosità e di timidezza i miei compagni di viaggio. Proprio di fronte a me sedeva un uomo di circa cinquant’anni che andava tracciando su un taccuino certi conteggi fittissimi che si riferivano certamente ai propri affari di mercante. Al mio fianco era seduto un giovane pallido e magro con una folta e lunga barba che negli occhi inquieti, profondamente incavati nell’orbita, mostrava la stanchezza di chi è appena tornato da un lungo peregrinare nella natura. Un grosso zaino e pesanti scarponi rafforzavano l’ipotesi. Un poco più distante, alla sinistra del vecchio, sedeva una donna che rilevava nei tratti del viso una beltà severa non ancora spenta dal volgere degli anni; la sua figura esile, se non proprio fragile, possedeva una naturale armonia che traspariva finanche dal modo di stare seduta, come se quel corpo, pure in riposo, fosse ancora mosso dall’andare dei passi. Lo sguardo della donna, fisso alla parte più alta del finestrino, pareva perdersi nell’ampio squarcio del cielo che andava scorrendo sui riflessi del vetro.
Il treno s’era, infatti, avviato verso Norton, capolinea del mio percorso. Il battere delle ruote sulle giunture dei binari pareva scandire il trascorrere del tempo, e quel suono monotono e ripetitivo si mescolava ad una sorta d’indefinito abbandono. Per sottrarmi a quella sensazione mi alzai e, avvicinatomi al finestrino, presi a considerare con un distacco più critico che indifferente la mia immagine riflessa nel vetro, al cui retro vedevo intanto scorrere, sovrapposta ad improvvisi bagliori, l’affascinante distesa della foresta, resa però mesta dalla luce rossastra che il sole al tramonto andava diffondendo sull’ampia distesa che s’intravedeva in lontananza.
Ora il treno procedeva velocemente; rapide innanzi al mio sguardo scorrevano le immagini della taiga, poi l’ampia distesa di un lago, di un’affascinante palude e il sinuoso letto del fiume Konnor. Verso ponente il sole era a momenti sopraffatto da nubi densissime che andavano via via trasfigurando sotto l’obliqua luce del tramonto, ad appena le tre pomeridiane.
Nel riverbero di quel bagliore nel pieno della mia fantasia mi parve di scorgere le sembianze di un lupo della foresta che forse nei giorni futuri nella mia permanenza nella taiga, avrei probabilmente incrociato. Quell’immaginario sguardo selvaggio che si sovrapponeva al mio, e agli alberi che scorrevano veloci sul retro del finestrino, si stagliava netto nei suoi contorni, al punto di accentuare un’espressione di sofferta malinconia. Una sensazione dolorosa, infatti, mi s’insinuò nel petto al ricordo delle afflizioni che l’uomo impavido arreca a tutta l’armonia della natura. Come sempre mi accadeva quando indugiavo in questi pensieri, viva mi riapparivano l’immagine delle lande selvagge che alcuni anni prima avevo visitato per la prima volta e dove avevo ascoltato la “voce” della natura sovrana ed incontrastata. Ma un’altra immagine mi tornava sempre alla mente durante quelle evocazioni: era l’immagine dell’uomo civilizzato che sottraeva a se e agli altri viventi la wilderness del mondo. Un brusco strattone del treno mi distolse da quei ricordi, anche perché essi, intimamente legati allo scenario della taiga, si andavano smorzando man mano che la luce del sole si affievoliva e la foresta svaniva come un fantasma.
Tornato a sedere, presi dalla borsa gli appunti di un mio “fedele” diario. Un ultimo sguardo verso l’esterno, nell’incerta luce del crepuscolo, mi permise di scorgere nuda ed impervia la cima rotondeggiante del monte Stora, mentre più innanzi, verso levante, s’intravedeva quella del Morland, carico di neve. Il lungo fischio della locomotiva lacerò l’aria nel momento in cui il convoglio entrava nel fitto della foresta, ormai quasi indistinta nell’umido grigiore del tramonto. Ma il costante muoversi del treno e un profondo senso di pacata tristezza accese ulteriormente nel mio animo l’ardente desiderio di trascorrere i miei anni nella Lapponia scandinava, unico filo conduttore che mi legava alla vita selvaggia e soprattutto ad un intenso amore che mi pervadeva, tutto intriso di rispetto, per lo scorrere della libera esistenza dei lupi e del resto del mondo naturale.

Era giunto il freddo mese di gennaio

Era giunto il freddo mese di gennaio, un mese che con forza rimarca costantemente la durezza del clima nordico. Un mese che però ha in se un fascino che raramente lo spirito ne rimane estraneo. La limpida e frizzante aria dei giorni sereni, il giganteggiare degli alberi colmi di neve che incurvavano pesantemente le chiome tanto da trasformare le loro attonite sembianze. L’immota stasi della grande taiga dove sembrava che il tempo fosse sospeso. Il fragore della neve quando vi affondavano le racchette nelle lunghe escursioni. E, nelle notti serene senza luna, la volta celeste grazie al buio assoluto appariva in tutto il suo splendore per l’infinità di stelle che sembravano coprire ogni spazio disponibile ed allora, senza soluzione di continuità, scintillando donavano la compagnia allo spirito e allo sguardo affascinato che le osservava. Ma, d’improvviso, il grande nord regalava ancora una sua esclusiva meraviglia. Luci fluttuanti cangiando colore e mutando dinamicamente forma e posizione, nella notte stellata riempivano il grande schermo del cielo. Brividi di luce illuminavano i più reconditi recessi dell’anima che nel profondo si espandeva nel grande mistero della natura. E’ l’aurora boreale, la magica e leggiadra fiaba dell’emisfero nordico, una fiaba che non raccontava una storia definita, ma delineava nella sua interezza, un indecifrabile messaggio di unione universale e ancor più il continuo divenire delle cose. Questa luce del nord che sin dal tardo autunno si manifestava, donava sempre meraviglia e novità. Ed infatti ogni qual volta assistevo a quel poetico scenario, per me era sempre la prima volta e non rappresentava mai una visione abitudinaria distaccatamente osservata perché sin troppe volte ammirata. ……..
Il mese di febbraio, freddo e, quell’anno particolarmente nevoso, si annunciava con giornate dense di nubi che scurivano quasi sin dalle prime ore del tardo mattino. Fu in uno di quei giorni che, intento ad osservare il diffuso grigiore che si intravedeva al di là dei vetri, uscito nel mezzo della tormenta, ascoltai improvvisamente, sia pure in forma attenuata, l’ululare di un branco di lupi. Il mondo selvaggio, o meglio, quel che restava di un mondo selvaggio, si stava manifestando in tutto il suo splendore.......
La mia agitazione raddoppiava di giorno in giorno; l’ululato dei lupi che avevo ascoltato si sovrapponeva esattamente alla mia anima e a volte appariva come un’unica essenza variegata da cui mi sentivo fortemente attratto. Praticamente una sorta di anima sopra un’anima, un legame che fu rafforzato da ciò che una volta colsi negli occhi di un lupo, emblematica raffigurazione, come avevo più volte rimarcato, dell’essenza della wilderness.
Questo stato mi rassicurava e mi induceva a fantasticare. Cercavo di immaginare quello che sarebbe potuto avvenire nell’imminente futuro; il pensiero della singolare, trina attenzione, mi procurava un’esaltazione che andava tuttavia a mescolarsi ad uno stato di vaghezza, poiché sentivo che la mia identità forse stava per compenetrarsi, almeno in parte, con quella della foresta, e fors’anche con tutto il suo mondo selvaggio.
Una sofferenza più sottile si generava poi dalla inestricabile sovrapposizione delle “anime” cangianti che non riuscivo più a separare, sì che quella singolare commistione mi appariva sempre più come una misteriosa malattia dello spirito. Accadeva anche che nel corso delle mie solitarie meditazioni mi dedicassi talvolta a mettere a confronto l’aspetto e l’animo mio con quello dei lupi; nell’uno vedevo quasi la materializzazione dell’alba trepida e incerta, nell’altro la raffigurazione della pienezza dei meriggi d’estate.


Con profonda umiltà


Con profonda umiltà decisi di non riprendere più il mio viaggio a ritroso dal“punto di ascolto”, solitario e silente luogo dove lo spirito rientrava nella natura. Il mio peregrinare e la mia meta, forse più mentale, surreale ed interiore che fisica, mi indusse a riflettere bene poiché ora era forte in me la piena consapevolezza dell’amaro destino cui il genere umano a grandi passi si dirigeva ormai da troppo tempo. La mia ormai completa presa di coscienza sulla “verità nascosta”, mi spinse ad argomentare e a scrivere sul mio quaderno un ultimo passo riflessivo…...
“Il palese monito della comprensione rivolto al viaggiatore errante difficilmente verrà in sincerità compreso, soprattutto nella sua profondità. Infatti in ‘superficie’ si registrano molti segni di parziale consapevolezza, ma nel reale e nell’esecutivo i cambiamenti appaiono solo fittizi e ‘scenografici’. E’ come essere caduti nelle sabbie mobili: ci si aggrappa disperatamente a qualcosa per uscirne fuori, ma quel qualcosa è un effimero filo d’erba che velocemente si distacca. Ed allora l’affondare sarà inevitabile!
L’ultima frontiera della wilderness sta svanendo ormai sempre più. Un crepuscolo che conclude un giorno particolare, il cui giorno rappresenta lo stadio ultimo della vita libera ed incorrotta che ora, con il sopraggiungere delle tenebre, non si sa se l’indomani nella soffusa luce potrà continuare ancora ad esistere. Anche le vie più lunghe e tortuose prima o poi giungono al termine o al limite confluiscono in altre, ma ormai anche le altre hanno già esaurito il loro tragitto. Il cui andare, quindi, non potrà più dispiegarsi verso una consueta meta al di là da venire e si giunge, nella più profonda mestizia, alla conclusione che ormai non c’è più via da percorrere. Fermi, attoniti, ci si guarda intorno e ovunque si scorgono ampie distese fumanti che oscurano la profondità dei sensi visivi ed allora gli animi, perduti nell’ignoto, non scorgono più la via che potrebbero intraprendere. Nel paradosso ci si illude, ma solo per qualche istante, che una via, da qualche parte c’è, ignari che il nostro precedente andare ci aveva progressivamente portati verso il capolinea. Ed ora che l’incedere non è più concesso, nella mente riappaiono, tutto in una rapido baluginare di eventi, gli errori compiuti e le distruzioni perpetrate quando, all’epoca, si era sicuri che la via non sarebbe finita mai. Per conservare l’abbondanza, quando essa è tale, occorre amministrarla con parsimonia e con armonia, e mai, dico mai al di sopra delle sue capacità sostenibili e autogeneranti. In questo vi sono tutte le cose che lo spirito selvaggio, in un certo senso, non ha mai espressamente ‘detto’ perché lo ha sempre esternato, ogn’ora, nell’intimo e sottile legame che nell’introspezione regge e unisce ogni affinità elettiva. Noi non abbiamo voluto ascoltare sia perché il nostro procedere ce lo ha sempre impedito e sia perché il nostro agire non voleva affatto percepire l’essenza delle cose. Per tutta l’esistenza siamo stati troppo ‘occupati’ nella pratica del saccheggio di ogni qual cosa ci venisse a tiro - noi stessi inclusi – senza la pur minima parvenza di coscienza e, alla resa dei conti: a cosa servono le lacrime più amare, lacrime che sigillano con il loro potentissimo materiale collageno, le luci ormai fattesi tenebre? E, nell’immenso baratro che si apre, sarà inevitabile il precipitare senza soluzione di continuità nel più profondo degli abissi; ma, cosa ancor più grave e come atto di perfidia finale, arrecando seco ogni cosa esistente, animata e non che era apparsa in quella che fu chiamata ‘madre terra’.
Quando, dunque, il ‘vento selvaggio’ ci portava da sempre il monito degli errori, non abbiamo voluto in alcun modo percepirlo. Ma ora è forse troppo tardi per risalire dal profondo fosso, anche se eravamo stati fatti - parafrasando Rousseau - abbastanza forti affinché non potessimo cadervi. Quello che non poteva prevedersi è che noi abbiamo voluto rinunciare a quella forza!!”.

“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse incosciamente invidia.

Dopo questa mia ultima, triste, quasi disperata constatazione, mi raccolsi profondamente nel mio io mentre osservavo, melanconicamente, le luci che filtravano tra il fitto della foresta. A quel punto sapevo che una volta che si è rientrati nello spirito dell’ultima frontiera della natura, la “saggezza” ci dice di non tornare, in nessun caso, mai indietro. E, con estrema angoscia, scrissi infine sul frontespizio del mio quaderno: “Se perderemo veramente il mondo selvaggio..... - parafrasando un famoso scritto (Cassandra di C. Wolf) - il dolore si impadronirà di noi. Ma grazie ad esso, dopo, e qualora un dopo ci sarà, ci rincontreremo e se dovessimo rivivere il selvaggio creeremo forse finalmente con esso un eterno rapporto di verità, di unione, d’infinito ed indissolubile rispetto.........”.

FINE


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