12/02/2006 Ecologia profonda  
Tendenze del pensiero attuale (1^ parte) di Guido Dalla Casa

1- Biologia – Psicoanalisi – Antropologia

Premesse
Nei prossimi due capitoli passerò in rassegna alcune tendenze che si sono manifestate in vari campi della scienza nel secolo ventesimo. Si tratta di idee di minoranza, ma che sono decisamente diverse dalla corrente principale di pensiero affermatasi in Occidente soprattutto nell’Ottocento e che costituisce la matrice della civiltà industriale.
Questo capitolo è dedicato alle premesse generali e ai campi della biologia, della psicoanalisi e dell’antropologia, mentre il capitolo successivo è dedicato essenzialmente alla fisica.

Partirò da alcuni secoli orsono, cioè da Copernico. Sarà bene premettere che, quando si parla dei vari Autori, non ci si riferisce alla loro personale visione del mondo, ma ad interpretazioni nate alla luce di passaggi ed ampliamenti successivi, cioè ad estensioni sorte in seguito, anche per fusione col pensiero di altri. Infatti assai spesso le novità del pensiero sembrano poi diffondersi quasi in contrasto con le intenzioni coscienti di alcuni fra i maggiori loro iniziatori.
Come segno di speranza, si può notare che, proprio nel periodo in cui le concezioni meccaniciste nate dall’Antico Testamento e dalla filosofia di Cartesio si stanno diffondendo come “moderne” sull’onda della potenza materiale dell’Occidente, esse vengono sottoposte a critiche sempre più numerose e serrate da parte degli stessi studiosi occidentali, fino al punto di poter dire che, alla luce delle conoscenze attuali, sono pressochè insostenibili.
Ma per una modifica profonda della filosofia di base di larghi strati di persone c’è bisogno di qualche secolo, dopo i primi segni di cambiamento. Purtroppo oggi non abbiamo a disposizione neppure qualche decennio per evitare che l’espansione demografica ed economico-industriale trascini il mondo verso la catastrofe per la rottura di ogni equilibrio vitale: le specie e gli ecosistemi distrutti non sono riproducibili.
Secondo Fritjof Capra, la metafisica di un’epoca discende dalla fisica dell’epoca precedente: si tratta di accelerare al massimo il “punto di svolta”.
Con la rivoluzione copernicana il centro dell’Universo passa dalla Terra al Sole: si tratta del primo passo per mettere in discussione il rapporto uomo-natura, di un primo spostamento dalla posizione centrale, anche se ci vorranno secoli per percepirne l’effettiva portata. Tuttavia l’esclusiva spirituale della nostra specie non viene ancora minimamente intaccata.

Biologia
Nell’Ottocento si era ormai affermato il pensiero cartesiano, cui abbiamo già accennato. La corrente principale della biologia considerava gli animali e lo stesso corpo umano come macchine, automi da sezionare in parti sempre più piccole, specie di orologi da smontare pezzo a pezzo per comprenderne il funzionamento. I fenomeni spirituali ed emotivi erano considerati appannaggio del solo essere umano e completamente separati dal corpo.
Sono noti i danni - ancora oggi ben visibili - apportati dalla visione cartesiana alla medicina, che considera il corpo come un automa smontabile dotato di un funzionamento suo proprio.
Solo recentemente sono nati diversi dubbi che hanno dato luogo a correnti di minoranza che tentano una visione unitaria della salute. Tale approccio è stato all’inizio indicato riduttivamente con il nome di “medicina psicosomatica” e ora tende a prendere la denominazione di “medicina olistica”.
Vediamo, ad esempio, il parere di Servier che confronta la medicina occidentale con le medicine tradizionali di altre culture umane:

Nelle civiltà tradizionali il corpo umano è concepito come un fascio di princìpi: il disordine dell’uno porta squilibrio nell’altro. La malattia è un disordine del corpo legato al male dell’anima. Dopo molto tempo siamo arrivati anche noi ad ammettere questo principio, e lo abbiamo coperto con il nome di medicina psicosomatica, che è più rassicurante per la ragione. Soltanto l’Occidente ritiene che il corpo abbia una vita propria e che le sue malattie non dipendano anche dai principi immateriali della persona umana. Nelle altre civiltà che ci circondano, al contrario, l’uomo ha pensato che ogni malattia del corpo proviene da un disordine dell’anima, che va guarito prima di curare il corpo.
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L’uomo delle civiltà tradizionali colpito dalla malattia cercherà di scoprire in che cosa ha offeso l’Invisibile. Se la causa del suo male non è metafisica - psicosomatica, se si vuole - cercherà di procurarsi i migliori rimedi materiali, compresi quelli dell’uomo bianco. L’occidentale utilizza prima tutti i rimedi materiali che conosce, per finire poi tra le mani dei guaritori, ripetendo ancora: “Non si sa mai”. Ma non cerca mai in sè stesso la causa del proprio male. (35)

Ma torniamo alla biologia dell’Ottocento.
L’evoluzione biologica, espressa in forma completa soprattutto per opera di Carlo Darwin, intaccò decisamente l’idea che l’umanità fosse “speciale”, “frutto di creazione separata”, qualcosa di “staccato dalla Natura”.
Tuttavia, quando comparve il pensiero di Darwin, si perse un’ottima occasione per una vera svolta culturale: invece di mettere in evidenza il fatto essenziale, cioè l’appartenenza della nostra specie alla Natura e quindi la necessità di seguirne le grandi leggi cicliche, l’evoluzione fu inquadrata in pieno nel meccanicismo imperante: venne evidenziata soprattutto l’idea di “selezione naturale e sopravvivenza del più adatto” con ogni sorta di estensione arbitraria.
L’evoluzione poteva soppiantare ben più a fondo la concezione precedente: ma questo non è avvenuto, o forse non ancora. Al contrario, alcuni degli aspetti superficiali della teoria di Darwin sono stati assimilati immediatamente e sfruttati in modo da legittimare ancora di più la visione meccanicistica del mondo. Le sue implicazioni profonde non sono state mai veramente esplorate, almeno fino a tempi molto recenti.
Infatti, il clima di pensiero dominante nell’Ottocento ha prodotto un’idea dell’evoluzione biologica in cui si poneva soprattutto l’accento, come sopra detto, sulla selezione naturale basata sulla lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto.
Tali idee, subito recepite ed esportate in altri campi (dove a volte hanno dato luogo a espressioni come la “sopravvivenza del migliore”) perché nate appunto in un determinato clima culturale-sociale, sono state addirittura prese come il principale fondamento dell’evoluzione biologica, fino al punto di sovrastare l’idea di “appartenenza della specie umana alla Natura” che doveva essere la percezione essenziale.
Il mondo economico-industriale di oggi si regge soprattutto su quelle concezioni nate nell’Ottocento.
Come esempio di qualche segno di passaggio ad un’altra visione anche in quel campo, citerò il biologo Laborit che scrive:

…Ogni cellula, coinvolgendosi nelle funzioni di un organo, si affida a quelle di altri organi dell’organismo per assicurarsi quelle funzioni cui non deve più assolvere. La sua esistenza diventa dipendente dall’insieme e l’esistenza dell’insieme diventa dipendente dal lavoro di ciascuna di esse. Ecco un’altra tappa dell’evoluzione che non sembra essere stata ricordata né da Darwin, né dai suoi “neo” epigoni, durante la quale non sono la competizione, né la sopravvivenza del più forte ad essere stati gli obiettivi principali, ma, al contrario, proprio l’accordo, il mutuo appoggio, la cooperazione. …
All’inizio del secolo P.A.Krapotkin aveva già avanzato l’idea che l’evoluzione fosse dovuta più al mutuo appoggio che alla lotta competitiva.(36).

In sostanza, l’evoluzione, anziché essere vista come il fatto essenziale e cioè che noi siamo Natura, è stata vista nel suo svolgersi nel tempo come “progresso” solo perché questo punto di vista era molto utile alla nascente società industriale. Competizione e selezione non erano i punti essenziali, erano solo l’espressione di una cultura umana.
Come esponente del ventesimo secolo del pensiero biologico meccanicista, possiamo citare Jacques Monod, fondatore della biologia molecolare, che negli anni Sessanta così concludeva il suo pensiero:

L’antica alleanza è rotta. L’uomo sa finalmente di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo, da cui è emerso per caso. Il suo dovere e il suo destino non sono scritti in nessun luogo. (37)

Qui siamo al massimo dell’angoscia metafisica, appena attenuata da una forma di etica della conoscenza. Niente ha un senso.
Perché siamo qui noi, eventi così estremamente improbabili?
Per puro caso, anche se il “caso” non ha un significato del tutto chiaro. Secondo Monod, noi siamo qui perché “il nostro numero è uscito sulla ruota di Montecarlo”.
Per questo tipo di materialismo, la vita si riduce a cadere in un Universo non fatto per accoglierla, restare aggrappati a un granello di sabbia sino a che la morte non ci dissolva, pavoneggiarci per un tempo brevissimo su un piccolissimo teatro, ben sapendo che tutto quanto facciamo o pensiamo è condannato a uno scacco finale e che tutto perirà con la nostra specie o col nostro sistema solare, lasciando l’Universo come se non fossimo mai esistiti. E’ assolutamente vano cercare uno scopo o una continuità nella storia: quando il Sole, seguendo la sua evoluzione stellare, sarà diventato una stella gigante rossa estendendo il suo volume fino all’orbita di Marte, non resterà nulla di tutto quanto è avvenuto sulla Terra.
Ma già François Jacob, collega di Monod, parla di “logica del vivente”. (38)
Il vivente ha una sua logica, c’è una forma di immanenza.
Come vedremo nel prossimo capitolo, alla scuola di Bruxelles, il gruppo condotto da Ilya Prigogine, studiando le “strutture dissipative” o lontane dall’equilibrio, come sono anche i sistemi viventi, parla di una tendenza a strutturarsi, ad auto-organizzarsi. (39) Anche qui compare una spinta interiore, un immanente “desiderio” di creare strutture.
Nel determinismo biologico non si tiene conto della creatività del caos, dell’indeterminazione creativa delle strutture dissipative, del fatto che c’è una sorta di libero arbitrio, o proto-intelligenza, nell’energia-materia. Anche il DNA è intrinsecamente indeterminato, così come tutte le influenze ambientali non sono mai identiche, perché basta una differenza infinitamente piccola per provocare divergenze macroscopiche dopo tempi finiti. L’instabilità è creativa e genera differenze.
Occorre poi rivedere il concetto di ambiente. Infatti, secondo Bateson:

Ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico che non è questa l’unità di sopravvivenza del mondo biologico reale: l’unità di sopravvivenza è il complesso “organismo più ambiente” (cioè non è una unità delimitabile). Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge sé stesso. (40)

Più avanti si legge che l’unità di sopravvivenza evolutiva risulta coincidente con l’unità mentale.
Ma se si sceglie l’unità sbagliata, si finisce col contrapporre una specie a un’altra che la circonda o all’ambiente in cui vive: uomo contro Natura.
Richiamando un insegnamento morale già citato (“Non danneggiare alcun essere senziente”), è chiaro che si può intendere come “essere senziente” una tale unità mentale. Anziché il termine mente, forse sarebbe meglio usare, con Jung, la parola psiche per ricordare chiaramente che non si tratta solo della parte cosciente, ma soprattutto di “inconscio più coscienza”, in cui il primo è preponderante. Non si intende insomma il concetto restrittivo proprio del pensiero corrente dell’Occidente moderno. Quindi, anche con le concezioni di Bateson, sono dotati di “mente” o “psichismo” un ecosistema, una specie, una collettività di viventi legati da relazioni di reciprocità o simbiosi multipla.
Per un confronto con le concezioni orientali, l’unità mentale coincide con l’entità soggetto del karma (41): non si tratta soltanto dell’individuo in senso fisico o meccanicista. I Complessi di Viventi costituiscono, con le loro interrelazioni, fenomeni e soggetti mentali.
Quindi l’invito a “Non danneggiare alcun essere senziente” può essere inteso come una prescrizione sommamente ecologica e non come un semplice invito a diventare vegetariani; a parte che naturalmente anche i vegetali e i complessi di vegetali e animali sono da intendersi come “senzienti”, anche se il grado di coscienza di tutte queste entità può essere notevolmente diverso.
Osserva Fritjof Capra:

Secondo Bateson la mente è una conseguenza necessaria e inevitabile di una certa complessità, la quale ha inizio molto tempo prima che degli organismi viventi sviluppino un cervello e un sistema nervoso superiore. Egli sottolineò anche che caratteristiche mentali sono manifeste non solo in singoli organismi, ma anche in sistemi sociali e in ecosistemi, che la mente è immanente non solo nel corpo ma anche nelle vie e nei messaggi fuori dal corpo. Una mente senza un sistema nervoso? La mente si manifesterebbe in tutti i sistemi che soddisfano certi criteri? La mente sarebbe immanente in vie e messaggi fuori dal corpo? Queste idee erano così nuove per me che, a tutta prima, non riuscii a dar loro un senso. La nozione di mente di Bateson non sembrava aver nulla a che fare con le cose da me associate alla parola “mente”.(42).


Gaia
Fra le forme diverse di pensiero emergenti in questi anni è degna di nota anche la concezione di James Lovelock, che con la sua teoria della Terra vivente, o Gaia, mette in evidenza che gli individui - o le specie - non si evolvono nell’ambiente (per contrasto o adattamento), ma che organismi ed ambiente formano un complesso unico in continua evoluzione: si noti l’analogia, su questo punto, con la visione di Bateson. In tale contesto la “lotta per la vita” perde molto del suo significato.
La Gaia di Lovelock è un’entità anche metafisica, è una “divinità”: la limitazione ai confini del Pianeta è dovuta solo al fatto che non si ipotizza un collegamento con il resto dell’Universo.
Ma con la concezione dell’astronomo inglese Fred Hoyle la vita viaggia largamente attraverso gli spazi interstellari. In tal modo si ritrova l’idea dell’Universale Divino, non solo centrato sulla vita in senso biologico. Naturalmente anche la terra, le rocce, i torrenti sono Gaia.
A questo punto è utile riportare qualche brano di Rupert Sheldrake, naturalista e filosofo:

Da qualche secolo una minoranza colta dell’Occidente ritiene che il nostro pianeta sia morto, sia una semplice sfera nebulosa di pietre inanimate che ruota attorno al Sole seguendo le leggi meccaniche. Questa è un’opinione molto azzardata, ove la si consideri in un contesto umano più ampio. Nel corso della storia quasi tutta l’umanità ha ritenuto che la Terra fosse viva.
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L’ipotesi di Gaia è indubbiamente un notevole passo avanti verso un nuovo animismo; proprio per questo motivo è così discussa. D’altro canto suscita molto interesse perché ci ricollega agli schemi di pensiero del pre-meccanicismo e del pre-umanesimo.
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Se Gaia è in qualche modo animata, allora deve possedere qualcosa di simile a un’anima, un principio organizzatore con fini e obiettivi propri. Ma non dobbiamo supporre che la Terra sia cosciente solo perché sembra viva e provvista di intenzionalità. Potrebbe essere cosciente, ma se lo fosse la sua coscienza probabilmente sarebbe incredibilmente diversa dalla nostra, che è inevitabilmente influenzata dalla cultura e dal linguaggio degli uomini. D’altro canto potrebbe anche essere completamente inconscia. Oppure potrebbe, come noi, essere una creatura dalle abitudini inconsce provvista, a volte, di una certa dose di coscienza. Questo interrogativo deve restare aperto.
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Che cosa cambia se consideriamo la natura viva piuttosto che inanimata? Primo, mettiamo in crisi le ipotesi umanistiche su cui la civiltà moderna è basata. Secondo, instauriamo un rapporto diverso con il mondo naturale e acquistiamo una prospettiva diversa della natura umana, Terzo, diventa possibile una nuova sacralizzazione della natura. (43).

Etologia
Faremo qualche cenno al moderno campo dell’etologia: anche qui è stata messa in evidenza la non-distinguibilità qualitativa fra la nostra specie e le altre specie animali. Ricordiamo soprattutto il pensiero di Konrad Lorenz, come appare in un breve articolo di Anacleto Verrecchia pubblicato sul quotidiano La Stampa dell’8 settembre 1986. Ne riportiamo qualche brano:

Einstein diceva che è più facile spezzare un atomo che un luogo comune. Chi mai riuscirà a spezzare il luogo comune che nega agli animali non solo l’intelligenza, ma anche la capacità di soffrire o di amare? Dinanzi al commovente episodio del gorilla che accarezza il bambino caduto nella sua gabbia non si sa fare altro che parlare di istinto, come se le scimmie fossero degli automatismi per la salvaguardia dei ragazzini sbadati. E se nella gabbia fosse caduto un adulto, per esempio un teologo o un filosofo dell’istinto, il gorilla si sarebbe comportato in maniera altrettanto gentile?
Ho conversato a lungo, su questi argomenti, con Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna. Alla domanda se anche gli animali siano consapevoli, con il tono passionale e affascinante che lo distingue, risponde: “Nessuna persona seria dovrebbe dubitare di questo. Sono pienamente convinto, dico pienamente, che gli animali hanno una coscienza. L’uomo non è il solo ad avere una vita interiore soggettiva”. E aggiunge che l’uomo è troppo presuntuoso, troppo preso di sé. Naturalmente, dice ancora il grande scienziato, il fatto che gli animali abbiano una coscienza “solleva dei problemi”. Forse l’uomo ha paura di fare altri passi in questa logica: riconoscendo una vita interiore agli animali, sarebbe costretto a inorridire per il modo con cui li tratta.
Lorenz mi ha parlato anche dell’infallibilità con cui gli animali conoscono subito le intenzioni di chi sta loro di fronte. Ma non c’è bisogno di scomodare tanta autorità, per commentare l’episodio del gorilla in questione. Solo una mente rozza o malata di dogmatismi, potrebbe dubitare delle buone intenzioni dell’animale. E i cani di Vienna, compresi quelli di Lorenz, non sono mai minacciosi per istinto o perché capiscono che la gente li ama e non farebbe loro mai del male?
In fondo l’etologia va confermando quello che Giordano Bruno aveva intuito con il suo genio filosofico, e cioè che tutti gli esseri viventi sono fenomeni diversi di un’unica sostanza universale. Traggono dalla stessa radice metafisica e la loro differenza è quantitativa non qualitativa o, per usare il linguaggio di Kant, fenomenica non noumenica. L’intelletto, che serve a intuire la relazione delle cose tra di loro, è comune, sia pure proporzionato ai bisogni, a tutti gli esseri viventi. Questo insegnano i grandi pensatori, a incominciare da Schopenhauer, e questo sostiene, in ultima analisi, Lorenz.
Sarebbe pura cecità considerare l’uomo come qualche cosa di completamente avulso dal resto del regno animale. La scoperta che gli animali mentono - per esempio i gracchi alpini e corallini, ma Lorenz mi ha parlato anche di altri animali - e quindi sono capaci di astrazione ha fatto cadere perfino il dogma che solo l’uomo avesse la facoltà di riflettere in abstracto.
La filosofia occidentale è troppo impregnata di teologia. Lo riconosceva perfino Nietzsche, che pure parlava e predicava come un prete capovolto. Il male è già all’inizio: “Crescete e moltiplicatevi, e popolate la terra, ed assoggettatevela, e signoreggiate i pesci del mare e i volatili del cielo, e tutti gli animali che si muovono sulla terra.” Signoreggiate, cioè opprimete, tormentate e uccidete tutti gli altri esseri viventi: parla così, un Dio? E non poteva anche risparmiarsi queste parole, dopo aver creato un essere malvagio come l’uomo? Lorenz, sia pure dopo una disamina di carattere storico, definisce “satanico” un simile comandamento.
Quale penoso contrasto con le sublimi parole che Buddha rivolse al suo cavallo quando lo lasciò libero: “Và! Anche tu, un giorno, sei destinato al nirvana”.
Questo episodio faceva tremare di commozione Schopenhauer e Wagner, ma non impressiona minimamente la corteccia cerebrale dei nostri filosofi-teologi. A loro è più congeniale Cartesio, che considerava gli animali delle semplici macchine.
Vicino a Lorenz si respira meglio sia scientificamente che moralmente. Proprio perché ha scandagliato come nessun altro la vita interiore degli animali, sa anche quale responsabilità morale questo comporti….(44)

Da un’intervista al mensile Natur del novembre 1988, tre mesi prima della sua morte, riportiamo queste parole di Lorenz:

Una volta lei ha detto di avere paura di un nuovo tipo di uomo circondato solo da cose brutte e tecnologiche. Arriviamo così alla questione della formazione culturale.
“Sì, io non vedo come sia possibile che una persona nata e cresciuta a New York possa capire la bellezza di una pulce d’acqua o di una salamandra maculata. La cosa più bella che ha visto è una Cadillac; quindi desidera una Cadillac. E non sa che esistono cose che incutono rispetto. Bisogna mettere i giovani nelle condizioni di poter provare rispetto….
Se vedo un essere vivente o addirittura una varietà di esseri viventi - per esempio una dafnia, una leptodora e altri tipi di pulci d’acqua - intuisco che sono membri di un unico albero genealogico, che incorporano un divenire. In tal modo mi è possibile un’intuizione dei milioni di anni passati. E questo è un fatto che suscita in me il più profondo rispetto”.
Rispetto per che cosa?
“Per il buon Dio, se vuole”
Ma allora lei è un credente…
“In un certo senso si è panteisti per natura. Il sistema periodico degli elementi è costituito in modo tale che la vita doveva nascere. Ma non credo nel “buon Dio” e meno ancora nel “Padre dei cieli”, non voglio fare parte di una Chiesa…” (45)

Psicoanalisi
Veniamo alla psicoanalisi. Dopo Copernico e Darwin, la specie umana non è più staccata dalla Natura, né al centro dell’Universo; almeno così doveva essere. Ma dopo la rivoluzione di pensiero iniziata da Freud, l’uomo non è più padrone neanche di sé stesso. Ci sono in noi forze, pulsioni, spinte di cui non siamo coscienti. Tutto ciò che ci accade o che facciamo risente di eventi che non ricordiamo minimamente.
Tuttavia il fondatore della psicoanalisi parlava sempre solo della persona umana come individuo autonomo e definito. Pensava che l’inconscio fosse individuale e cominciasse a “formarsi” alla nascita, o al concepimento.
Solo con la più profonda svolta operata soprattutto da Carl Gustav Jung si comincia a manifestare, anche nella cultura occidentale, l’idea dell’inconscio collettivo, di qualcosa che collega interiormente le varie individualità.
Più si va nel profondo, più la psiche si espande, più diventa collettiva e generalizzata, ancestrale o “archetipica”; comprende comunità sempre più ampie, classificazioni animali sempre più vaste, tutta la Vita, probabilmente la Totalità Universale.
Jung, pur usando le categorie concettuali dell’Occidente, aveva una profonda conoscenza delle filosofie orientali. Si comincia a parlare di fenomeni sincroni non-causali e a considerare altre dimensioni che non siano soltanto la sfera razionale e cosciente. Il concetto di persona autonoma che agisce sul mondo vacilla sempre più. Qualunque cosa facciamo, manipoliamo anche noi stessi: non c’è nessun “mondo esterno”.
Del resto l’idea che l’”io cosciente” sia un’entità autonoma e permanente è soltanto un pregiudizio. Il nostro ego non ha più potere sul complesso universale di quanto abbia un gabbiano in fuga di influenzare i venti e le tempeste. Questo non significa che siamo come fuscelli nel turbine. Il gabbiano può volare assecondando il vento e non contro di esso: può rifugiarsi nelle cavità delle rocce e non farsi sbattere contro la costa. Non siamo né “predestinati” né signori di noi stessi. Possiamo assecondare o meno il fluire universale, che ha una vita propria.
Per quanto riguarda alcuni studi recenti di psicologia transpersonale, riporto come esempio un brano di Stanislav Grof:

L’esistenza delle esperienze transpersonali viola alcuni dei presupposti e principi più basilari della scienza meccanicistica. Esse implicano concetti apparentemente assurdi, quali la natura arbitraria e relativa di tutte le barriere fisiche, le connessioni dell’universo di natura non spaziale, la comunicazione tramite mezzi e canali ignoti, la memoria senza substrato materiale, la non linearità del tempo, o la coscienza associata a tutte le forme di vita (compresi gli organismi unicellulari e le piante) e persino alla materia inorganica. (46)

Antropologia
La corrente principale degli studi di etnologia delineatasi negli ultimi secoli vedeva le altre culture come “primitive”, in attesa di raggiungere il livello della civiltà occidentale attraverso il progresso, fenomeno inarrestabile ed evidente per l’intera umanità. Tutte le culture umane erano destinate a progredire e quindi a diventare “occidentali”: per questo scopo occorreva aiutarle, insegnare loro come si fa a vivere bene.
Anche il pensiero corrente è in generale su queste posizioni. Non è stata ancora superata la concezione ottocentesca dell’europeo “civile” che va a studiare i “selvaggi” e ad aiutare “i primitivi”.
Fra le idee di minoranza, nate negli ultimi decenni e in fase di risalita, oltre a citare il pensiero di Levy-Strauss, di cui abbiamo già avuto occasione di riportare qualche brano e che non ha lesinato critiche alla superbia culturale dell’Occidente, indicherò la corrente di Marcel Griaule e Jean Servier, in cui il quadro di parità fra i modelli culturali umani acquista una connotazione ancora più definita, come si nota da qualche pagina conclusiva di un libro di Servier (anno 1967):

Il secolo 18° è stato il Secolo dei Lumi, nel quale pensatori di buona volontà hanno fatto progetti per migliorare il destino dell’umanità, credendo che fosse sufficiente educare “quelli là” per condurli a una condizione migliore.
Il secolo 19° l’ha seguito e gli eredi di quei pensatori hanno voluto migliorare la condizione dei popoli che sfuggivano ancora all’Occidente, senza chiedere il loro parere, rinnovando i tentativi, peraltro sempre votati all’insuccesso, dei despoti illuminati.
Come ha detto Madame de Genlis, “per civilizzare i selvaggi bisognerà sempre cominciare col dominarli, come bisogna cominciare col governare dispoticamente i fanciulli”.
Ogni secolo ha avuto i propri Enciclopedisti; il nostro ha gli economisti. Essi si sono chinati gravemente su questi Paesi considerati sottosviluppati, offrendo le proprie consulenze con il tono sentenzioso di un medico chiamato al capezzale di un malato. Poi è venuto l’ultimo missionario: l’Intellettuale, che vuol fare entrare i “Paesi sottosviluppati” nella Storia, senza mai essersi domandato, nel suo sciocco orgoglio, quale posto occupa l’Occidente nella storia dei Bambara, dei Moi o degli Eschimesi. Anche l’Intellettuale vuole civilizzare i selvaggi, cioè renderli simili a sé; anche lui tenta di dominarli, come può. In fondo, disprezza i popoli del “Terzo Mondo” così come sono: li accetta solo nella misura in cui si sottomettono e capitolano ancora una volta davanti al pensiero occidentale più intransigente che mai.
Nessuno di questi “eroi civilizzatori”, ingenui oppure odiosi, si è domandato se non sia ridicolo proporre la civiltà occidentale come la sola possibile, se questo non sia tanto assurdo quanto offrire all’eremita del Monte Athos un posto in una fabbrica e due stanze più servizi, per una esistenza più “razionale”, “progressista” e “civile”.
Nessuno di questi professionisti del pensiero riesce ad ammettere che la macchina, come il nostro sistema di produzione e di consumo, è un criterio esclusivo della civiltà occidentale in un dato momento della sua esistenza: un criterio relativo, come la ruota, il tornio del vasaio, il boomerang o il gioco delle carte, che non sono mai l’indice innegabile di un punto d’arrivo del pensiero umano.
Vi è anche il “Quarto Mondo”, quello di cui nessuno si cura, così come agli Stati Generali i signori del Terzo Stato non si preoccupavano degli interessi dei contadini che lavoravano le loro terre. Vi sono i tatuati, i piumati, i nudi, messi ai margini dell’umanità, sfruttati da tutti, anche dal “Terzo Mondo”; popoli i cui nomi compaiono soltanto nei musei di etnografia. Questi non hanno altra scelta che quella di morire: si spengono a poco a poco inesorabilmente, davanti alla civiltà occidentale, come sono scomparsi certi animali senza difesa o troppo ornati.
Così l’Occidente ritaglia l’umanità secondo la propria struttura, stroncando civiltà in fiore, gettando via deliberatamente tesori di conoscenza e di pensiero. Non abbiamo mai compreso che questo sottosviluppo ostinato di interi continenti o anche di regioni europee è in realtà la grossa valvola di sicurezza dell’umanità, una valvola che protegge i soli uomini capaci di sopravvivere quando gli ascensori si bloccano e le panetterie sono chiuse.
Molti casi della nostra civiltà dovrebbero farci misurare l’orgoglio dell’Occidente, che ammette soltanto il sottosviluppo materiale.
Mi domando quale sociologo accetterebbe di studiare il sottosviluppo intellettuale e morale della civiltà occidentale in questa fine del secolo ventesimo. Saremmo disposti ad accettare che filosofi oceaniani, africani o asiatici si preoccupassero per l’aumento delle malattie mentali e della criminalità in Occidente o che ci proponessero un piano metodico che tendesse a fare di noi delle popolazioni “in via di sviluppo”?
Abbiamo deciso di ignorare il nostro enorme passivo, per proporci come modello al resto del mondo, un po’ per vanità, ma soprattutto per interesse. Siamo i “benestanti” e per questo abbiamo tutti i diritti sul resto dell’umanità. Abbiamo deliberatamente falsato l’equilibrio economico e umano delle civiltà tradizionali e abbiamo trascinato il resto dell’umanità dietro a noi, nella nostra lotta senza fine per conquistare i beni di questo mondo.
Nessun moralista ha mai posto il problema della responsabilità dell’Occidente in questa creazione di bisogni artificiali, che mascheriamo sotto il nome di “civiltà” o di “tenore di vita”, che ha l’unico scopo di far lavorare le nostre fabbriche.
Sul piano umano ci siamo imposti come esempio al resto del mondo. La colonizzazione è stata sempre soltanto la volontà di provocare deliberatamente dei mutanti intellettuali sotto l’etichetta del progresso morale: essa prosegue la sua opera inesorabilmente, molto dopo che le armi sono state deposte…
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Il Grande Consiglio d’Onondaga non riuscì più a imporre la sua autorità e le strutture tradizionali affondarono, minate dall’oro dell’uomo bianco. Nel 1666 i missionari gesuiti si lamentano perché gli irochesi percorrono fino a ottocento chilometri per ottenere un bidone di “acqua-di-fuoco”. I villaggi sono abbandonati, i campi restano incolti. La guerra al servizio dell’uomo bianco è diventata un mestiere in cui si perde una popolazione intera.
Altrove, è stata la carità dell’uomo bianco ad essere mortale.
“Il bianco fornisce tutto e risponde a tutto. Distribuisce prodotti già fatti. Gli uomini, pigiati in capanne sempre più ripugnanti, muoiono aspettando la distribuzione successiva. Ciò che resta del gruppo non è che morte e malattia, ciò che resta di speranza è tutto rivolto verso l’esterno”.
A ciò si aggiunga il desiderio di uguagliare gli occidentali, che costringe al lavoro e all’umiliazione (sempre meno sentita con il passare del tempo) delle distribuzioni, dei doni, del mantenimento gratuito.
“Trovando più facile domandare che cercare, si degradano progressivamente alla condizione di mendicanti”. Questo atteggiamento, mal sopportato all’inizio, è diventato un’abitudine e poi una politica.
Lo spirito di conquista, la volontà di potenza, sono la misura di una qualsiasi riuscita?
Se gli oceaniani avessero avuto un’ambizione analoga alla nostra, nessuno avrebbe loro impedito di sbarcare in Europa come dei nuovi vichinghi, sulle loro piroghe a bilanciere. Quale rinascimento avrebbe potuto resistere alle frecce intinte nel curaro, lanciate con cerbottane venute dall’Amazzonia?
La nostra civiltà avrebbe indietreggiato davanti alla minaccia nascosta nelle foreste dell’Europa abitate da strane popolazioni capaci di viverci. Le nostre alte mura non ci avrebbero protetto per molto tempo contro uomini nudi, silenziosi, agili e affamati.
La storia classica ha conservato il ricordo di periodi durante i quali un sovrano ha potuto imporre la propria dominazione grazie a una casta guerriera omogenea. Questo dominio in genere ha toccato rapidamente i propri limiti nello spazio e nel tempo.
Gli imperi di Ninive, d’Assur, di Micene o d’Egitto hanno oscillato attorno a un medesimo centro di gravità geografico, coprendo periodi più o meno lunghi.
Gli imperi persiani e l’impero di Alessandro sembrano i primi a essere usciti dalle loro aree di civiltà e ad avere vissuto solo pochi anni, talvolta, come l’impero di Alessandro, lo spazio di una vita umana.
Tutti erano già prefigurazioni della civiltà occidentale per la loro volontà di egemonia, e anche per la loro profonda coscienza di essere dei punti di arrivo, di possedere tutte le tecniche, tutte le raffinatezze, tutta la “civiltà” di un’epoca.
Ogni volta, questi regni della materia hanno trascinato con sè un indebolimento dei valori spirituali, dando all’uomo la conquista dei beni di questo mondo come unico scopo della vita terrena.
In ciò l’Occidente del secolo ventesimo non è che un punto culminante, non un fenomeno nuovo. Esso è andato più lontano di tutti gli altri imperi, asservendo l’intera umanità, dominando il mondo materiale, perpetuandosi nel tempo, realizzando i più folli e crudeli sogni di potenza assopiti nell’uomo e finora repressi.
Il ricordo delle stragi di massa perpetrate in Occidente e dall’Occidente in questo secolo ventesimo è ancora in ogni memoria; è inutile ricordare i fatti.
Nessun popolo tecnicamente arretrato, nessun “selvaggio” nudo e tatuato ha mai concepito che si possa calpestare la dignità umana al punto di arrivare all’abominio delle camere a gas, ai campi di concentramento, ai corpi umani trasformati in concime o in sapone.
L’Occidente è stato trascinato dalla guerra nel più profondo dell’abisso, verso il compimento della spirale discendente, il fondo della materia. E’ difficile sostenere ancora le teorie secondo cui la civiltà occidentale segna una qualche evoluzione cronologica verso il bene o verso una presa di coscienza della persona umana moralmente più efficace.
Ripensando a questo dramma, le cui tracce sono ancora sensibili nel nostro ricordo, è difficile affermare che la civiltà occidentale è il bene supremo dell’umanità, il suo logico punto d’arrivo, materiale e metafisico. E’ impensabile fare della guerra voluta dall’uomo l’agente di un qualsiasi perfezionamento, a meno di vedere il mondo a rovescio e di considerare la caduta come un’ascesa….
Immaginiamo che domani i nostri scienziati sbarchino sulla Luna, navighino da un pianeta all’altro, realizzino la sintesi della vita e scoprano contemporaneamente, con l’elisir di giovinezza, un rimedio contro tutte le malattie: che cosa ne guadagneremmo? Uomini che non sono capaci di collocare un’eccedenza di patate come sapranno impiegare il soprappiù di vita umana che verrà loro offerto? (47)

Forse queste pagine di Servier sono eccessivamente dure verso la civiltà occidentale, che deve considerarsi un modello culturale alla pari degli altri e non qualcosa di diverso, né superiore, né inferiore. Ma si può comunque farne qualche considerazione.
Come abbiamo visto, non esistono “primitivi” ma solo modelli diversi: non ci sono i “selvaggi” che passano le giornate pensando solo a procurarsi il cibo e a far l’amore, ma culture dedite soprattutto alla percezione dell’”invisibile”, cioè dell’unità spirituale con la Vita e con tutta la Natura. Le concezioni europee degli ultimi secoli, derivate dai Greci, dai Romani e dal mondo ebraico, sono soltanto l’espressione della superbia dell’Occidente, al seguito della sua schiacciante potenza materiale, ottenuta a prezzo di un’estrema povertà di percezione cosmica e causa di nevrosi e di angosce.
In sostanza, la causa dei nostri guai è il distacco psicofisico dalla Natura, alla quale apparteniamo.
Anche l’attuale problema razziale viene abitualmente visto con un’ottica che non può portare ad alcun risultato. Infatti il razzismo e l’antirazzismo hanno in sostanza la stessa matrice, cioè l’idea di fondo che si tratti di razze diverse che possono, o non possono, convivere nel mondo “moderno”.
Ma se guardiamo il fenomeno sotto un’angolazione più ampia e in un arco temporale di qualche secolo, l’arrivo di “razze diverse” appare come il riflusso di individui sbandati le cui culture originarie sono state distrutte.
Si tratta cioè dei residui di scontri squilibrati fra modelli di vita: l’Occidente ha distrutto le culture originarie in Asia, in Africa e nelle Americhe; i figli di queste ex-culture, occidentalizzati, vanno a cercare di soddisfare i nuovi “bisogni”, o i nuovi non-valori, al margine del modello loro imposto.
L’Occidente ha portato uno spaventoso eccesso di popolazione umana sulle ceneri delle altre culture, e questa eccedenza di persone, occidentalizzate, si riversa dove può. Un africano con in mano un accendino costruito in serie in una fabbrica o un mitra che esce da una catena di montaggio non è più un Bantù o un Bambara, è l’Occidente.
Anche le Nazioni e i Governi del cosiddetto Terzo Mondo sono già l’Occidente, essendo istituzioni tipiche di questa cultura: è anche così che l’Occidente distrugge quanto resta delle civiltà tradizionali di quelle terre.
Il problema cosiddetto razziale non esisterebbe se si fossero conservate la diversità e la distribuzione geografica e ambientale delle culture umane e non ci fosse stata l’espansione mondiale di un’unica cultura egemone.
Nel cosiddetto Terzo Mondo la degradazione che vediamo non è dovuta, come si vuol far credere, “al sottosviluppo e alla povertà”, che sono concetti esclusivi della civiltà occidentale, ma è causata dalla distruzione delle culture originarie.
Tutto questo naturalmente non deve far pensare che vi sia necessariamente “colpa” intenzionale e cosciente da parte di qualcuno, ma solo un fluire incessante di eventi dovuti al prevalere o meno di determinate scuole di pensiero.


________________
Note

(35) Jean Servier – L’uomo e l’Invisibile – Ed. Rusconi, 1973.
(36) Henry Laborit – Dio non gioca a dadi – Ed. Eleuthera, 1989.
(37) Jacques Monod – Il caso e la necessità – Ed. Mondadori, 1970.
(38) François Jacob – La logica del vivente – Ed. Einaudi, 1971.
(39) I.Prigogine e I.Stengers – La Nuova Alleanza – Ed. Einaudi, 1981.
(40) Gregory Bateson – Verso un’ecologia della mente – Ed. Adelphi, 1976.
(41) Termine sanscrito intraducibile, che significa “l’azione” o “la conseguenza delle azioni”. E’ una specie di “destino” ma dovuto ad azioni compiute in precedenza e non imposto dall’esterno. Il karma è una forza naturale, essenzialmente inconscia e non pianificata. Il modello e la natura di qualsiasi complesso dipenderebbero dal karma collettivo degli esseri senzienti e delle loro relazioni. Il karma si può definire come il processo causale che lega ogni azione a cause precedenti e ai risultati che devono derivare da esse.
(42) Fritjof Capra – Verso una nuova saggezza – Ed. Feltrinelli, 1988.
(43) Rupert Sheldrake – La rinascita della Natura – Ed. Corbaccio, 1994.
(44) Anacleto Verrecchia – Lorenz: anche le bestie hanno un’anima – articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa dell’8 settembre 1986.
(45) Traduzione dal periodico Natur, novembre 1988.
(46) Stanislav Grof – Oltre il cervello – Ed. Cittadella, Assisi, 1988.
(47) Jean Servier – L’uomo e l’Invisibile – Ed. Rusconi, 1973.

Fonte: Pubblicazione "Ecologia profonda" - Pangea edizioni, 1996
 

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