02/09/2005 Racconti  
RACCONTI NATURALISTICI (1^ parte)

RACCONTI NATURALISTICI

I Parte

I racconti della natura per una wilderness
dei luoghi e dello spirito


Questa sezione del sito ha l’intento di offrire, in due parti (per la seconda parte Cliccare qui o selezionare il link alla fine di questa pagina), brevi racconti naturalistici che possano veicolare i concetti base della wilderness dei luoghi e dello spirito, dell’ecologia profonda, del bioregionalismo e di ogni altro aspetto di conservazione della natura, sempre sotto un’ottica olistica del tutto.
Attraverso la raffigurazione degli eventi e delle continue ricerche metaforiche e reali, i racconti vogliono soprattutto simboleggiare la strenua difesa della libera continuità del mondo selvaggio, la considerazione del suo valore in sé, la riconnessione in forma unitaria e non dualistica con la natura e la vera tutela dell’ultima frontiera che sta scomparendo, affinché l’uomo moderno torni sui suoi passi per non estinguere, definitivamente, quel che resta della natura e dell’essenza delle cose.
Diffondere questi messaggi attravarso la narrativa a volte risulta più efficace che affrontare asetticamente i medesimi argomenti con testi tecnici e scientifici. La poesia che la natura ci annuncia in ogni dove non può essere diffusa solo con schemi o anonimi diagrammi.
I racconti vogliono rappresentare un appello sconsolato fatto a tutti gli uomini affinché si rendano consapevoli della giusta via naturale e si battano per riconquistarla e mantenerla. Ma una sorta di pessimismo appare inevitabile poiché la vera e concreta consapevolezza da parte del genere umano a voler mutare radicalmente il suo modo di agire, è estremamente esigua se non paradossalmente del tutto assente.
I racconti dunque, nell’intrecciare questa breve tela, rivelano alla fine un messaggio semplice, ma eloquente: prima che l’ultima frontiera della natura scompaia è necessario sensibilizzare l’uomo nella sua interezza perché ….. “Se perderemo veramente il mondo selvaggio..... - parafrasando un famoso scritto - il dolore si impadronirà di noi. Ma grazie ad esso, dopo, e qualora un dopo ci sarà, se dovessimo rivivere il selvaggio creeremo “forse” finalmente con esso un eterno rapporto di verità, di unione, d’infinito ed indissolubile rispetto.........”.

D'improvviso un giorno

D’improvviso un giorno decisi di partire, ma forse fu più una viaggio della mente e della mia fantasia che una partenza fisica, non so; esso mi avrebbe dovuto condurre verso nuovi lidi, per aprimi le porte verso una realtà ben diversa, in parte inaspettata, ma da me inconsciamente voluta e forse già nota. Issai le “vele” e presi il largo anche se la navigazione si sarebbe potuta presentare tutt’altro che agevole. Avrei dovuto comporre un complicato puzzle senza averne l’immagine guida.
Trovavo delle luci cangianti, delle aurore musicali, delle voci inusitate e, alla fine, un lungo e indecifrabile ascolto di un qualcosa che si librava in alto tra le cime dello spirito.
Era cominciata la mia ricerca, una ricerca che era senza soggetto ne personaggi, una ricerca eterea dove il fluire delle silenti ed indissolubili anime conducevano ad un necrologio di vita.
Proseguivo a tratti con difficoltà, perchè ciò che è profondamente vero non sempre è così facile. Aprii il mio cuore, spalancai i miei pertugi e ascoltai in silenzio ciò che non udivo. Le luci, dopo la loro scomposizione, si ricongiunsero, ma sembravano sfuggire come foglie mosse da un forte vento.
Attraversai dune alberate, superai massi disarmonici, camminai lungo un sentiero che non vedevo, ma alla fine giunsi ad una improvvisa ed amena radura: aprii il mio petto e lasciai che le lacrime se ne andassero fluenti senza porre ostacoli. Era il veleggiare senza vento, ma un duro, veritiero risvegliarsi delle membra.
Fu così che partii dentro me stesso per trovare ciò che restava della natura, una natura morente che stava per essere sepolta, ma che io volevo ancora vedere e soprattutto sentire prima che l’ultima manciata di terra fosse versata sui suoi resti. E, cosa di non secondaria importanza, volevo ancora capire e dire qualcosa. Avrei dovuto viaggiare a lungo, molto a lungo per riconnettermi con un mondo ormai perduto da cui io stesso, forse, ne volli essere escluso. Dovevo trovare un luogo, un punto di ascolto, dove sentire un “vento” che probabilmente poteva insegnarmi qualcosa.
Ero costretto a viaggiare con la mia mente perchè il silenzio della primavera mi obbligava a farlo. Non un passo, non un fremito fendeva l’aria immota e nulla, nulla sembrava voler elargire parola.
Mi accostai ad un tronco caduto, ormai trasformato in humus, il pane della vita; un tronco millenario che racchiudeva nei suoi vanescenti resti la storia di un declino. Non il suo - quell’albero ne era stato solo un testimone - ma quello del nostro io che pian piano si spegneva con la volontà decisa di farlo.
Giunsi ad un bivio. Due sentieri quasi impercettibili, ma in fondo palesemente delineati. Ne scelsi uno a caso, ma il tragitto che pensavo alternativo fu breve. Solo un centinaio di passi ed i sentieri si sovrapposero d’improvviso. Era forse un monito ad una finta scelta dove l’obbligo del procedere pareva che regalasse un diversivo. Il segno era chiaro: il cammino doveva essere percorso in unico senso privo di deviazioni e scevro di corruzioni. Poi vidi un impronta nel fango, una impronta di un animale etereo, plastico, vanescente, sublime. Era passato da poco e in quel dagherrotipo di immagine scorsi agevolmente l’autore: un lupo. Vidi in quell’orma un mondo infinito, un mondo di ululati, fughe, corse a perdifiato e rigogli di gioie estinte. Mi soffermai, riflettei, fotografai col mio pensiero e poi compresi: quanti incontri avrei potuto fare nel mio viaggio e quale giusta via seguire senza una guida? Decisi così, in un sol fiato, di farmi “portare” spiritualmente dal quel simbolo della wilderness della terra. Presi quella guida, la nominai più volte nel mio io e fui così rinfrancato che avrei sicuramente trovato il mio luogo di ascolto! Ma il mio ascolto non era concepito solo come un udire qualcosa, ma soprattutto percepire dei messaggi, dei simboli, delle comprensioni eteree, delle sensazioni profonde che avrebbero travalicato lo spirito al di sopra di un meccanicismo palesemente tangibile.
Il mio viaggio era volto a settentrione, il grande nord della madre terra dove al freddo fisico che pungeva l’anima si contrapponeva la luce della limpidezza. Avevo ora almeno un punto di riferimento, un punto cardinale chiaro e definito. Ed avevo, soprattutto, la mia guida spirituale.
Sapevo di calpestare la mia ombra, ormai raggelata per la sua ineluttabile vanità. Calpestavo il mio dolore e la mia inerzia dinanzi al cangiarsi delle remote stagioni dell’anima. Seguivo intanto la pista del lupo e scorgevo, ai bordi del sentiero, le inevitabili devianze cui la mente tende. Distorsioni esistenziali, vacuità delle cose e, sopra ogni elemento, lo spirito fuggente che perde l’attimo per carpire il significato della terra. La nuda terra sotto i miei piedi e, dinanzi al chiaro vedere delle cose, l’oscura ombra di me stesso, intrisa di speranze egoistiche e centripete.
Il giorno fu lungo, il cammino incessante, ma la mia meta, il punto di ascolto nel grande nord, doveva essere raggiunta. Solo lì percepivo che avrei potuto ascoltare l’assoluto e l’inossidabile vento delle magie dove ogni parametro si sarebbe disgregato per ricomporsi nel giusto verso della natura in una affinità elettiva senza compromessi.
Ignare follie, tristezze certe, allucinazioni reali e, nel mezzo, la mia ombra ormai unificata a quella della mia guida. Il desiderio di avere, di possedere, calunniava ciò che c’era di più puro nella madre terra. Io, la mia ombra, il mio intero stava ben appollaiato da un lato e, distinta e allontanata, la natura sembrava che mi osservasse sgomenta perché da me “volutamente” disgiunta. Avevo reciso ciò che era indivisibile, avevo rimosso ciò che era inamovibile ed ero entrato, classicamente e con spavalderia, nella mia mente divisoria rinunciando a quell’unicum che era il flebile, ma incessante vento delle origini.
Ero una pietra, un sasso lanciato nel vuoto e traslavo tutta la mia pazzia verso il nulla della dualità. AVEVO SCISSO l’inscindibile, avevo sciolto l’indissolubile ed avevo gridato al mondo, forse ignaro del grave errore, il mio successo nel fare tutto ciò..........
Camminai molto, giorni e giorni, lasciando dietro alle mie spalle latitudini dopo latitudini. Cangiava ogni elemento, le foreste di conifere prendevano il posto a quelle delle latifoglie, e gli animali, sempre nuovi, mi guidavano verso settentrione. Un orso bruno nel fitto della foresta, un’alce da qualche parte, una grande diga di un castoro che implacidava l’andare delle acque e, la mia guida, il lupo, che, pur se non vedevo, mi indicava ognora la via. Ero a tratti stanco, ma sapevo che dovevo farcela.
Trascorsero molte lune e, giorno dopo giorno, guadagnai centinaia di chilometri. Non sapevo dove mi sarei dovuto fermare, ma fidavo nel mio senso interiore. Intanto nella mia mente si susseguivano velocemente le immagini della mia e soprattutto di tutta la vita dell’uomo con le sue “quiete disperazioni esistenziali” e con il suo procedere verso un luogo non definito, ma chiarissimo: la disintegrazione totale dell’ordine caotico della madre terra. Una disintegrazione che portava seco anche se stessi, ma, anche se non del tutto ignari, procedeva con estrema determinazione, come il fluire di un impetuoso tratto di fiume: “l’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno da fare per rendere il viaggio più confortevole” (Emanuele Severino). Quelle immagini mi scorrevano l’una dietro l’altra e tutte avevano un unico filo conduttore: recidere drasticamente il senso di unità con la terra. Era la stessa sensazione che avevo in me stesso, ma in questa occasione essa era traslata all’intera razza umana, almeno quella gran parte che rincorre il nulla e la divisione. Ma nel complesso, anche se in fondo non ci riuscivo, cercano con forza di non farmi soggiogare dal pensiero della sofferenza. Ricordai a tal proposito un bellissimo passo di un libro che ebbi la fortuna di scorrere qualche tempo prima: “Ogni infelicità è in parte, per così dire, l’ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. Io non solo vivo ogni interminabile giorno nel dolore per la sua morte, ma lo vivo pensando che vivo ogni giorno nel dolore.......”. (C. S. Lewis)
Cieli plumbei, crepuscoli dorati, aurore vanescenti e luci che nella loro intensità illuminavano a giorno il mio pensare.
Il grido del cuore, l’effimero innalzato, l’inutile arricchito e l’essenziale ignorato.
Il vento sulle guance, il fruscio delle foreste e, d’improvviso, il fragore del tuono dopo il fulmine.
Il mio procedere era rallentato perchè sentivo che la mia guida ora progrediva non più linearmente, ma si fermava ad annusare l’aria, zigzagava a destra e a sinistra, come per dirmi che il momento di fermarmi era molto vicino. Ma non sarebbe stato certamente un fermarmi statico, ma fondamentalmente dinamico e soprattutto riflessivo e costruttivo perché per comprendere appieno l’essenza dei fatti, l’unico modo era quello di ascoltare la natura. Il segno mi sarebbe quando prima arrivato.
Mi trovavo in uno scenario quasi surreale: imponenti montagne sullo sfondo, un sinuoso e a tratti impetuoso fiume nelle vicinanze e, dappertutto, una grandiosa, millenaria foresta primigenia. Un ambiente che toglieva il respiro, che concedeva all’essere il più profondo senso della wilderness dei luoghi e dello spirito. Ero forse giunto al mio luogo di ASCOLTO, dove avrei probabilmente compreso il giusto esistere e avrei respirato nella mente l’aria dell’armonico vivere. Ascoltare, comprendere, riflettere........... Mi sovvenne a quel punto una riflessione che in passato non la condividevo in pieno, ma ora forse vi scorgevo qualcosa di coinvolgente: “La vita va vista attraverso tutte le sue sfumature come i colori di un prisma. Occorre lasciarsi penetrare dalle mille luci che la attraversano, perchè poi alla fine del processo tornano a ricomporsi, basta non opporre resistenza; ci sono cose che vanno vissute con partecipazione, come il male e il bene, l'amore e la gioia. E’ necessario farsi attraversare da loro e guardarle, in modo distaccato ma presente, facendo capire a chiunque che sei tu il padrone di te stesso, della tua mente e del tuo corpo”.
Fu questa la mia prima sensazione di pensiero ora che mi toccava il compito più arduo. Ricomporre il mio dissidio con la natura attraverso la penetrazione nei più reconditi recessi del proprio cuore onde demolire poco alla volta tutto quel trascorso errato e tangibile, ma del tutto effimero di cui la mia mente, ben rappresentante di tutto il genere umano, era così fortemente incastonata. Era come dover lavorare in una miniera per rimuovere il superfluo e trovare la vena madre, la fonte di tutte le ricchezze.
Dovetti muovermi ancora per una decina di giorni, valicare piccole montagne e guadare piccoli fiumi, ma alla fine mi resi conto che il mio procedere non aveva più senso. La pista della mia “guida” era infatti scomparsa. Avevo percorso un lunghissimo cammino ed ora mi accorsi che ciò che cercavo potevo scoprirlo in tutta la sua interezza. Dovevo semplicemente, per modo di dire, ripulire a fondo le incrostazioni del mio essere, togliere i tappi dalle orecchie e cominciare ad ascoltare..........

Mi occorreva un riparo

Dopo tanto peregrinare avevo finalmente trovato l’importantissimo senso del luogo nel pieno della taiga, la grande foresta dell’emisfero boreale. Era il mese di maggio, ma mi occorreva un riparo perchè non sapevo se sarei dovuto rimanere un anno, un decennio o l’intera vita.
Muovendomi qua e là, poi, tra il fitto della foresta, poco distante da un fiume e da un lago adiacente, vidi improvvisamente le fattezze di una vecchia capanna. Era costruita grezzamente in tronchi di pino, ma in molte parti era malandata. Sapevo che mi sarei dovuto mettere al più presto al lavoro per renderla abitabile soprattutto per quando sarebbe sopraggiunto l’inverno perchè il freddo pungente che regalava il circolo polare artico non concedeva compromessi. Fortunatamente all’interno vi era una vecchia, grossa e sostanziosa stufa in ghisa, un tavolo massiccio, una sedia, uno scaffale di fronte alla porta e altre piccole pratiche masserizie. Sembrava che quella austera abitazione fosse stata abbandonata da non molti anni; vi era vissuto probabilmente un uomo solitario in cerca di pace o fors’anche un naturalista sensibile ad una vera natura o un anacoreta. Ciò non aveva importanza, ma occorreva porre mano alle dovute riparazioni.
In primis comincia dal tetto, perchè in alcuni punti era praticamente da rifare. Fortuna volle che dietro la capanna vi fossero numerose assi già tagliate e, senza riflessione alcuna, le presi e mi misi all’opera. Il tetto fu pronto in meno di una settimana. Ora dovevo stuccare alcune fessure che si erano determinate tra i tronchi e, mentre procedevo nel lavoro, mi sentivo più un castoro che un essere umano. Pulii ben bene la stufa e la canna fumaria, costruii una lunga panca e sistemai al meglio ogni altra cosa che sembrava non essere a posto. Un’ampia finestra volgeva lo sguardo a sud, verso un fiume e un lago, una seconda volgeva la veduta verso ovest, mentre il pagliericcio su cui dormire era posizionato non molto distante dalla stufa. In inverno i quaranta gradi sotto zero probabilmente non si sarebbero fatti lesinare. Feci dei piccoli, ma piacevoli ornamenti e poi passai all’ultimo compito: preparare una congrua scorta di legna, altrimenti tutto il lavoro era stato solo un passatempo. Quest’ultimo compito fu, come ben si sa, estremamente faticoso, ma ebbi almeno la fortuna che le falde del tetto della dimora fossero sufficientemente sporgenti tanto che potei mettere a riparo, in strette cataste, la legna tagliata e spaccata. In meno di un mese il luogo era nuovamente vivificato ed ogni cosa era al giusto posto. Poi praticai un classico rito nordico, un’usanza per “battezzare” una nuova capanna: accendere la stufa e da fuori osservare il fumo che esce dal comignolo. Alla fine, scalpello alla mano, incisi su un cerchio di legno la mia frase preferita “Lathe biosas” (vivi nascostamente) e lo posi proprio sopra la porta principale d’ingresso (un’altra, infatti, era posta sul retro). Per ultimo decisi di dare un nome alla capanna e la scelta venne da sola “Listening point”.........
Ora che la casetta era stata riassettata dovevo fare un altro importante lavoro: attrezzarmi per ottimizzare al meglio una rudimentale canna da pesca, fabbricarmi un paio di racchette da neve e allestire qualche trappola per catturare qualcosa che mi garantisse il giusto nutrimento. Alla fine le cose fondamentali furono pronte e cominciò così la mia nuova vita........
Per alcune settimane girovagai nei dintorni della capanna per familiarizzare più possibile con il luogo, per scoprirne i passaggi migliori, i sentieri più agevoli, i limiti delle escursioni e trovai molti segni della presenza di una ricca e variegata fauna. Ma questo lo avrei scoperto nel dettaglio nei tempi successivi.
Silenzio sublime, silenzio eloquente, questo era il sottofondo della mia nuova dimora. Il fruscio delle piante mosse dal vento e il balzare delle acque del fiume, li udivo come qualcosa di armonica struttura dove il contrappunto riusciva ad insinuarsi plasmaticamente nel mio io.

Ero ormai integrato

Ero ormai integrato nel mio luogo romito e selvaggio e la mia vita si era perfettamente plasmata con una realtà che da agognato sogno era divenuta ormai palpabile. Sinfonie di natura avvolgevano l’esistenza quotidiana e il trascorrere delle giornate mi arricchivano continuamente di inusitate estasi di bellezze. Una natura incontrastata fungeva da costante sottofondo e nulla sembrava insinuarsi per disarmonizzare il mio essere. Luci cangianti, suoni indecifrati, visioni surreali erano le mie compagnie quotidiane. Vivevo respirando il senso della vita e traslavo la mia anima in un mondo di libere fantasticherie. Mi trovavo nella più profonda solitudine, ma era una solitudine piena di eventi e di contrasti che non creava in me alcun senso di disagio, anzi mi donava una continua pienezza interiore. Dovevo riconnettere le mie distanze, ormai da troppo tempo assemblate nella mia interiorità.
I giorni trascorrevano come sortilegi di avventure e il vento dello spirito alitava sopra ogni cosa. Acquistavo giorno dopo giorno una profonda pace con me stesso ed il mio cammino era sempre più delineato e creativo. Le grandi foreste primigenee si rappresentavano come immense cattedrali nella natura e il sinuoso muoversi delle acque dei fiumi e dei torrenti sembravano descrivere il moto dell’anima, mentre i placidi laghi racchiudevano la calma dello spirito. Tutto, insomma, era un inno all’armonia e non v’era momento in cui affiorava stanchezza mentale o irrequietezza delle membra.
Attimi fuggenti carpivano il mio dire e sensi di luce chiudevano ogni pertugio. La vita era manifesta in ogni movenza di essa e il cangiarsi degli eventi dava al tutto un finanche smisurato senso di appartenenza. La mia anima era come un mondo all’interno di un altro mondo e tra loro v’era sempre più un solido legame di continuità.
Quando mi ritrovavo raccolto nella mia capanna, sentivo di non essere isolato dal fuori e sempre, di muovermi in ogni istante, mi pareva in una incessante dinamica di eventi unitari. Non avevo scissioni e tutto si incorporava in un unicum fatto di un solo elemento. Dopo tanti anni di disarmonie e di contrappassi ora ero quasi giunto ad un dimensione profondamente unitaria. Non v’era più una natura definita e ben distanziata dal suo agire ed essa era una sol cosa con i tratti velati dell’umano esistere. La mia era ancora una forza cagionevole poiché doveva, malgrado tutto, integrarsi completamente con lo spirito univoco delle cose, ma ormai il sentiero era stato delineato e non mi restava altro che percorrerlo per acquisire, come una sorta di osmosi, le ricchezze che una volta appartenevano alla nostra indole unitaria e che negli ultimi millenni si erano progressivamente dissociate.
Quanta beltà spumeggiava nei più reconditi recessi della natura, una natura intatta e primordiale dove lo spirito doveva “obbligatoriamente” rientrare per percorre un cammino che era stato interrotto da sin troppo tempo. O anima gentile, illumina il mio percorso e prendimi per mano affinché io rientri, nella più assoluta totalità, in tutto quello che avevo voluto abbandonare.
Un ruolo tutt’altro che secondario veniva svolta dallo stare per proprio conto, una solitudine che fungeva da catalizzatore per unificare i mondi separati.
Una corrente di vita trasaliva dalla selvatichezza delle cose ed avvolgeva il mondo, così ch’esso sembrava inglobato in un mare vivente. L’aria era satura di vita e dovunque aleggiava un respiro ed un moto che alimentava il senso delle cose. Le rocce nella loro apparente immota stasi, parevano scuotersi per reclamare la loro insostituibile presenza e parevano indicare la giusta via da seguire affinché, mentre percorrevo il mio sentiero, non smarrissi mai la direzione.
Un continuo inno alla solitaria esistenza sempre più volta ad una unione ormai inevitabile ed imprescindibile. Ma il cammino era tutt’altro che facile, anche se la meta era in prossimità di essere avvistata. Come potevo riuscire nel mio determinato intento? E’ vero, lo sentivo dentro, ma non avvertivo che era stato acquisito in tutta la sua verità e consapevolezza. In altri termini avevo in me lo spirito teorico di tale riconnessione, ma quella teoria doveva trasformarsi con l’interiorità pratica del profondo.
Trascorsi alcune settimane in balia di eventi inaspettati, ma sapevo che era indispensabile che mi muovessi, altrimenti avrei convissuto con una stasi che agognava a qualcosa ma che non poteva arrivare in alcun luogo, essendo solo privo di attività dinamica……..

Quella sera uscii sul tardi


Quella sera uscii sul tardi perché sentivo che qualcosa mi stava chiamando. Camminai una mezz’ora, erano le undici di sera, ma c’era piena luce a quelle latitudini estreme. Guadagnai un dolce pendio boscoso e mi affacciai al di là di esso e, pur se non distinsi chiaramente le sagome che vidi, i miei occhi o, forse la mia mente, si posero su un branco di lupi che sinuosamente solcava il sottobosco dell’area. Svanirono subito dalla mia percezione, ma, ciò che mi fece trasalire oltre le soglie del divino, fu che qualche minuto dopo, verso est, già a notevole distanza, udii chiaramente - o fu la proiezione ancora della mia mente - il loro ululare, come una musica indomita che permeava la sala acusticamente perfette di un auditorium. Il mio auditorium era però alquanto più grande e si espandeva in ogni pertugio di quella fantastica natura selvaggia che mi circondava in ogni dove. Lì ascoltai per tutto il tempo che ulularono, forse qualche minuto, ma per me quel tempo che appariva così breve, mi sembrò infinito perché infinito ed indecifrabile era il vero significato di quell’ululare. Nei reconditi recessi del mio io, in quel particolare viaggio di ascolto che avevo voluto intraprendere, l’ululato e le gesta del lupo rappresentò, un elemento importante per la mia ricerca della comprensione.
Un primo ascolto arrivò dunque nel mio spirito quella notte, un ascolto che mi avrebbe spianato la strada verso altri successivi spesso indecifrabili “segni” e soprattutto verso la volontà di capire qualcosa che, pur se dentro me, come detto, era probabilmente presente, non appariva ancora allo scoperto in tutte le sue vestigia di chiarezza e di verità. Era infatti sicuramente giusta la riflessione di Farley Mowat quando scrisse: “Da qualche parte a est un lupo ululò in tono leggermente interrogativo. Riconobbi la voce perché l’avevo udita molte volte in precedenza..... Ma per me era una voce che parlava del mondo perduto un tempo nostro, prima che scegliessimo un ruolo in contrasto con esso; un mondo di cui avevo avuto un barlume e in cui era quasi entrato ..... soltanto per restarne escluso, alla fine, dal mio stesso io”
L’indomani, il sole espandendosi in un cielo terso si irradiava in ogni dove, e quella divina luce sembrava comporre lo sfondo di un palcoscenico fosforescente dove ancora gli attori dovevano presentarsi alla recita. Io, in ultima fila, attendevo con impazienza poiché desideravo assistere ad una rappresentazione che, stando alla trama che lessi, mi appariva estremamente interessante ed istruttiva. Presi a camminare lungo il bordo est del fiume per una decina di chilometri e, nel mio procedere, osservavo con attenzione le variegate immagini che a spaglio il luogo offriva in forma radiante. Curvai versi destra, questa era la volontà del corso di quelle acque, e, d’improvviso, vidi che in quel tratto il fiume s’apriva in un’ampia ansa placida e ben delineata. Osservai i bordi con il binocolo e trovai subito l’autore di quell’opera: il castoro. Infatti, oltre alle sua tana posta sulla sponda opposta (un intrico di rami e terra ben saldati fra loro a forma di piramide), dove il fiume restringeva, quell’ingegnere forestale aveva nel tempo ammassato e sagacemente intrecciato tra loro rami, bastoni, fronde e finanche un tronco di ragguardevole misura. Rimasi ad osservare ammirato e controllai con curiosità e particolarità tutto lo sviluppo di quella struttura. Una vera e propria opera di idraulica fluviale, con tutti gli elementi che, nel loro armonizzarsi fra loro, creavano quell’angolo davvero particolare e funzionale. Il tutto ovviamente non era il frutto di improvvisazioni e casualità, ma di un attendo studio della situazione ambientale che il castoro aveva elaborato per creare l’optimum per le sue esigenze vitali. Tralascio le descrizioni e le motivazioni tecniche di quel lavoro, ma la cosa più bella fu che anche quell’immagine, sicuramente realmente esistente, rappresentava un altro ascolto per il mio spirito.
Stavo comprendendo che i doni che potevo ricevere dal mondo selvaggio, favorito da un particolare punto di ascolto, non erano rappresentati da un’unica voce chiarificatrice, ma dall’insieme di tanti elementi che nel plasmarsi ed espandersi nel mio interno si coniugavano poi, probabilmente, in un profondo e tangibile significato. Intanto nel mio andare mi aspettava ora un nuovo personaggio della commedia. Appena superai di poco quella placida ansa, ad un centinaio di metri vidi un alce maschio immerso con le zampe nell’acqua e con il capo rivolto verso monte mentre masticava qualche leccornia che aveva carpito dal fondo melmoso delle acque. Fui molto circospetto, mi fermai, mi nascosi dietro un grosso abete e con pazienza spontanea mi misi ad ammirare la scena con tutto il corollario che si sviluppava d’intorno. Respiravo pian piano perché non avrei voluto rovinare il tutto per un mio modo di fare brusco e disarmonico. In fondo io in quel luogo mi sentivo, per lo meno in quella fase iniziale, come un ospite ed un amico e, un ospite che merita un tale appellativo, mantiene un atteggiamento estremamente rispettoso.
Pacatamente riguadagnai la via di ritorno e, rientrato nella capanna, mi accinsi a trascrivere sul quaderno gli ultimi eventi, nella forma più dettagliata possibile. Mentre scrivevo mi resi ancor più conto che la mia non era affatto una ricerca scientifica, ma semplicemente una ricerca che sgorgava dal più profondo dell’essere per non far scadere ogni nuova esperienza o emozione come un casellario monotematico in cui le conoscenze dirette venivano tradotte solo come eventi da classificare in una categoria scientifica con tutti i risvolti e le concatenazioni annesse. Gli interessi e gli aspetti geologici, etologici e biologici erano sempre stati al centro del mio lavoro e della mia vita, ma, in questa particolare situazione, essi erano fuori luogo. Mi venne a tal proposito una riflessione di Carl Gustav Jung che lessi molti anni addietro e che ora comprendevo al meglio: “Anche le piante mi interessavano, ma non scientificamente. Ero attratto da esse per un motivo che mi sfuggiva, e col sentimento che non dovessero essere estirpate e seccate: erano esseri viventi che avevano significato solo finché crescevano e fiorivano, un significato nascosto, segreto, uno dei pensieri di Dio. Dovevano essere considerate con reverenziale timore e contemplate con filosofica meraviglia. Ciò che poteva dire la biologia era interessante, ma non era l’essenziale” .
Trascorsi una settimana in quieta esistenza con brevi passeggiate, qualche pescata nel fiume e una serie di riflessioni che però non portarono a nulla di nuovo. Il vento bussava alla porta, il fiume procedeva tranquillo e le piante, nella loro maestosità, mi trasmettevano un senso di compagnia e di conforto, come se la loro presenza si insinuasse saldamente nel mio stato d’animo.
Il caldo di quei giorni era piacevole, ma sapevo che era effimero e nel volgere di poche ore poteva mutarsi in un improvviso baluginare di freddo, un freddo non solo dell’aria, ma anche dello spirito. Non nel senso letterale, ma puramente metaforico perché ognora mi chiedevo se il mio veleggiare nel mare della natura mi avrebbe mai portato da qualche parte o, meglio, se mi avesse donato un numero essenziale di ascolti al fine che io comprendessi tutti i miei ed i “nostri” errori umani.
Cambia la vita, sorge un nuovo giorno, trasuda il sentimento e il mutarsi del profondo essere trascolora come le foglie in autunno. Ed intanto i giorni stavano trascorrendo ed in effetti la stagione autunnale era ormai alle porte.
Stavo seduto sulla riva del fiume ed osservavo con analisi “microscopica” le rocce che in lontananza sovrastavano lo scenario di quel luogo. Erano rocce compatte che si facevano largo tra il fitto della vegetazione che pareva voler inglobare ogni elemento dentro il suo verde mantello. Alcuni grossi macigni di pietra mi dettero l’impressione che stessero come seduti ad osservare, proprio come stavo facendo io in quel momento, e subito la mia mente si pose in uno stato di “ascolto” per percepire da essi qualcosa che in apparenza si celava alla sensitività. Non so perché, ma mi sovvenne l’idea, o meglio la riflessione, che tutta la nostra vita osservava il mondo circostante sempre da un inamovibile punto di vista, senza mai cangiare il modo di guardare. Forse la stessa cosa vista da altra angolazione o addirittura alla rovescia ci avrebbe potuto consentire di approdare a nuove e forse entusiasmanti scoperte, ma solo se la nostra predisposizione interiore si fosse posta in modo critico e analista. Altrimenti tutto si sarebbe risolto in un vuoto simulacro dove ciò che appariva diverso era il solo frutto di un pensiero momentaneo che poco dopo sarebbe stato abbandonato per riporre in perfetto ordine il nostro cardine visivo e fintamente speculare.

Intanto l’autunno


Intanto l’autunno aveva preso il suo corso e, alle sensazioni particolari che nascono in questo frangente dell’anno, faceva eco il mutare sfavillante dei colori che tingevano, come pennellate d’artista, tutto l’ambiente circostante. Le betulle si accendevano d’oro, le paludi rosseggiavano ed ingiallivano, le altre latifoglie cangiavano in una tavolozza muliebre dal rosso all’ocra, e, in ogni istante, si pareva cogliere il mutare del tempo. Proprio la stagione autunnale aveva infatti più di ogni altro periodo dell’anno un qualcosa che ispirava al mutare dello spirito interiore.
Comunque a quel punto mi tornò alla mente il recente mese di maggio, quando arrivai. In particolare gli ultimi giorni del mese mi colpirono in modo significativo. “Furono giorni intensi, diffusi, silenti, giorni sognanti ricchi di contrasti e di melodie selvagge. Vissi subito, quasi per intero, il mondo della taiga e i suoi legittimi abitanti. Un albero abbattuto e sagacemente rosicchiato, canali nell’acqua, ammassi di rami, terra e tronchi, corridoi irregolari: la vita e le gesta del castoro. Un mondo improvviso ed affascinante sulle rive di un fiume cristallino. Tra gli intrecci del sottobosco della taiga, camminai con un misto di curiosità e di sorpresa. D’improvviso un rapido e rumoroso battito d’ali: il gallo forcello, poi una beccaccia, nella palude più in là un chiurlo maggiore e nel limpido lago una strolaga mezzana. Mi girai e a terra, dopo che ebbi riconquistato il sentiero più a monte, e mi imbattei in un escremento di orso bruno e poi in giganteschi acervi di formica. Quanta meraviglia in così breve tempo. E poi l’incessante compagnia dall’alto del cielo del corvo imperiale, il re del grande nord, un indomito ed imperturbabile uccello che ha sempre affascinato le culture e le mitologie nordiche tanto da essere considerato, anche da popolazioni umane non in contatto tra loro, l’artefice primario della creazione del mondo. Una credenza che il corvo imperiale dimostrava ognora con la sua destrezza e la sua eccezionale resistenza. Ogni volta che ascoltavo il verso di un corvo mi veniva sempre spontaneo salutarlo interiormente e spesse volte anche materialmente con il gesto della mano. In fondo “i re” meritano il giusto rispetto!
L’indomani mi spostai velocemente per altra via a poca distanza dalla capanna, sempre alternando la maestosa foresta di indomite betulle, di abeti rossi e di pini silvestri ad altri tratti aperti grazie alla presenza di laghi, paludi e di improvvise radure. Poi, rientrato di nuovo nella foresta, un altro bellissimo incontro: un alce maschio estremamente comico nel comportamento e nelle gesta della fuga. Un essere simpaticissimo, confidente e fortemente attraente. Poi, riprendendo il sentiero, rinvenni, un lungo tratto di escrementi freschi di gallo forcello, di martora e di lepre variabile. Poi il frullo di ali di un di francolino di monte, le tracce su fango di un ghiottone, il passaggio di un’aquila di mare e il leggiadro e silente volo di un allocco di Lapponia. Quei giorni in cui la luce non scompariva mai non potevano mancare gli effetti inebrianti dei contrasti tra il sereno e il biancore delle nubi, dei lunghi tramonti rossastri, dei mistici stati che genera il vapore crepuscolare che sale dai laghi, il fantastico riflesso della grande foresta sulla loro specchiante acqua, l’arrivo a tarda sera di un cigno selvatico......
Anche il ritorno alla semplice capanna che stavo riassettando dopo il lungo peregrinare, le cose assumevano ugualmente una grande rilevanza. Appariva tutto così bello che mi sembrava d’essere entrato in un mondo surreale. Erano momenti intensi anche perché conditi con il fantasticare della mente che mi faceva sentire appieno la vita che albergava in quei luoghi, lontano dalle effimere e meschine illusioni dell’uomo. Mi rigeneravo completamente, sentivo nel mio dentro respirare la vita, pulsare le emozioni completamente scevre dalle influenze della contemporaneità antropica. Sentivo veramente una vita diversa, per la prima volta, così diversa ed intensa che credo non abbia forma veramente descrittiva. Le luci del grande nord sempre limpide e lussureggianti avevano anch’esse la forza di generare una sorta di sublime abbandono alle proprie interiorità e alle dinamiche riflessioni......”.

Un giorno


Un giorno, come ormai era mio solito, poco dopo le prime luci dell’alba, feci una lunga escursione. Avevo infatti la necessità di meditare cammin facendo poiché era sempre vigile in me la profonda necessità di trovare in me quei reconditi misteri cui cercavo di dare risposta. Poi, essendo trascorse quasi quattro ore, mi rimisi in cammino a ritroso seguendo un altro sentiero sotto un cielo sereno, reso ancor più benigno da alcune velature lattiginose che a mezzogiorno andavano quasi ad adagiarsi sulla foresta di Noderland.
Mentre discendevo il sentiero che portava al fondovalle, volsi lo sguardo ai monti di levante e a quelli di ponente, ove scorsi, al limite superiore della vegetazione, la fulva colorazione dell’assorta quiete delle giornate autunnali allorché il giallo intenso delle betulle s'accendeva come oro sotto la tiepida vibrazione del sole.
La lunga discesa, iniziata poco prima, terminava nel punto in cui scoprii altre vecchie capanne, che si susseguivano l'un l'altra, quietamente allineate sul ciglio del tracciato; stupiva che su quella piccola aggregazione di case non aleggiasse la sensazione di precarietà e d’anonimato, ma si distendeva - al contrario - la coltre quasi palpabile di un’abitazione antica e ininterrotta.
La vista che s'apriva da quel punto, che pur non era prominente, spaziava ampiamente sui monti Karden e sull'impervia e tormentata mole del Krugel, dagli impressionanti balzi rocciosi.
Nel lasciare quelle immagini mi diressi verso settentrione, passando nel punto in cui il sentiero rimaneva stretto tra il colle di levante e quello di ponente, quasi che la valle volesse teatralmente accentuare in quel punto il largo respiro che si sarebbe aperto di lì a poco all'approssimarsi della piana, in parte paludosa, di Storland. Mentre oltrepassavo la breve strettoia incontrai una lunga serie di imponenti secolari abeti, che si ergevano con un tocco di schiva solitudine ed apparivano quasi severi nella neutra colorazione che il tempo aveva steso sui loro tronchi. Avevo appena finito di volgere l'attenzione a quell'attonito gruppo di alberi, quando la valle s'aprì all'improvviso innanzi al mio sguardo con una dimensione nuova e una luminosità intensa, cui si univa una sensazione di estasi che impregnava quello scenario teatralmente manifesto. Mentre percorrevo il sentiero, l’improvviso grido di un rapace notturno fiaccò il silenzio di quella particolare situazione, quasi ad annunciarmi quel profondo senso di misticismo e di mistero che pervadeva l’aria di quell’ambiente selvaggio. E in ogni dove v’era la gran foresta della taiga che quasi senza soluzione di continuità raggiungeva gli avamposti più settentrionali della regione. Probabilmente nessuna rilevante struttura umana mi separava dall’estremo nord, ma solamente natura selvaggia, inquieta, perenne ed essenzialmente dinamica. Il significato più profondo della wilderness si manifestava nella sua più vera espressione.
Ormai ero giunto nella mia capanna, accolto da una singolare commistione di silenzio e di precarietà che nelle ore crepuscolari è propria del vivere in solitudine quando si è immersi in una primordiale foresta. Era sopraggiunta infatti la sera e sotto la luce incerta della luna, a tratti velata od offuscata da dense nubi, le ombre degli alberi parevano rappresentarsi emblematicamente come in una sorta di scenario teatrale ed il gran lago, affiancato al letto del fiume, rifletteva sul suo candido specchio la fittezza e l’evanescenza della foresta, quest’immagine resa possibile, come detto, dalla presenza della luna.
Ogni volta che rientravo nella capanna, essa mi risultava sempre più accogliente grazie ai grossi e rustici tronchi di pino assemblati magistralmente tra loro; un tocco di fascino veniva dato poi dalla colorazione esterna degli stessi poiché avevano assunto nel tempo un ingrigimento naturale che consentiva una perfetta ambientazione con il luogo in cui erano collocati. La capanna poiché era posta leggermente sollevata grazie ad una collinetta, consentiva di osservare dalla finestra o dalla veranda buona parte dell’ambiente circostante con un leggero senso di dominanza. Questo posizionamento permetteva di intravedere dal versante sud, il lago e il fiume distanti poche centinaia di metri sebbene gli alti e fitti alberi ne celassero una gran parte alla vista. Internamente vi era praticamente un’unica stanza i cui piccoli ambienti erano creati solo in senso dispositivo, cioè lo scrittoio e la libreria ad un angolo, la stufa al centro, un tavolo per mangiare vicino ad una finestra e così via. Il profumo del legno resinoso era sempre presente come se quella semplice dimora fosse stata eretta da poco tempo. Era bastevole qualche ora di assenza per percepire istantaneamente quel delizioso distillato di aroma.

Nei giorni che seguirono

Nei giorni che seguirono ritornavano con insistenza alla mia memoria tutti quei fugaci momenti dell’incontro con i lupi e soprattutto con il loro ululato; ne analizzavo le pause, le titubanze, la vibrazione dei suoni, il colloquiare immaginario con gli sguardi fuggevoli, ma ricordavo soprattutto d’aver scorto negli occhi di un lupo, in singolare sintonia di quanto accadeva a me stesso, l’inconscia percezione della precarietà del momento. Cadevo poi in una sorta di angoscia quando mi soffermavo a raffrontare i dubbi che alitavano nello spirito, quando mi sforzavo di reintegrarmi, sia pure in forma relativa e umanoide, con il selvatico, la cui difficoltà spronava, come per una sorta di contrappasso, le mie incertezze.
Ma pur mi tumultuava nell’animo un’ansia febbrile, un’irrefrenabile desiderio di plasmare il qualche modo la realtà che mi circondava, quasi che ciò fosse la trasposizione del travaglio che mi coglieva quando innanzi a una sorta di tela immacolata della natura tendevo lo sguardo alla ricerca dell’assoluto, per approdare poi al ridimensionamento di me stesso, preso nella realtà dei miei limiti in parte compromessi.
Mi maceravo in tali pensieri quando, dopo qualche giorno, rividi fugacemente, sul bordo della foresta, il “fantasma” sfuggente di un lupo; lo incontrai sotto il verde cupo di immensi abeti, luogo ideale per raccogliere le vicende di questi ameni personaggi. Nella foresta poi sentivo il crepuscolo della convivenza solatia, tanto simile alla mia. L’eloquente silenzio di quella immensa natura, la smorta luce che filtrava dal fitto dei rami, l’aggirarsi circospetto del sibilo del vento, la pacata armonia degli eventi, netti e scanditi senza mai trasformarsi in situazioni di banalità, disponeva il mio animo ad una sorta di stato di quiete e di meditazione.
Ma l’incontro di quel giorno fu per me motivo di una particolare inquietudine, perché il lupo, evitò ogni contatto, anche il semplice sfuggente sguardo. Il lupo aveva confermato la sua indole elusiva in una creatura quasi “chiusa”, una specie di sfinge che volgeva la sua attenzione verso l’ignoto della foresta.
Nei giorni che seguirono cercai inutilmente di trovare una giustificazione al comportamento del lupo, seppure appariva giusto e sacrosanto; per tranquillizzarmi mi dicevo che forse l’ostentata indifferenza di quel selvatico dalle sottili schermaglie tra l’uomo dominatore e distruttore e un essere perfettamente integrato in una unità universale fatta di un solo concreto elemento: l’olismo di tutte le cose esistenti.
Quel travaglio stava però per risolversi, perché, dopo qualche giorno, scorsi nuovamente un lupo, forse lo stesso di prima anche se questa volta ci incontrammo, senza volerlo, in un’ampia radura nel fitto del bosco.
Quel rinnovato stupore durò più di una ventina di minuti, fin quando, approssimandosi l’imbrunire, un colpo di scena tanto straordinario, quanto meno atteso pervase la situazione; mentre stavo nascosto tra gli alberi al margine di quell’area aperta ad osservare quel lupo, questi, come se spinto da una forza incontrollata ed ad esso estranea, si voltò, o per lo meno così fu la mia interpretazione, con il suo profondo sguardo verso la mia direzione tanto che riuscii con il binocolo ad incrociare direttamente i suoi occhi fieri ed imperscrutabili. In quei interminabili momenti l’impazienza del mio essere si dispose all’attesa, ma mai pochi istanti trascorsero con tanta lentezza. Finalmente il lupo volse il muso verso l’alto e cominciò ad ululare. Io rimasi attonito e paralizzato anche perché quel misterioso lupo che ululava sembrava farlo idealmente per me, per salutarmi, ma soprattutto per rimembrarmi, nella mia metafora interpretativa, lo spirito vero del selvaggio........

Stavo osservando dal bordo del lago

Stavo osservando dal bordo del lago le tenui e colorate luci del crepuscolo per vedere qualche sequenza del “filmato” che la natura stava proiettando.Trascorsi una decina di minuti, presi il mio quaderno degli appunti e cominciai a leggere alcune riflessioni scritte in una dimensione surreale, in un momento di profonda irrazionalità e di generale sconforto……
“Un lago si dispiegava dinanzi alla vista del cuore. Un senso di vita albergava nell’aria, ma nel mio spirito sembrava mancare qualcosa, qualcosa di profondo che mi estraniava dal mondo circostante. Ero come un fantasma che si muoveva in una atmosfera stupenda ma per me quasi irreale ed opalescente.
Capivo che non era l’ambiente a determinare il mio profondo intimo, ma il mio spirito che ovunque vagasse portava con se qualcosa di oscuro e di incomprensibile. Sentivo tristezza, senso di non appartenere a nulla, di essere fuori dal mondo reale anche se così bello ed irripetibile.
Ero privo di vita interiore, non conoscevo più nulla, e tutto mi appariva senza senso e non vitale. Sentivo di amare la morte, ma in fondo di non volerla perché avevo un solo timore: perdere per sempre la possibilità di riuscire a calarmi nel mondo selvaggio.
Il giorno, alle prime luci dell’alba nordica, tutto continuava così. Ero vuoto, non riconoscevo la vita con la sua forza e pareva manifestarsi solo la tristezza e la melanconia. La mia mente vagava tra il nulla e il vuoto totale e nulla sembrava appagarmi. Ero troppo triste ed interiormente solo. Nessuna cosa mi scuoteva e mi dinamizzava. Era pura follia mentale di non vita!
Una piacevole passeggiata nella foresta alternata da laghi e paludi. Ma il mio spirito era altrove. Non sentivo il respiro della vita anche se l’ambiente ne diffondeva in abbondanza. Sentivo la mancanza di qualcosa di essenziale nel mio animo. Perché questa follia mentale? Forse non sapevo o forse ne ero consapevole appieno ma non volevo svelarlo a me stesso. Sentivo il respiro del mio corpo ma continuavo a respirare la non vita. Una brutta e vacua sensazione. Non vivere mentre si vive è qualcosa di allucinante e di indescrivibile.
Io probabilmente avevo dentro me il segreto di questa tristezza, di questa insanabile melanconia, ma nulla pareva scuotermi e vivificarmi. Vivevo da alieno, come se appartenessi ad un mondo non mio nel quale non riuscivo a adattarmi. Ma non parlavo di un mondo estraneo dal punto di vista esteriore, ma solo ed esclusivamente di un mondo interiore.
Vivere la vita è bellissimo, ma bisogna viverla veramente e consumarla. Non occorre morire dentro poco per volta e non sentire nulla. E’ meglio sublimarsi subito corporalmente, è meglio perire spiritualmente per annullarsi nel vuoto della vera ed inalienabile morte. Ti avevo sempre amato o vita ma purtroppo non ti vivevo ancora.
Perché non sentivo il tuo respiro o il tuo pulsante cuore? Mi mancavi. Mi mancavi molto, troppo per continuare a vivere senza viverti. Sentivo così tanto l’inespresso mondo del selvaggio.
Il giorno dopo fu una giornata funesta. Tensione, iracondia, tristezza, asprezza. Una strana luce adombrava la mia giornata. Non c’era possibilità di armonia. Solo settorialità e meschine menzogne. Il vento alimentava la mia angoscia e nulla mi allietava se non il pensiero rivolto alla possibilità di connettermi con la wildness dell’anima. Sentivo un profondo amore e un inafferrabile senso di perdita. Sapevo che potevo perdere qualcosa di bello per sempre, per l’eternità e ciò era per me funesto ed inaccettabile. Cercavo una mediazione, una sana follia, ma non trovavo altro che cenere e i resti consunti delle cose.
Non avevo la forza di reagire, di controbattere e lasciavo andare le cose così contrariamente al mio vero volere. Fu una ennesima giornata triste, densa e tetra che alla fine mi allontanò per l’ennesima volta dal mio vero io. Sentivo la follia, il senso della perdita e nulla poteva arrecarmi conforto, nulla, proprio nulla. Ma oh natura ispiratrice, dammi la forza di reagire, di ricostruire il mio essere, anche poco alla volta.
Siate felici o miei adorati lupi. Che ogni cosa vi sorrida sempre e che il malefico uomo con la sua scure vi sia lontano mille miglia. Ero felice per loro, mentre la mia vita si stava spegnendo! Non osavo pensare a loro, ma nello stesso tempo erano dentro di me. Mi faceva troppo male non poterli stringere simbolicamente tra le mie braccia perché stavano scomparendo poco per volta. Sentivo però la loro presenza occulta e ciò alleviava almeno un po’ la mia tristezza. Sentivo il loro profumo, il loro respiro e sentivo che il loro cuore, ignaro di tutto, batteva ricco di speranze. Le lacrime improvvise rigavano il mio volto, la tristezza si espandeva dentro me, ed ogni cosa si perdeva nella nullità della mia vacua esistenza. Forse questi erano i miei ultimi versi, ma una strana sensazione mi induceva a reagire e a sperare ancora. Ma ero ugualmente pessimista, non vedevo nulla intorno a me che potesse darmi la forza di reagire. Non appartenevo più a nulla, il vuoto intorno a me. Ero sempre assente, non ascoltavo nulla, e nulla sembrava poter ascoltare me. Addio giornata triste, addio mondo girevole. Io volevo tanto uscire di scena, per sempre e con certezza.
Alcuni giorni dopo la giornata ancora iniziava con un’angoscia nel cuore dopo una notte costellata da incubi e da emozioni dal profondo. Ma forse mi sembrava che la fresca aria del mattino potesse portare un po’ di conforto e di “ottimismo”. Sarà vero? Lo avrei verificato più tardi.
L’angoscia, nella sera, ebbe invece il sopravvento, perché dovetti fare ciò che mai avrei voluto. Trovarmi dinanzi ad un bivio e dover scegliere quale strada percorrere. Non era assolutamente il momento adatto e forse non lo sarebbe mai stato. Preferivo trovare alterne vicende, anche disagevoli ma sempre su un unico sentiero da percorrere. Invece, il caso della mia vita sembrava riservarmi questa grave ambascia. Che dolore nel petto, nel profondo. Amare lacrime solcavano il mio viso e gocce di sangue uscivano dal mio cuore.
L’indomani fu una giornata a fasi alterne, ma la tristezza era sempre ancora padrona di me. Una bella escursione tra i boschi non fu affatto sufficiente a sollevarmi almeno un po’.
Stavo ormai percorrendo un sentiero perché sia pure a malincuore probabilmente sembrava che lo avessi preferito ad un’altro. Quante belle cose sapevo di perdere per l’eternità. Non era certo una bella sensazione. E’ vero, probabilmente nessuna via porta a qualche parte, ma io ne soffrivo amaramente e bruciavo ardentemente nel mio profondo io. Sapevo che stavo perdendo per sempre qualcosa di “speciale”, qualcosa di irripetibile, eppure sembrava che lo stessi facendo e per di più per colpa mia. Stavo infatti perdendo l’unità con la natura, stavo perdendo per sempre lo spirito selvaggio. Ma mi rendevo conto che non avrei affatto dovuto scegliere. Che pazzia. Questa si che sarebbe stata la follia peggiore.
La luce d’intorno non mi illuminava minimamente, anzi dentro di me si incupiva sempre più.
L’angoscia era ancora la mia padrona, ma da una parte compresi un po’ il significato delle mie insofferenze. In fondo le meritavo perché nella mia vita il mio comportamento era stato troppo disarmonico con la natura e l’immagine che avevo dato ad altri esseri probabilmente non rispondeva affatto alla mia vera essenza. Non si può dalla vita prendere sempre le cose nel modo proprio e secondo le proprie necessità “domestiche”. Avevo capito che se nascono dei rapporti con il mondo e con altri esseri era necessario attivare un comportamento più universale e meno egoistico.
Un giorno feci un’altra utile riflessione. Non è possibile vivere la vita proiettandola solo nel futuro. Camminare sempre spostato in avanti. Oppure fare le cose facendo finta di dimenticarne altre. Non serviva a nulla perché ad ogni angolo sarebbero riapparse sempre le angosce e le delusioni. Quanta insanabile tristezza invece era ancora dentro di me. Quanta sfiducia! Mi sentivo come un principe che prima aveva avuto molto, un molto però fatto di fantasticherie, rapporti inespressi, continui e ricchi pensieri; poi d’improvviso il vuoto ed ecco che il principe si ritrova povero e privo delle vere cose. Ero diventato veramente povero. Avevo perso o forse stavo perdendo i miei sogni, le cose più belle, le sensazioni più forti, la mia unica verità: il lato selvatico di se stessi. Stavo solcando probabilmente il sentiero sbagliato lontano dalla wilderness della vita.
L’ambiente intorno era per me fortemente in unisono con il mio io, almeno in apparenza, ma un disagio continuo mi attanagliava e la disarmonia mi struggeva il cuore. Non riuscivo a controllarla ed a non farla appartenere al mio spirito. Non sapevo fin quando sarebbe durata la mia vita, ma in quel modo era impossibile proseguirla. Non potevo farcela. No, non potevo farcela.
Anche quella giornata era dunque cominciata nella più nera negatività!
Un giorno decisi di riflettere con più prospezione sul mio stato di essere.
Finalmente stavo forse reagendo un po’ positivamente per attraversare quel tunnel di negatività che ormai mi sembrava infinito.
La luce d’intorno mi appariva alquanto più chiara e un labile ottimismo sembrava presentarsi al mio cuore. Forse un sogno liberatore mi aveva aiutato ed in quei decisivi momenti riuscivo finalmente ad intravedere qualcosa. Si, in verità in quel giorno forse stavo riuscendo a risollevare il mio spirito. Sentivo il ritorno della verità e gli interessi per le cose, almeno in piccola parte. Sicuramente era il momento buono per cominciare a cambiare rotta e ad imboccare la via “maestra” della natura. Avrei visto le effettive conseguenze nei giorni successivi. Ero fortemente speranzoso. Un sicuro aiuto mi veniva certamente dalla tranquilla esistenza dei luoghi in cui mi muovevo anche se a tratti tutto mi pareva fortemente estraneo.
Dopo il cauto ottimismo di alcuni giorni mi tornò l’angoscia probabilmente a causa delle difficoltà non ancora superate sulla struttura del mio futuro interiore. Sentivo ancora la vita selvaggia sfuggirmi e nulla appariva chiaro e riposante. Ma non avrei dovuto tirare i remi in barca perché con un po’ di perseveranza e di pazienza forse ce l’avrei potuta fare. D’altra parte ormai era quasi normale che la sofferenza mi appartenesse e sapevo che se volevo costruire qualcosa di nuovo non avrei mai dovuto guardarmi indietro!
Un giorno giunse un momento cruciale. Mi ritrovavo di nuovo dinanzi ad un sentiero che d’improvviso cambiava rotta. E’ forse quello giusto e non è proprio questione di percorso?
Pensavo ai mie sogni del selvaggio e di leggerezza e un lupo dei boschi mi appariva dinanzi come un vanescente fantasma. Ne vedevo le sembianze, le leggiadre fattezze e perdevo a tratti la sua visione. Perché?
Le stelle cadevano nel cielo ed i miei desideri reconditi si moltiplicavano nella mente. Ascoltavo il silenzio mentre le mie sofferenti vestigie mi portavano compagnia.
Un vuoto si diffonde nell’aria e trasmigra tra le anime dell’eterno. Ne odoro la volontà e ne recepisco la libertà......
Quando la luna apparve nel cielo tardivo fu una sera delle rimembranze, la sera della mia pacata certezza. Mi stavo forse allontanando da una insensata perdizione. La luna si rifletteva sul lago filtrata da una magica opalescenza delle nebbie. Il senso di calma e di mistero si rafforzava d’improvviso anche se perdevo il mio controllo emotivo......Le stelle cadenti venivano giù a grappoli ed io per ognuna di esse esprimevo sempre lo stesso desiderio……. In quel momento ero per così dire felice, gioioso ed avrei voluto fermare il tempo, ma cosa mi tratteneva?
Poi d’improvviso compresi finalmente qualcosa: non potevo chiudermi nelle mie sofferenze interiori, vivere nella natura, amarla, ma essere lontano perché ottenebrato da chissà quali lugubri pensieri, essere sempre timoroso di tutto e continuamente succube della mia mente prigioniera di se stessa, essere sopraffatto da un’angoscia partorita dalle vanescenti minacce esistenziali, dal non saper affrontare veramente le cose, dal non coltivare e riportare alla luce il mio lato selvatico, spegnermi poco alla volta di consunzione…..ma a questo punto non posso, in verità, procedere nel discorso perché il grande dilemma rimane: affronterò veramente la realtà della wilderness della vita? Mi farò governare dalla saggezza e dal giusto coraggio? Farò stupidamente prevalere il lato domestico a quello selvatico? Non so quello che farò, o meglio so quello che dovrei fare per essere in verità, ma solo se lo realizzerò potrò vederne i meravigliosi effetti positivi. Intanto ringrazio quel misterioso e sicuramente metaforico lupo dei boschi, per le sua essenza, la sua verità e per la sua bellezza; sarò con il suo spirito, in ogni caso, per sempre unito ed irrevocabilmente inseparabile! Il mio spirito non cesserà mai di sognarlo anche se egli sarà lontano da me. Il selvaggio se lo hai perso o lo hai sfuggente lo senti sempre dentro ugualmente, in ogni caso.
Che io possa ritrovarti un giorno lupo solitario per poterti accarezzare la folta pelliccia così soffice per l’incipiente inverno, fosse pure in un’altra vita……”.


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