07/11/2006 Ecologia profonda  
L'Ecologia profonda e l'ecologia

“Siamo diventati una specie che non è più in equilibrio coevoluto con il proprio ambiente”
(Chapman & Reiss, 1994).


I gravi squilibri ambientali connessi allo straordinario sviluppo demografico del nostro pianeta hanno posto in primo piano lo studio dell’ecologia, una scienza che si occupa appunto della relazione intercorrente tra l’ambiente e la somma degli organismi viventi, sia sotto specie animale che vegetale. Si sa che la natura, quando non viene turbata, provvede da sé stessa a mantenere in equilibrio il rapporto tra essere viventi e ambiente circostante (ecosistema), un equilibrio in continuo mutamento che si basa essenzialmente sulla catena alimentare che vede le piante al primo livello, gli erbivori al secondo, i carnivori al terzo; il passaggio dal primo al terzo livello può essere descritto graficamente come una “piramide” energetica. E’ da notare altresì che le spoglie vegetali e animali vengono decomposte dai degradatori, o microconsumatori (batteri, funghi) in sostanze inorganiche, e rimesse in circolo.
“Stupisce che la stessa ecologia, una delle discipline contemporanee più organiche, abbia un modo di pensare così poco organico. Mi riferisco al bisogno di derivare dall’interno le differenze, una cosa dall’altra: ciò che è maturo da ciò che è in embrione, le cose più complesse da quelle più semplici. Insomma, mi riferisco a un modo di pensare biologicamente, non deducendo semplicemente le conclusioni dalle ipotesi, come si usa in matematica, o limitandosi a registrare e classificare dei fatti. Ecologisti o ragionieri, poco importa: tutti tendiamo a condividere il modo di ragionare che oggi prevale, e che è soprattutto analitico e classificatorio, piuttosto che processuale , evolutivo. I modi di ragionare analitici, classificatori e deduttivi funzionano perfettamente, quando si deve smontare o rimontare il motore di un’auto, o costruire una casa, ma sono del tutto inadeguati, se si vogliono individuare le fasi che costituiscono un processo, ciascuna concepita nella sua integrità, ma anche come parte di un continuum in perenne evoluzione.... “. (M. Bookchin, in AA.VV., 1987).
Appare perciò evidente che il nostro pianeta è governato dal principio dell’equilibrio dinamico evolutivo (meccanismi a volte non lineari, a volte caotici oppure stazionari o ciclici - R. May, in Bologna 1997) per cui qualsiasi turbamento arrecato a quella naturale “relativa armonia” è apportatore di gravi, spesso irreparabili conseguenze. Muovendo da una siffatta constatazione è facile comprendere quale può essere l’ampiezza della devastazione causata dall’attività dell’uomo che a ragione è stato definito “il più catastrofico agente antiecologico che mai sia comparso sulla Terra” (Mainardi, 1973). Infatti l’uomo interferisce in mille modi sull’ambiente, alterandolo sia direttamente, come accade quando distrugge un bosco o saccheggia il letto di un fiume, sia indirettamente, come avviene quando libera nell’atmosfera enormi quantità di sostanze chimiche, quali vapori di mercurio e di piombo, idrocarburi, amianto, DDT, sostanze solforose e azotate, o quando scarica nei fiumi tonnellate di detergenti, di rifiuti di ogni tipo, o di prodotti tossici che defluendo in mare modificano o distruggono la flora e la fauna marina. “.....Costruiamo dighe ed oleodotti ostacolando il libero spostamento degli animali; pavimentiamo la terra e costruiamo bacini, alterando l’equilibrio idrico....; diboschiamo inconsultamente favorendo le inondazioni e l’impoverimento degli ecosistemi; rischiamo di modificare in modo irreversibile i cicli naturali......; invadiamo l’ambiente con i contaminanti radioattivi......” (Mainardi, 1973).
Si può dunque ben dire che il pianeta è alle soglie di una vera e propria mutazione ambientale, quasi che l’umanità non valutasse con la dovuta attenzione il pericolo di autodistruzione. Non ci sembra che ceda ad un gratuito catastrofismo chi prevede che un futuro carico di incognite si presenterà innanzi alle generazioni venture ove non vengano adottate a livello mondiale nuove regole di stile di vita e di economia basate su un equilibrio stazionario ed armonico anche se in continuo mutamento. Quando la dominanza assoluta di un’unica specie sul pianeta Terra non viene controbilanciata da una serie di forze “uguali e contrarie”, si determina inevitabilmente lo strapotere e l’arroganza del dominatore (l’Homo sapiens appunto) che in breve conduce se stesso e la natura tutta verso la totale annientazione. L’uomo in fondo è una sorta di “mostro” che, preso il sopravvento sull’intero pianeta, ne determina la totale sottomissione e distruzione. Nietzsche (in Hosle 1992) ricorda che: “gli esseri razionali che commettono l’errore di interpretare se stessi come soggettività sovrane devono necessariamente autodistruggersi”.
Scrivono Chapman & Reiss (1994): “La constatazione che con il nostro comportamento irresponsabile stiamo distruggendo le specie, gli habitat e forse persino il sistema di sostentamento della vita del pianeta è un pensiero deprimente. Però, abbiamo le conoscenze necessarie per renderci conto di ciò che stiamo facendo e per capire ciò che dovremmo fare per arrestare il declino e porre rimedio alla situazione. Ecco dove l’ecologia entra nel quadro”.
A proposito delle basi di una educazione ecologica annota Capra (1997): “Ricongiungersi alla trama della vita significa edificare e mantenere comunità sostenibili, in cui possiamo soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza ridurre le opportunità per le generazioni future. A questo scopo possiamo apprendere lezioni preziose dallo studio degli ecosistemi, che sono società sostenibili di piante, animali e microrganismi. Per capire queste lezioni, dobbiamo apprendere i principi di base dell’ecologia. Dobbiamo diventare, per così dire, ecologiocamente istruiti. Essere ecologicamente istruiti, o “ecocompetenti”, significa comprendere i principi di organizzazione delle comunità ecologiche (ecosistemi) e usare quei principi per creare comunità umane sostenibili. Dobbiamo dare nuovo vigore alle nostre comunità - comprese le comunità educative, economiche e politiche - così che i principi dell’ecologia si manifestino in esse come principi di educazione, amministrazione e politica ......
Mentre il nostro secolo sta ormai per concludersi e andiamo verso l’inizio di un nuovo millennio, la sopravvivenza dell’umanità dipenderà dal nostro grado di competenza ecologica, dalla nostra capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi”.
Purtroppo il nostro distacco dalla natura, venuto progressivamente alla luce forse anche a causa dello sviluppo del pensiero astratto, del linguaggio, della “cultura”, ci ha indotto ad operare in maniera del tutto irresponsabile, creando una struttura sociale e vitale completamente disgiunta dalla realtà naturale (dualismo) che è il contenuto del nostro esistere. Di qui la necessità, proprio utilizzando quel pensiero che ci ha portato al “baratro”, di riapprendere intellettivamente i principi della vita e degli ecosistemi. Principi che erano spontaneamente nostri quando vivevamo coevoluti con il respiro della natura, principi che le “semplici” piante o i tanto “sottosviluppati” e vituperati animali hanno nel loro essere vitale. Noi ora, con sforzo e forse con paradosso, dobbiamo metterci a “studiare” per riconquistare ciò che abbiamo perduto, nella speranza di rendere sostenibile una realtà sociale che non ha nulla di sostenibile con la natura e quindi con il futuro. Il principio di questo studio è valido, ma avrà un vero e reale riscontro nella realtà? Il distacco dalla natura delle categorie politiche, religiose ed economiche è ancora troppo grande, e l’alienazione dell’antropocentrismo non fa certamente parte del pensiero quotidiano. Forse gli ecosistemi naturali non sono in grado di attendere i nostri “passi di comprensione”, la fine del tutto avverrà purtroppo molto tempo prima!
Aldo Leopold sul finire degli anni quaranta poco prima di morire “aveva terminato il suo famoso saggio The Land Ethic che, più di qualsiasi altro saggio, segnò l’inizio dell’Era ecologica e che veniva considerato come la descrizione più concisa della nuova filosofia ambientale; esso univa un approccio scientifico alla natura, un alto livello di raffinatezza ecologica e un’etica comunitaria biocentrica che sfidava l’atteggiamento economico dominante nei confronti dello sfruttamento del territorio” (Worster, 1994). Sempre Worster (1994), a proposito di Leopold scrive che “Uno dei saggi di Sand Conty Almanc dal titolo Storia naturale - La scienza dimenticata, rappresenta un appello al ritorno all’educazione all’aperto, olistica, ad uno stile scientifico aperto ai dilettanti e agli amanti saggi della natura, più sensibile al ‘piacere di essere immerso in una natura selvaggia’. Nei laboratori e nelle università si insegnava che ‘la scienza è al servizio del progresso’; essa faceva lega con la mentalità tecnologica che regimentava il mondo inseguendo il progresso materiale e doveva quindi essere trasformata insieme alla tendenza manageriale........ Nella prefazione del Sand County Almanac aveva scritto: ‘La conservazione ambientale non sta approdando da nessuna parte poiché è incompatibile con il nostro concetto abramico della terra. Sfruttiamo la terra perché la consideriamo come un bene di consumo che ci appartiene. Quando la considereremo come una comunità alla quale apparteniamo inizieremo a sfruttarla con amore e rispetto’ ”.
Malgrado l’impegno non è possibile, citando il grande E. Goldsmith (1997), concludere con una nota positiva: “L’uomo moderno sta rapidamente distruggendo il mondo naturale dal quale dipende la sua sopravvivenza. Ovunque, nel nostro pianeta, il quadro è lo stesso: foreste che vengono tagliate, paludi prosciugate, barriere coralline estirpate, terreni agricoli erosi, salinizzati, desertificati, o semplicemente coperti di cemento o d’asfalto. L’inquinamento è ora generalizzato: ne sono colpite le falde acquifere, i torrenti, i fiumi, gli estuari, i mari e gli oceani, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo......
Distruggendo in tal modo il mondo naturale, stiamo progressivamente rendendo meno abitabile il nostro pianeta. Se le tendenze attuali persisteranno, può darsi che in non più di pochi decenni esso non sarà più capace di sostenere forme complesse di vita. Questo può suonare esagerato; purtroppo, è fin troppo realistico”.



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