19/05/2005 Poesia  
Orchidea, dedicata ad Elzbieta Mielczarek, by Felice Casucci


ORCHIDEA


La fugacità è ogni cosa. Sta nel volto di chiunque. E noi a difendere inutilmente la posizione conquistata! Come se ci appartenesse. Una “trappola” l’ho definita nel mio ultimo post. Confermo. Foglie di orchidea bianca le pagine dei libri che ho amato. E rondini suicide nella bocca dei fiumi freddi di Finlandia. Elisabetta non ha detto il suo nome al gorgo che l’ha inghiottita. Non aveva più un nome: una donna che muore nel mondo di nessuno. Colta direttamente dalla pianta, la sua vita sarà sembrata quella di una ninfa dei sassi, erosa dalla potenza elementare. Orchis in persona verrà a prenderne la passione. La morte sana molte ferite, coltiva molti campi, anche quelli sconsacrati. Uno squarcio nella pianta su cui crescono le giornate. Si tradisce chi governa il capitolo delle parole per trarne profitto. Mario, suo marito, un maestro per tutti noi, ha percorso ventimila leghe intorno alla perfezione di una foglia, alla necessità che sia mostrata, non colta. Eppure non è bastato! La salma della donna si è offerta al delirio del mondo controverso, forse per una collera mal gestita, forse per una favola conclusiva. Non voglio, non riesco a immaginare neppure i luoghi che l’hanno accompagnata, fugace vestale, dall’ombra del bosco a quella della strada senza ritorno. Le chiedo solo la stessa pietà che ha avuto per se stessa, modella di notti assommate nei magazzini di una guerra del legno e del fuoco. Nessuno, amica mia, può svegliarti. Neppure le belve feroci che ti mangiano le ossa. Tu sei terra, acqua e tormento. Nel planetario di un istante percorri tutte le distanze e le ammansisci con la temperie di una malinconia estirpata alla terra più nera. Fare pazzia d’amore, concepire l’inconcepibile. Questo ti chiedo, a nome dei rivoltosi, contro l’immane destino. L’orchidea tra i capelli della Olympia di Manet, la nudità femminile che sfida le regole dei benpensanti. Le nature morte di Heade. Le emozioni dilatate dalla vagina mentale della O’Keeffe. Tutti simboli di un rigoglio spettrale e impulsivo. Quel che sei tu per me. Tra i tuoi quadri, che conservo in salotto, macchiati di spine e colori tessuti a mano, gli artigli perdono la vista. Riaccesi ora da tutti i ricordi, discesi dagli occhi visionari di Proust, D’Annunzio e Marinetti, tre autori prediletti, foglie di orchidea bianca anticipano i simboli inespressi di un moto d’ira e perdono. Ti rendono viva. Magicamente trasformata, da un rivolo d’acqua dolce, in pianta.
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