26/05/2005 Racconti  
I giorni dell’Orso bruno - Un eccezionale capolavoro naturalistico narrativo scritto dall’impareggiabile penna di Franco Zunino

Nel lontano 1992, fu dato alle stampe un’opera di Franco Zunino “I giorni dell’Orso bruno” (ormai purtroppo esaurita). Si tratta di una bellissima narrazione naturalistica di cui l’autore si cimentò molti anni or sono, a frutto delle sue esperienze sullo studio dell’Orso bruno marsicano.

Riportiamo una sua presentazione tratta dal libro.

Il quarto di copertina

I "giorni" dell'Orso bruno sono i momenti che l'autore di questo libro ha scelto di narrare, anche nelle sfumature meno appariscenti, descrivendo quello che è in fondo il ciclo della vita che in un anno si svolge con ritmi consueti ed eterni nelle foreste e sulle montagne del Parco Nazionale d'Abruzzo.
Questi "giorni" hanno un significato ed un intendimento cha va al di là della scelta formale della prosa; e sono difatti più poesia che prosa, come lo stesso autore conferma.
Essi sono brevi racconti e descrizioni che creano una frattura narrativa, che non si distanzia comunque da un filo logico e biologico mediante il quale l'autore ha voluto rifarsi al ritmo che regola la vita animale in un ecosistema naturale e in una dimensione spazio-temporale che non corrisponde a quella umana.
Grande assente è infatti l'uomo, la cui presenza avrebbe avuto un effetto destabilizzante nel ciclo armonico del mondo selvaggio che l'autore narra con una trascrizione letteraria, piuttosto che tecnica o scientifica, un mondo i cui ritmi vitali e rigorosamente autentici vengono comunque descritti nella loro realtà biologica, offrendo al lettore una poetica ma veritiera narrazione di quello che egli ha osservato e vissuto. Perché, come afferma l'autore nella sua introduzione, "la quiete e l'equilibrio che il lettore potrà intuire attraverso la descrizione delle varie situazioni rappresentate, sono tali proprio perché l'uomo in quei momenti non vi appare a rompere l'armonia di uno stato di vita dal quale è ormai definitivamente uscito".
Durante la sua attenta e prolungata permanenza in quello che può considerarsi uno degli ecosistemi più affascinanti d'Italia, al quale la presenza dell'Orso bruno ha da sempre conferito qualcosa di mitico e di antichissimo, l'autore ha difatti potuto riflettere sui guasti arrecati dall'uomo moderno ma anche sui motivi reali che lo spingono alla natura, e che sono quelli emotivi di una ricerca della bellezza, perciò essenzialmente edonistici.
La scelta dello stile letterario, semplice e di facile comprensione, non sovrasta mai il contenuto, ma al contrario contribuisce ad esaltare il tono lirico che guida l' osservazione naturalistica sulla vita dell'Orso bruno e del suo mondo selvaggio.


La nota dell’editore

Franco Zunino è nome troppo noto tra i cultori delle scienze naturali e del conservazionismo perché si debba farne qui una presentazione, ma pochi sanno che Zunino è un commosso poeta dell'ampio e misterioso respiro della natura. Ciò che stupisce ancor più è che Zunino riesca a fondere rigore scientifico e afflato poetico in una sorta di singolare eclettismo sì che - quando egli si attarda a descrivere l'inquietante volo di un rapace o il trepido muoversi di una lepre - il lettore ricava un arricchimento dello spirito che è ad un tempo scientifico ed emozionale; il lirismo che pervade il libro si fa poi più vibrante allorché l'Autore indugia nella descrizione delle aurore, dei crepuscoli e delle notti di plenilunio che si dischiudono sull'ampio e sereno scenario del Parco Nazionale d'Abruzzo.
I rapidi flash in cui si suddivide il libro chiudono tutti con notazioni poetiche in cui vibra una nascosta vena di malinconia, come quando si legge: "poi, alte sulla corrente invisibile, le loro nere figure a delta risalirono la valle e andarono a posarsi sulla cresta spazzata dal vento"; oppure "un tubare di colombacci giungeva a tratti da un luogo lontano, cupo sullo stridore senza fine dei fringuelli"; o anche "dalla forra, molto lontano, il suono profondo di un gufo reale ruppe il silenzio"; o ancora "la martora tornò a nascondersi tra i rami folti....... nel silenzio che cadde, il lieve rumore del battere al suolo di altre schegge di legno si udiva giungere da poco lontano"
Mille sono le emozioni che i boschi, le radure, le pietraie e le impervie vette battute dal vento accendono nell'animo di Zunino, ma è l'Orso bruno a grandeggiare sul grande affresco che egli disegna, e ne sovrasta la scena; il grande plantigrado vi è descritto con rigorosa e minuziosa attenzione scientifica, ma pur sembra di cogliere nelle parole dell'Autore una stupefatta ammirazione per un animale che, superbo e maestoso, vedi apparire ad un tratto tra il fogliame del bosco come un risorto dio Pan.


L’introduzione del libro fatta dall’Autore

Quando abbassai lo sguardo scrutando l'ampia radura che si apriva sotto di me, infuocata dal dardeggiare del sole di un pomeriggio di luglio, solo la macchia scura di un essere vivo movimentava la scena: un cavallo, pensai, un cavallo al pascolo. Portai il binocolo agli occhi e rimasi esterrefatto; stavo osservando un enorme Orso bruno, il primo in libertà della mia vita!
Fu come se un fantasma si fosse materializzato innanzi ai miei occhi; erano mesi che lo cercavo quel fantasma, che ne seguivo le tracce, che trovavo i segni del suo passare, del suo rovistare tra i sassi, che annusavo l'odore muschiato delle sue fatte, che esploravo le sue tane e i suoi giacigli, che annotavo ogni cosa della sua vita, sulla carte e nella mia mente, ma lui, l'Orso bruno, era sempre sfuggito alle mie osservazioni.
Quel giorno di luglio, era un martedì, il 19, un'orsa con due cuccioli, due mucchietti di pelo scuro grandi poco più di un gatto, stavano davanti a me; e lì stettero per oltre due ore, mentre io li osservavo, li studiavo e, soprattutto, godevo della loro vista in quel panorama grandioso che loro rendevano ancora antico e selvaggio, immutato da generazioni. Li avvicinai, e loro seppero così della mia presenza e mi osservarono, così curiosi come io osservavo loro, ma non fuggirono la mia figura estranea di uomo; ci capimmo e rispettammo, come se le nostre vite fossero state sintonizzate su una stessa onda. Stavo con loro come l'uomo stava ai primordi dell'umanità, essere selvaggi, tutti, di uno stesso mondo selvaggio. Stavo nella loro identica dimensione e nel loro primitivo rapporto con l'ambiente.
Questo avvenne tra le montagne dell'Ortella e dello Schienacavallo, nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, nell'ormai lontano 1970. Io stavo svolgendo una ricerca sulla biologia di quest'animale per conto del World Wildlife Fund (Fondo Mondiale per la Natura) e dell'Ente Autonomo del Parco Nazionale d'Abruzzo.
Da allora non smisi più di occuparmi dell'Orso bruno e dei problemi relativi alla sua protezione. Gli incontri con lui sono poi continuati quell'anno e negli anni che seguirono, mentre esploravo e visitavo in lungo e in largo le montagne di calcare e le foreste di faggi del Parco Nazionale, caratterizzate dalla presenza ovunque, di rupi e sassi bianchi. E mi colpirono, quelle pietre e quelle rocce biancastre, tutte uguali, nelle foreste e fin sulle cime più alte; mi affascinarono, perché erano tanto diverse da quelle scure e multiformi delle Alpi da cui venivo. Era l'Appennino, questo. Un altro mondo.
Ero stato per la prima volta nel Parco Nazionale nel maggio dell'anno prima, e ricordo che già allora fui rapito dalla bellezza dei luoghi; dalle immense foreste di faggio tinte di verde pallido per le nuove foglie, in contrasto con le creste dei monti ancora bianche di neve; dalle ampie ondulate radure carsiche colorate dalle sterminate fioriture di viole gialle e azzurre.
Un mondo fantastico, di fiaba. Un Abruzzo antico e pastorale che da allora cominciai a visitare in tutte le stagioni, e in solitudine; in una continua meditazione, più poeta che scienziato. Un mondo vario e selvaggio al quale sono ormai indissolubilmente legato perché trattiene una parte di me; un mondo che ancora oggi riesco pienamente a comprendere ed apprezzare nei suoi reali valori soltanto nella solitudine. E lì viveva l'Orso bruno, sopravvissuto ad altre epoche; lì, unico luogo italiano veramente suo.
L'Orso bruno in Italia è presente in Abruzzo ed in Trentino. Ma mentre in Trentino può considerarsi sull'orlo dell'estinzione, con una popolazione formata da poco più di una decina di individui relegati alle montagne del Brenta e dell'Adamello, in Abruzzo la situazione è decisamente migliore, anche se si è estremamente deteriorata negli ultimi anni.
All'epoca dei miei studi, in Abruzzo era stimata una popolazione formata da oltre un centinaio di individui, distribuiti su un territorio relativamente modesto (circa 1500 kmq) comprendente il Parco Nazionale (istituito nel 1923 a specifica protezione dell'Orso marsicano e dell'altrettanto raro Camoscio d'Abruzzo) e i suoi circondari. Oggi però, quale conseguenza di una discussa ma reale dispersione della popolazione, verificatasi a partire dalla metà degli anni 'Settanta e a causa della conseguente facilitata uccisione (o morte per incidenti di varia natura ma tutti riconducibili alla responsabilità dell'uomo) di diecine e diecine di individui avvenuta in questi anni 'Ottanta, anche l'Orso abruzzese è in serio pericolo di estinzione: ne restano infatti forse solo più una cinquantina di individui, che costituiscono la metà del contingente stimato vent'anni or sono.
Io fui il primo in Abruzzo a studiare sul campo le abitudini e l'ecologia dell'Orso bruno, sostenuto più dall'amore per le cose della natura che non da reali cognizioni scientifiche. Ho comunque aperto una strada ad altri; buttato le basi per gli studi che sono seguiti e che sicuramente seguiranno. Questo è ritenuto giusto da molti, un passo avanti verso la conoscenza sempre più approfondita di questa specie. Io però spesso mi chiedo se questo affannoso esplorare e scoprire, questa sete di conoscenze, non finisca per essere l'inizio dell'apocalisse dell'animo umano. Che sarà di noi quando non vi saranno più misteri e cose sconosciute a farci sognare? E il mondo della natura è quello che più ci ha permesso e ci permette di sognare, immaginare! E mi chiedo anche quali reali funzioni abbiano le conoscenze che si acquisiscono, e che io ho acquisito sull' Orso bruno, ai fini della sua protezione, se da quando io ho iniziato ad interessarmene (e sono passati quasi vent'anni!), nessuno, né tecnico né politico, ha ritenuto opportuno utilizzare queste conoscenze per meglio garantire il futuro a questo animale. Anzi, proprio perché queste conoscenze portano a conclusioni contrarie ai desideri di chi avrebbe il dovere ed ha il potere di prendere gli opportuni provvedimenti in difesa dell'Orso, esse non piacciono, perché evidenziano la necessità di dover prendere decisioni che si ritengono scomode ed inopportune. Significano decisioni impopolari ed antieconomiche, specie a breve termine, che vanno contro gli interessi materiali immediati delle attuali generazioni. Così esse non vengono mai prese e si continuano a rimandare con la scusa della necessità di ulteriori studi e di ancora maggiori conoscenze: l'importante è procrastinare le decisioni impopolari, delegarle ad altre generazioni. Di questo passo, però, stiamo correndo il rischio di ottenere certamente il primo risultato - maggiori conoscenze e conseguentemente l'impoverimento spirituale dell'uomo - senza mai raggiungere il secondo, benché primario - garantire un futuro all'Orso bruno attraverso la sua difesa e la difesa del suo mondo selvaggio dall'invadenza dell'uomo.
Sta di fatto, che nella sua apparente libera esistenza, l'Orso d'Abruzzo in realtà non ha più scampo: potrebbe essere solo una questione di tempo, come l'avvenuta estinzione di tante specie ci ha insegnato. Le pressioni economiche che spingono ad un sempre continuo, e a volte nuovo, sfruttamento ed utilizzo del suo ambiente, sono infinite; strade, tagli boschivi, costruzioni, campi da sci, linee elettriche, rifugi, ecc. ecc. sono tutte opere che di anno in anno restringono e degradano, sia pure di poco, i luoghi in cui vive l'Orso. Lo sviluppo avanza continuamente, a volte in modo lento e quasi impercettibile, quantificabile solo attraverso l'analisi di anni o valutazioni statistiche, ma avanza. E il boom del turismo in natura ha inferto l'ultimo colpo, influendo anche sulla situazione psichica dell'Orso bruno, con disturbi eccessivi dovuti alla presenza di troppi visitatori nel Parco Nazionale: amando la natura essi la stanno "usando" fino a soffocarla, incentivando così un uso ancora una volta sbagliato di questa regione, e ancora una volta a danno dell'Orso bruno, il quale, se veniva indirettamente danneggiato dalla sconfitta speculazione edilizia, neppure sopporta la presenza del turismo escursionistico.
Il turista, l'escursionista, che sia naturalista o semplice ricreazionista, quest'uomo moderno ed invadente, inventato o quasi dalla società d'oggi, quest'uomo che tutto esplora, tutto curiosa, tutto visita, costringendo l'Orso ad abbandonare i primitivi suoi luoghi per spostarsi in altre zone che se pure meno disturbate sono anche meno protette, ha forse fatto più danno a questo fantastico animale nel volgere di un ventennio che non lo sviluppo vero e proprio del territorio nei precedenti cinquant'anni. L'antico equilibrio tra l'Orso e l'uomo pastore e agricoltore che durava da millenni è stato alterato e irreversibilmente sconvolto dal fenomeno turismo. Oggi l'Orso è costretto a cercarsi un nuovo equilibrio, ma è una gara tra la sopravvivenza della specie e l'estinzione. Solo il futuro ci dirà quale dei due fenomeni sarà stato raggiunto per primo. L'augurio è che l'Orso ritrovi un equilibrio in cui vivere, anche se la società d'oggi non lo sta certamente aiutando nella sua corsa verso questo traguardo.
L'area del Parco Nazionale d'Abruzzo è, in Italia, certamente quella più completa, biologicamente parlando, e più vicina allo stato originario. A ciò, che è un valore biogenetico e culturale unico anche a livello europeo (la popolazione dell'Orso d'Abruzzo resta comunque la più consistente e fertile dell'Europa occidentale), si aggiunge la estrema bellezza scenica di queste montagne di calcare. Due aspetti che, per dovere verso i posteri, il popolo italiano, e soprattutto quello abruzzese che ne ha la diretta disponibilità, dovrebbe garantire attraverso una loro duratura conservazione.
Eppure, nonostante questi aspetti siano largamente conosciuti, e riconosciuti come tali per i loro valori, si parla più spesso e più seriamente del Parco Nazionale d'Abruzzo per la sua potenzialità ricreativa ed economica che non come area di ambiente critico per l'orso, per il lupo e per il camoscio o come bellezza naturale d'insieme. Si puntualizza sempre più la sua utilità sociale in senso meramente commerciale (che è in fondo banale ed identica alle prerogative di uso di centinaia e centinaia di altre aree italiane) dimenticando i suoi valori più veri, o sminuendoli, e comunque additandoli quali soggetti di attrazione turistica e quindi solo e sempre per la loro potenziale resa economica. E si prendono provvedimenti e si stanziano fondi solo per incentivare questa capacità produttiva, con l'alibi di devolverli alla tutela ambientale e alla difesa dell'Orso bruno: ma poi di essi ben poche briciole finiscono per venire spese a suo reale favore.
I danni che questa politica ha arrecato e sta arrecando alla natura del Parco Nazionale d'Abruzzo sono spesso indiretti, nascosti, e presi singolarmente, minimi o con effetti a lunga scadenza; ciò purtroppo facilita il suo demagogico perdurare a danno dell'ambiente e a danno dell'Orso bruno. Ancora una volta saranno i posteri a dover emettere l'ardua sentenza contro imputati che non potranno mai essere puniti se non dal giudizio della storia.
Durante i miei lunghi anni di esperienza in campo naturalistico e come attivo conservazionista, pochi fatti mi sono rimasti impressi indelebilmente nella mente, come pietre miliari di una corrente di pensiero che più che acquisito ho sempre sentito dentro. Uno di questi fatti fu quando, agli inizi degli anni '70, disquisendo di problemi conservazionisti con l'allora notissimo e massimo esperto mondiale del lupo, il canadese Douglas H. Pimlott che accompagnavo in visita per il Parco, egli, con tutta onestà ed obiettività, pur potendo omettere la realtà delle cose, non mi nascose, ed anzi enfatizzò, col rischio di sminuire anche se stesso ai miei occhi, che in Canada all'epoca delle sue ricerche sul lupo, per la difesa di questo animale era valso più un libro allora appena uscito che narrava del lupo in forma letteraria e narrativa ("Never Cry The Wolf", poi divenuto famoso anche da noi) pur zeppo di errate nozioni di biologia, etologia ed ecologia, che non tutti i suoi costosissimi studi di alto livello scientifico: questo perché, mi disse, mentre le sue erano solo fredde nozioni rivolte agli addetti ai lavori, il libro fu un successo letterario con amplissima diffusione, e col suo linguaggio comprensibile e affascinante riuscì a far comprendere ciò che loro volevano ottenere con gli studi: ovvero la bellezza del lupo come specie ed il suo diritto all'esistenza.
Forse fu questo fatto a stimolare in me la scelta di scrivere un libro simile sull'Orso, anziché un trattato tecnico-scientifico; ora non ricordo più, però fu in quell'epoca che iniziai a scrivere i primi pezzi di fantasia di questo libro.
Un libro che non fosse, appunto, una fredda analisi scientifica della sua biologia (come per le ricerche, di libri del genere ce ne sono già fin troppi!), che come mi disse Pimlott avrebbe finito per interessare i soli pochi addetti ai lavori ed appassionati (e pertanto ancora una volta facilitato il mascheramento e il ridimensionamento delle primarie esigenze di conservazione per l'Orso, le quali sono e devono restare nettamente disgiunte da qualsiasi discorso economico), ma che potesse coinvolgere la generalità dei lettori.
Ho quindi cercato di scrivere un libro di fantasia che fosse però anche una descrizione reale della vita dell'Orso bruno e del suo mondo naturale, una descrizione solo apparentemente fantastica, dove si esalti piuttosto la bellezza dei luoghi e dei fatti che non i dati e i valori, ciononostante rigorosamente scientifici: ovvero le cose più intuibili e comprensibili da tutti.
Volutamente l'uomo non compare mai nelle descrizioni; una scelta precisa anche questa, che vuole evidenziare la reale appartenenza di questo mondo selvaggio agli animali e alla natura tutta prima che all'uomo, e nello stesso tempo una scelta che è l'illusoria negazione di una realtà che è invece drammatica e della quale sono perfettamente cosciente per la profonda conoscenza che ho del problema, retto dalla ragionevole convinzione che senza un drastico cambiamento di rotta da parte delle autorità, ma anche della società tutta, gli sviluppi sociali, urbanistici e tecnologici dell'ultimo ventennio, finiranno per rivelarsi presto per essere stati l'inizio della fine per l'Orso bruno d'Abruzzo.
Anche per questo ho voluto presentare al passato le descrizioni, come se il mondo che illustro già non esistesse più, come già oggi esso non è più quello di circa quindici-vent'anni fa cui deve intendersi riferito tutto ciò che nel libro è descritto, perché a quell'epoca risale la prima idea del libro, poi rielaborato più volte, fino a questa stesura definitiva.
Il risultato di questo mio lavoro è una raccolta di racconti, e i racconti una raccolta di fatti e situazioni, che possono si intendersi collegati da un filo logico, ma che sono più giustamente solamente dei flash atti a cogliere momenti a caso nella vita dell'Orso. Essi sono però presentati in un ordine logico e nel ciclo di un anno, per dare un'idea, in ogni modo corretta, della vita che, antica come l'Abruzzo, spesso in sordina e ben lungi dagli occhi dell'uomo, ogni momento dell'anno si svolge in questi monti di calcare.
Ho impiegato questo metodo dei flash perché ritengo che sia l'unico modo per rendere credibile la verità che ho cercato di descrivere e raccontare. Di solito nei libri simili a questo si tende ad ammassare fatti e situazioni e a seguire fili d'attività e comportamenti animali molto movimentati, che sono invece del tutto irreali anche se apparentemente logici durante la lettura. La realtà invece è che il mondo della natura è molto scarso di eventi particolari, e che la vita di un animale, quale esso sia, è di una estrema monotonia per la ripetitività degli eventi che la caratterizzano. Ho quindi ritenuto quello dei flash l'unico modo accettabile per rendere plausibile questa varietà, e la più reale possibile, nonché letterariamente accettabile. Perché se il lettore può, alla fine della lettura, avere una impressione di movimento e di incalzante varietà di fatti e soggetti descritti, essa resta in ogni modo una impressione, dovuta al susseguirsi dei flash. La realtà sarà sempre quella che è: staticità e monotonia. I flash, infatti, in quanto tali possono essere riferiti ad un tempo senza limiti.
I racconti sono basati su fatti realistici, e su reali nozioni scientifiche, come reali sono i luoghi descritti. Alcuni racconti sono inventati di sana pianta, e solo i luoghi descritti sono sempre reali; per altri mi sono invece ispirato a fatti osservati direttamente o intuiti attraverso il ritrovamento di tracce di attività animale. Molte delle località indicate portano però volutamente dei nomi fittizi, specie le minori; ciò è per evitare che esse finiscano per divenire delle attrazioni turistiche (nonostante questo, ho cercato di mantenere la poetica toponomastica abruzzese). In quanto alle descrizioni ambientali, spesso dò poche indicazioni di specie d'erbe, fiori o animali minori che corredano i racconti, ma ciò è voluto, per rendere più reali i luoghi: infatti sono quasi sempre le stesse e poche specie a colpirci e a restarci impresse visitando questi luoghi: e sono quasi sempre quelle più vistose.
Infine, ancora una precisazione credo di dover dare ai lettori: il protagonista di questi racconti è l'Orso bruno, ma in quanto specie e non come individuo ben preciso. Nei racconti esso si alterna con altri animali come soggetto principale, e a volte anche con eventi naturali del suo mondo, eventi a volte importanti e salienti, così come lo sono nella semplicità della vita reale. Ma il lettore non si deve illudere di visitare il Parco Nazionale d'Abruzzo e di riuscire ad osservare ovunque e sempre ciò che troverà descritto nel libro, come se si trattasse di osservare le esposizioni statiche di un museo; sono cose vive che descrivo, e quindi sensibili e mutevoli proprio alla presenza dell'uomo; sono cose che spesso neppure entrando in punta di piedi in questo mondo si potrà mai vedere direttamente, ma solo intuire, con la conoscenza dei luoghi e degli animali che li abitano.
La scelta di scrivere un libro fantasioso ma che ritengo lo stesso rigorosamente scientifico per la precisione scientifica dei fatti e degli eventi in esso descritti, è stata quindi fatta proprio per permettere a tutti i lettori di capire l'importante discorso di conservazione naturalistica che il libro vuole indirettamente essere: senza sapere di certi fatti vitali è difficile capire il perché di uno stato conservativo che ne garantisca il loro futuro. Così facendo ho però anche voluto mettere in risalto soprattutto il lato estetico ed emotivo che in primo luogo, e sempre, lega l'uomo alla natura, al mondo naturale; affinché tutti possano meglio capire che garantire le vitali esigenze biologiche e ambientali dell'Orso bruno e della sua terra selvaggia vuole anche dire garantire all'uomo la possibilità di continuare a godere di queste cose.
In pratica, affinché i lettori comprendano, attraverso queste pagine, la bellezza e l'equilibrio che la natura selvaggia racchiude in sé, e quel diritto all'esistenza e alla continuità che essa possiede e che contrasta con quello che troppo spesso crediamo essere il nostro diritto di visitarla. Il lettore dovrebbe meglio capire, con un poco di autocritica, che della natura abbiamo bisogno, ma che bisogna anche saperne godere con rispetto, e che il rispetto viene di per sé se la si visita con umiltà, pronti a rinunciarvi e a rinunciare a quello che egoisticamente sentiamo come un diritto o crediamo sia tale. Spesso dovremmo saperci accontentare dell'idea che essa esiste, e saperne godere spiritualmente attraverso piccoli contatti non distruttivi, o con l'immaginazione, non pretendere sempre tutti di vedere tutto o godere di tutto direttamente e materialmente. Il libro vuole quindi essere anche un contributo a questa forma di uso spirituale della natura.
La quiete e l'equilibrio che il lettore intuirà attraverso le descrizioni delle varie situazioni rappresentate nei brevi racconti che compongono il libro sono tali proprio perché l'uomo in quei momenti non vi appare a rompere l'armonia di uno stato di vita dal quale l'uomo moderno è ormai definitivamente uscito. In conclusione, forse questo libro piuttosto che come un romanzo di natura o un saggio, andrebbe letto come un testo di poesia, e i racconti come fossero poesie. Perché è così che lo ho concepito.


I titoli dei capitoli:

- Nuovi giorni
- Acqua di neve
- Echi di primavera
- Aromi d'erbe
- Giorni d'estate
- Il tempo dell'afa
- Preludio d'autunno
- Foglie morte
- Tarda stagione
- Silenzio bianco
- Giorni d'inverno
- Il lungo sonno
_______________

Ci si augura sentitamente che al più presto questa opera possa essere pubblicata nuovamente. A parere di chi scrive si tratta di una delle migliori opere narrative naturalistiche mai scritte!

Fonte:
 

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