21/04/2006 Conservazione  
La conservazione dell'Orso bruno


Introduzione

Al di là del suo grande rilievo naturalistico l’Orso bruno è universalmente considerato un simbolo di forza e di dominio, tanto che molti Paesi si sono appropriati della sua immagine per rappresentarla sulle bandiere o sugli stemmi. Ma, né la connaturata fierezza del plantigrado, né l’alone di leggenda che lo circonda, hanno potuto preservarlo da una secolare, sistematica persecuzione che è stata sul punto di minacciarne l’esistenza stessa. Se si pensa che l’Orso (come molti altri predatori) era in tempi non troppo lontani ancora iscritto tra le specie “nocive” da distruggere con ogni mezzo (trappole, fucilate, bocconi avvelenati, ecc.), ci si rende conto del grande rischio di estinzione che la specie ha corso. Fortunatamente negli ultimi decenni, grazie alle pressioni esercitate dal mondo scientifico e dalle associazioni protezionistiche, molti Paesi hanno adottato provvedimenti per la sua salvaguardia. Permangono tuttavia gravi pericoli per la sopravvivenza dell’Orso bruno (vedasi Appennino centrale e il distretto alpino), derivanti non solo dalle uccisioni di frodo, ma anche dalla manomissione del territorio montano reso sempre più accessibile (leggasi turismo); in tal modo larghe parti del territorio hanno definitivamente perso la tranquillità e la pace, requisiti essenziali per la vita del plantigrado; una realtà del genere non farà altro che insidiare gravemente la libera esistenza dell’Orso bruno e porrà a repentaglio le ultime vestigia del suo habitat.

E' dunque essenziale per la tutela di specie animali o vegetali, e nel nostro caso dell’Orso bruno, proteggere attivamente gli ambienti nel loro insieme. Ma il mondo naturale potrà avere un avvenire? La risposta parrebbe essere negativa, perché l’uomo è ormai prigioniero di un modello di sviluppo che comporta irreparabili squilibri ambientali ed è, per di più, protagonista di una paurosa esplosione demografica che gli ha fatto superare ormai da tempo il limite massimo del rapporto numero individui-carico ambientale. A ciò si aggiunge che una gran parte della popolazione del pianeta conduce un tenore di vita che comporta l’uso di una quantità enorme di energia nonché il consumo di preziosi metalli che si avviano ad un progressivo impoverimento.
Il degrado ambientale è arrivato a sì alto livello ed i problemi sono a tal punto complessi che, ipotizzare una loro soluzione all’interno di un solo Paese significa consumarsi in uno sforzo velleitario, giacché il degrado è, per così dire, ecumenico e non s’arresta davvero innanzi alle barriere doganali. Infatti è necessario osservare che il degrado non è uniformemente distribuito sul pianeta, in quanto esso presenta una distribuzione che potremmo definire a “macchia di leopardo”; sarebbe comunque una fallace speranza quella che intendesse ricostituire l’equilibrio ecologico generale mediante provvedimenti che curino le “macchie” caso per caso, poiché occorre al contrario che l’influenza negativa esercitata dalle attività umane sull’equilibrio ambientale venga drasticamente ridotta dappertutto.
Occorre poi sgombrare il campo degli studi naturalistici da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in un grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo. Cade in grave errore chi dice, ad esempio, “ se continua la distruzione delle foreste il danno si ripercuoterà sull’uomo”...” se si continua ad avvelenare i campi anche l’uomo ne resterà avvelenato”. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si ripresenti ognora il nostro inveterato antropocentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della vita sulla Terra (visione olistica). La regola deve tendere a salvare un bosco secolare non per l’uomo, ma per il bosco stesso; alla fine anche l’uomo se ne avvantaggerà, ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. La wilderness deve essere preservata per il suo valore in sé! Scrive a tal proposito Franco Zunino: ".....L'uomo deve rispettare la natura per il suo valore in sè, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il 'diritto' della sua presenza".
Le nostre azioni distruttive sono molteplici e quasi mai si comprendono appieno le implicazioni connesse agli interventi che turbano l’equilibrio naturale: se ad esempio l’uccisione di un’Aquila reale da parte di un bracconiere costituisce una drammatica ferita all’ambiente, una turbativa ancora maggiore è insita in quegli atti che, nel modificare l’ambiente in sé stesso, determina, col tempo, la scomparsa di tutte le Aquile nel territorio esaminato. Queste considerazioni sull’Aquila reale ci portano a riflettere ancora sull’interconnessione dei problemi ambientali. In natura non esistono fenomeni vitali che esauriscono in sé stessi la ragione di essere; tutti i fenomeni sono concatenati tra loro, un po’ come accade per le singole scansioni musicali di una sinfonia. Tenuto fermo tale principio, è del tutto intuitivo che in un siffatto concerto naturale l’assetto territoriale eserciti un’incidenza che sovrasta gli altri fattori, a simiglianza di quanto accade col “leit-motiv” di un testo musicale.
In natura ogni specie svolge la propria parte all’interno di un processo dialettico che tende al conseguimento di uno stato di equilibrio; questo non è ovviamente perenne, ed ha in sé stesso la capacità di assestarsi sui parametri che via via si andranno definendo. E' da notare che ogni singola specificità biologica, allorché entra nel processo evolutivo che determinerà il punto di equilibrio dell’ecosistema, assume un suo ruolo ben definito. In teoria anche l’uomo dovrebbe partecipare al processo evolutivo a parità di diritto con le altre specie, sia animali che vegetali, ma ciò in realtà non accade perché l’uomo, a causa del suo sviluppo intellettivo è, tra l’altro, in grado di modificare e stravolgere l’assetto del territorio mediante opere gigantesche, come - ad esempio - le dighe che sbarrano i fiumi, le autostrade lunghe migliaia di chilometri, il prosciugamento dei laghi, la costruzione di città; a ciò si aggiunga che, forte della sua sofisticata tecnologia, l’uomo ha la possibilità di sterminare, nel volgere di un breve arco di tempo, qualsiasi altra forma vivente. L'uomo è dunque uscito dall'armonico rapporto con le risorse naturali e, autonomamente, ha accresciuto la propria popolazione e le proprie necessià a totale scapito della natura.
Da queste considerazioni appare chiaro che, attesa la estrema gravità del degrado ambientale, occorre intervenire radicalmente, senza compromessi, ponendo la salvaguardia dell’ambiente in posizione preminente rispetto a qualsiasi altro interesse; ciò può essere conseguito solo attivando una diversa corrente di pensiero che ha alla base una volontà opposta a quella attuale: quella di conservare. Ma solo se si acquisisce nella coscienza questa nuova forma mentis, si potrà veramente proteggere la natura e quindi in fondo anche noi stessi, altrimenti nessuna legge o coercizione impositiva potrà garantire una vera e reale salvaguardia dell'ambiente. Fin quando non considereremo per esempio un bosco o qualsiasi altra risorsa naturale come qualcosa di "unito" a noi e al tutto, nessun risultato o protezione di un territorio avrà valore e sopratutto concretezza.
E' triste doverlo ammettere, ma l'impatto che l'uomo esercita sul territorio è in drammatica contrapposizione con le esigenze dell'economia naturale (che domina è sempre l’economia umana). Sarebbe auspicabile pervenire ad una sostanziale riduzione della pressione demografica, ma un tale auspicio si colora purtroppo di folle utopia. Ridurre drasticamente la pressione demografica: un grande atto di altruismo verso la natura (ma anche verso noi stessi), è questo il precetto che ognuno di noi dovrebbe imparare a memoria, ma sappiamo bene che l'invocazione ha poche possibilità di essere ascoltata. E' inutile discutere sulla riduzione dei consumi, sull'inversione delle tendenze o sul controllo dell'inquinamento: sono solo parole che vanno via con il vento. La realtà è un crudo “aut-aut”, o si ridimensiona l'uomo o la natura. E' l'uomo che deve addattarsi alle esigenze della natura e non viceversa. La natura deve essere salvata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse, materiale, spirituale o etico che sia.
Fin quando l'umanità persevererà nell'attuale modello di sviluppo, gli animali selvatici vedranno ridurre il proprio spazio vitale giorno dopo giorno per fare posto al "signore uomo" re del creato. “Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold).
Solo la totale scomparsa dell'antropocentrismo salverà la vita sul pianeta terra! Ogni altro compromesso sarà destinato a fallire. E ancora “C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia” (Robert Marshall).
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla protezione della natura (perché è l'uomo che la distrugge e quindi è lui che deve conservarla), a meno che non si voglia considerare l'uomo alla stregua di una semplice componente del materialismo dialettico, a cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire l'ambiente naturale tramandatoci dalla biblica "creazione": solo questo potrebbe essere in chiave ironica l'essenza della filosofia antropocentrica. John Muir giustamente asseriva che la “civiltà” non può prescindere dalla wilderness, la natura selvaggia ed incorrotta.
A commento di queste osservazioni vorremmo porre in rilievo, concludendo con l’Orso bruno, che dietro la superba fierezza e l’ammirata energia del plantigrado si cela in realtà una natura di insospettata fragilità, fragilità che d’altronde si ritrova nell’intero ecosistema, tutto incentrato su un equilibrio casuale estremamente sensibile a tutto ciò che turba “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

La conservazione dell’Orso bruno

“Vorremmo che tutti voi sentiste la tristezza che muove oggi questi animali, la perdita dell’antica fierezza, il cercarsi e contarsi affannoso tra i boschi per poter appagare i bisogni essenziali, i motivi stessi dell’esistenza, una ricerca disperata, infruttuosa, tra individui di una specie che va scomparendo, preludio ad una malinconica ed eterna solitudine.
Ascoltate questo richiamo e seguite le sorti di questo animale, la cui sopravvivenza è radice di una Natura selvaggia ma anche dignitosa e giusta; una Natura in cui l’uomo può ancora gustare i frutti del conoscere non programmato, dell’avventura, nella dolcezza dell’equilibrio biologico, bisogni antichi ma mai spenti in noi. Al di là della giustezza delle nostre riflessioni, dell’impostazione che ad esse abbiamo dato, oggi quel che desideriamo è che ognuno di noi riservi dentro di se un piccolo posto per l’Orso bruno”
(La Pietra, 1985).

E’ stato necessario aprire questo paragrafo con parole soffuse di melanconico pessimismo, per evidenziare il grave stato in cui versa la specie in molti paesi in cui è ancora presente (NB. Facciamo presente che in questo documento, anche se faremo qualche cenno sulla situazione dell'orso in trentino, ci occuperemo quasi esclusivamente dell'Orso bruno marsicano). In Europa, nell’era preistorica, fatte le dovute eccezioni, l’area occidentale era praticamente occupata per intero dall’orso bruno, mentre attualmente la sua presenza è concentrata soprattutto nella parte orientale del continente. In quella occidentale, infatti, oggi sopravvive con relitte popolazioni isolate ed a bassa densità (Osti, 1994). Anche nel resto del mondo la popolazione è in generale contrazione tanto che la specie si è estinta in molti distretti di presenza (p.e. negli Stati Uniti, escludendo lo stato dell’Alaska, sopravvivono forse meno di un migliaio di individui).
Per quanto attiene alla popolazione italiana la situazione è drammatica. In Italia infatti l’orso bruno sopravvive con due popolazioni nettamente isolate: una vive in Trentino Alto Adige (orso bruno delle Alpi) e un’altra, in gravissimo pericolo, in Abruzzo e località limitrofe (orso bruno marsicano) (Osti, 1994 - Zunino, 1976,1981,1983,1984, 1984a - Boscagli, 1988). Negli ultimi decenni la specie è sporadicamente segnalata anche nelle Alpi orientali, con particolare riferimento al Tarvisiano (zone di confine con l’Austria) e al Carso triestino, con una apparente lenta ricolonizzazione di esemplari provenienti dalla Slovenia, rioccupando così aree già storicamente abitate dall’orso bruno (Zunino, comunicazione personale - Boscagli, 1988 - Osti, 1994). Sembra comunque prematuro parlare di popolamenti stabili (Boscagli, 1988) anche se negli ultimi anni il fenomeno pare mantenersi costante e forse in crescita (ricolonizzazione della Carinzia e di parte della Stiria con una popolazione già in grado di riprodursi - WWF, 1997). La popolazione trentina, localizzata nella parte occidentale della regione in corrispondenza del gruppo montuoso del Brenta (territorio del Parco Naturale Adamello-Brenta), ammontava sul finire degli anni '90 del secolo scorso a 4-6 individui (Osti, 1994 - Forse anche meno, Groff, 1997 comunicazione personale) (sul finire degli anni ottanta erano stimati 13-15 esemplari), quindi nettamente al di sotto del potenziale minimo di ripresa della popolazione e in netto regresso. Questo nucleo, ultimo superstite della nutrita popolazione che un tempo abitava l’intero arco alpino, poteva considerarsi quasi estinto. Tuttavia dal 1999 al 2002, nella zona trentina si è provveduto ad una operazione di reintroduzione, e secondo le più recenti stime oggi la popolazione ammonta all'incirca intorno a 40/50 individui. Fondamentale per garantire una ulteriore ripresa è quella di provvedere ad un’assoluta tutela degli habitat in cui la specie rivive tutt'ora (quest’ultimo punto è però dubbio! Sappiamo, parlando in generale, la "protezione spettacolo" dei vari territori). Comunque la situazione trentina, anche se con le operazioni di reintroduzione, ha raggiunto un discreto numero, è necessario operare attivamente per il raggiungimento di una popolazione "ottimale" che possa garantirsi la sopravvivenza futura e lo sviluppo (cosa non certa).
La popolazione abruzzese (Appennino centrale, includendo oltre all’Abruzzo anche le regioni limitrofe di Lazio e Molise), considerata dagli studiosi una particolare sottospecie dell’Ursus arctos (il fatto sembra praticamente certo) conta ancora una quarantina di individui, un numero troppo esiguo per sperare in un futuro positivo per la specie (omettiamo le stime nebulose e prive di realtà che circolano in giro!!). Localizzati prevalentemente nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo/Lazio e Molise e in zone limitrofe (salvo pochi esemplari individuati anche a notevole distanza) la popolazione è comunque in forte rischio e in sicuro regresso. Dal 1970 agli anni novanta sono stati rinvenuti morti, per varie cause, forse un centinaio di orsi (Zunino, 1997 comunicazione personale - bracconaggio, incidenti di varia natura come gli investimenti, occasionale avvelenamento con bocconi, ecc.). Tutto ciò unitamente ad una dispersione della popolazione per le carenze alimentari e, negli ultimi anni, per il gravissimo disturbo ambientale causato dal turismo di massa che affligge anche i recessi più reconditi abitati dal plantigrado (escursionismo, sci di fondo, gitanti in genere, ecc.) (osservazioni personali - Zunino, 1984a-1995b; comunicazioni varie personali).
In effetti l’eccessiva presenza turistica, non solo altera integralmente i cicli vitali della specie, ma favorisce una costante dispersione degli individui che, unitamente ad altri fattori negativi, vagano nella disperata ricerca di luoghi tranquilli e remoti. Questo determina o favorisce tutta una serie di gravissime situazioni (dispendio energetico, dispersione della popolazione, maggiore probabilità di mortalità per causa umana, frazionamento ed isolamento, fino al raggiungimento del collasso dei contingenti con conseguente agonia e scomparsa della specie). Occorre evidenziare che la ricolonizzazione di aree nuove o già storicamente abitate dalla specie è un evento positivo quando il fenomeno è il risultato dell’espansione di una popolazione in forte crescita ed in ottimo status ecologico, non lo è quando è quasi sempre il frutto di un “fuga” da una località all’altra in cerca di tranquillità e di alimento. Proprio questa è la situazione che sembra registrarsi nell’Appennino centrale (osservazione personale - Zunino 1981, 1984a, 1995b). Quanto detto non esclude ovviamente che qualche orso si sposti o si sia spostato in nuove località per altre cause o per altre necessità, né che località limitrofe all’areale principale siano da tempo colonizzate da qualche orso. Tuttavia, per motivi di chiarezza, occorre ricordare che alcuni Autori smentiscono questa ipotesi di “fughe” ed asseriscono invece che l’orso ha sempre abitato le località limitrofe all’areale principale, che sono state meglio individuate grazie ad una più approfondita conoscenza del territorio (p.e. Boscagli, 1988 - Boscagli et al., 1995 - Pellegrini, 1992). Anche l’eccessiva presenza del cinghiale nell’areale dell’orso a causa della forte concorrenza alimentare sembra determinare un impatto deleterio sulla popolazione locale del plantigrado (Zunino, 1984a - Fabbri et al., 1983). Zunino (1984a) considera evento negativo per l’orso anche l’abbondanza/scarsezza della pastorizia.
Occorre ricordare che nell’area del Parco d’Abruzzo unitamente alla fascia di protezione esterna la popolazione, nei giorni attuali, si sarebbe ridotta di oltre il 50% dalla stima di almeno 70/100 orsi fatta nei primi anni settanta (Zunino & Herrero, 1972 - Zunino, 1976,1984, 1984a, comunicazioni personali). E’ bene comunque evidenziare l’importanza fondamentale che ha avuto ed ha il Parco Nazionale d’Abruzzo per la salvaguardia dell’orso marsicano; senza la nascita di questa area protetta e senza la legge nazionale del ‘39 che proibiva la caccia al plantigrado, oggi questa specie probabilmente non sarebbe più presente sull’Appennino.

Interrompiamo momentaneamente la dissertazione per lasciare ampio spazio alle argute constatazioni di Franco Zunino, un profondo conoscitore della vita dell’orso bruno che, con lungimiranza, sin dagli anni settanta evidenziò le problematiche conservazionistiche inerenti al plantigrado (tratto da: "I giorni dell’Orso bruno", 1992). “Quando abbassai lo sguardo scrutando l’ampia radura che si apriva sotto di me, infuocata dal dardeggiare del sole di un pomeriggio di luglio, solo la macchia scura di un essere vivo movimentava la scena: un cavallo, pensai, un cavallo al pascolo. Portai il binocolo agli occhi e rimasi esterrefatto; stavo osservando un enorme Orso bruno, il primo in libertà della mia vita!
Fu come se un fantasma si fosse materializzato innanzi ai miei occhi; erano mesi che lo cercavo quel fantasma, che ne seguivo le tracce, che trovavo i segni del suo passare, del suo rovistare tra i sassi, che annusavo l’odore muschiato delle sue fatte, che esploravo le sue tane e i suoi giacigli, che annotavo ogni cosa della sua vita, sulla carte e nella mia mente, ma lui, l’Orso bruno, era sempre sfuggito alle mie osservazioni.
Quel giorno di luglio, era un martedì, il 19, un’orsa con due cuccioli, due mucchietti di pelo scuro grandi poco più di un gatto, stavano davanti a me; e lì stettero per oltre due ore, mentre io li osservavo, li studiavo e, soprattutto, godevo della loro vista in quel panorama grandioso che loro rendevano ancora antico e selvaggio, immutato da generazioni. Li avvicinai, e loro seppero così della mia presenza e mi osservarono, così curiosi come io osservavo loro, ma non fuggirono la mia figura estranea di uomo; ci capimmo e rispettammo, come se le nostre vite fossero state sintonizzate su una stessa onda. Stavo con loro come l’uomo stava ai primordi dell’umanità, essere selvaggi, tutti, di uno stesso mondo selvaggio. Stavo nella loro identica dimensione e nel loro primitivo rapporto con l’ambiente.
Questo avvenne tra le montagne dell’Ortella e dello Schienacavallo, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, nell’ormai lontano 1970. Io stavo svolgendo una ricerca sulla biologia di quest’animale per conto del World Wildlife Fund (Fondo Mondiale per la Natura) e dell’Ente Autonomo del Parco Nazionale d’Abruzzo.
Da allora non smisi più di occuparmi dell’Orso bruno e dei problemi relativi alla sua protezione. Gli incontri con lui sono poi continuati quell’anno e negli anni che seguirono, mentre esploravo e visitavo in lungo e in largo le montagne di calcare e le foreste di faggi del Parco Nazionale, caratterizzate dalla presenza ovunque, di rupi e sassi bianchi. E mi colpirono, quelle pietre e quelle rocce biancastre, tutte uguali, nelle foreste e fin sulle cime più alte; mi affascinarono, perché erano tanto diverse da quelle scure e multiformi delle Alpi da cui venivo. Era l’Appennino, questo. Un altro mondo.
Ero stato per la prima volta nel Parco Nazionale nel maggio dell’anno prima, e ricordo che già allora fui rapito dalla bellezza dei luoghi; dalle immense foreste di faggio tinte di verde pallido per le nuove foglie, in contrasto con le creste dei monti ancora bianche di neve; dalle ampie ondulate radure carsiche colorate dalle sterminate fioriture di viole gialle e azzurre.
Un mondo fantastico, di fiaba. Un Abruzzo antico e pastorale che da allora cominciai a visitare in tutte le stagioni, e in solitudine; in una continua meditazione, più poeta che scienziato. Un mondo vario e selvaggio al quale sono ormai indissolubilmente legato perché trattiene una parte di me; un mondo che ancora oggi riesco pienamente a comprendere ed apprezzare nei suoi reali valori soltanto nella solitudine. E lì viveva l’Orso bruno, sopravvissuto ad altre epoche; lì, unico luogo italiano veramente suo.
L’Orso bruno in Italia è presente in Abruzzo ed in Trentino. Ma mentre in Trentino può considerarsi sull’orlo dell’estinzione, con una popolazione formata da poco più di una decina di individui relegati alle montagne del Brenta e dell’Adamello, in Abruzzo la situazione è decisamente migliore, anche se si è estremamente deteriorata negli ultimi anni.
All’epoca dei miei studi, in Abruzzo era stimata una popolazione formata da oltre un centinaio di individui, distribuiti su un territorio relativamente modesto (circa 1500 kmq) comprendente il Parco Nazionale (istituito nel 1923 a specifica protezione dell’Orso marsicano e dell’altrettanto raro Camoscio d’Abruzzo) e i suoi circondari. Oggi però, quale conseguenza di una discussa ma reale dispersione della popolazione, verificatasi a partire dalla metà degli anni ‘Settanta e a causa della conseguente facilitata uccisione (o morte per incidenti di varia natura ma tutti riconducibili alla responsabilità dell’uomo) di diecine e diecine di individui avvenuta in questi anni ‘Ottanta, anche l’Orso abruzzese è in serio pericolo di estinzione: ne restano infatti forse solo più una cinquantina di individui, che costituiscono la metà del contingente stimato vent’anni or sono.
Io fui il primo in Abruzzo a studiare sul campo le abitudini e l’ecologia dell’Orso bruno, sostenuto più dall’amore per le cose della natura che non da reali cognizioni scientifiche. Ho comunque aperto una strada ad altri; buttato le basi per gli studi che sono seguiti e che sicuramente seguiranno. Questo è ritenuto giusto da molti, un passo avanti verso la conoscenza sempre più approfondita di questa specie. Io però spesso mi chiedo se questo affannoso esplorare e scoprire, questa sete di conoscenze, non finisca per essere l’inizio dell’apocalisse dell’animo umano. Che sarà di noi quando non vi saranno più misteri e cose sconosciute a farci sognare? E il mondo della natura è quello che più ci ha permesso e ci permette di sognare, immaginare! E mi chiedo anche quali reali funzioni abbiano le conoscenze che si acquisiscono, e che io ho acquisito sull’ Orso bruno, ai fini della sua protezione, se da quando io ho iniziato ad interessarmene (e sono passati quasi vent’anni!), nessuno, né tecnico né politico, ha ritenuto opportuno utilizzare queste conoscenze per meglio garantire il futuro a questo animale. Anzi, proprio perché queste conoscenze portano a conclusioni contrarie ai desideri di chi avrebbe il dovere ed ha il potere di prendere gli opportuni provvedimenti in difesa dell’Orso, esse non piacciono, perché evidenziano la necessità di dover prendere decisioni che si ritengono scomode ed inopportune. Significano decisioni impopolari ed antieconomiche, specie a breve termine, che vanno contro gli interessi materiali immediati delle attuali generazioni. Così esse non vengono mai prese e si continuano a rimandare con la scusa della necessità di ulteriori studi e di ancora maggiori conoscenze: l’importante è procrastinare le decisioni impopolari, delegarle ad altre generazioni. Di questo passo, però, stiamo correndo il rischio di ottenere certamente il primo risultato - maggiori conoscenze e conseguentemente l’impoverimento spirituale dell’uomo - senza mai raggiungere il secondo, benché primario - garantire un futuro all’Orso bruno attraverso la sua difesa e la difesa del suo mondo selvaggio dall’invadenza dell’uomo.
Sta di fatto, che nella sua apparente libera esistenza, l’Orso d’Abruzzo in realtà non ha più scampo: potrebbe essere solo una questione di tempo, come l’avvenuta estinzione di tante specie ci ha insegnato. Le pressioni economiche che spingono ad un sempre continuo, e a volte nuovo, sfruttamento ed utilizzo del suo ambiente, sono infinite; strade, tagli boschivi, costruzioni, campi da sci, linee elettriche, rifugi, ecc. ecc. sono tutte opere che di anno in anno restringono e degradano, sia pure di poco, i luoghi in cui vive l’Orso. Lo sviluppo avanza continuamente, a volte in modo lento e quasi impercettibile, quantificabile solo attraverso l’analisi di anni o valutazioni statistiche, ma avanza. E il boom del turismo in natura ha inferto l’ultimo colpo, influendo anche sulla situazione psichica dell’Orso bruno, con disturbi eccessivi dovuti alla presenza di troppi visitatori nel Parco Nazionale: amando la natura essi la stanno “usando” fino a soffocarla, incentivando così un uso ancora una volta sbagliato di questa regione, e ancora una volta a danno dell’Orso bruno, il quale, se veniva indirettamente danneggiato dalla sconfitta speculazione edilizia, neppure sopporta la presenza del turismo escursionistico.
Il turista, l’escursionista, che sia naturalista o semplice ricreazionista, quest’uomo moderno ed invadente, inventato o quasi dalla società d’oggi, quest’uomo che tutto esplora, tutto curiosa, tutto visita, costringendo l’Orso ad abbandonare i primitivi suoi luoghi per spostarsi in altre zone che se pure meno disturbate sono anche meno protette, ha forse fatto più danno a questo fantastico animale nel volgere di un ventennio che non lo sviluppo vero e proprio del territorio nei precedenti cinquant’anni. L’antico equilibrio tra l’Orso e l’uomo pastore e agricoltore che durava da millenni è stato alterato e irreversibilmente sconvolto dal fenomeno turismo. Oggi l’Orso è costretto a cercarsi un nuovo equilibrio, ma è una gara tra la sopravvivenza della specie e l’estinzione. Solo il futuro ci dirà quale dei due fenomeni sarà stato raggiunto per primo. L’augurio è che l’Orso ritrovi un equilibrio in cui vivere, anche se la società d’oggi non lo sta certamente aiutando nella sua corsa verso questo traguardo.
L’area del Parco Nazionale d’Abruzzo è, in Italia, certamente quella più completa, biologicamente parlando, e più vicina allo stato originario. A ciò, che è un valore biogenetico e culturale unico anche a livello europeo (la popolazione dell’Orso d’Abruzzo resta comunque la più consistente e fertile dell’Europa occidentale), si aggiunge la estrema bellezza scenica di queste montagne di calcare. Due aspetti che, per dovere verso i posteri, il popolo italiano, e soprattutto quello abruzzese che ne ha la diretta disponibilità, dovrebbe garantire attraverso una loro duratura conservazione.
Eppure, nonostante questi aspetti siano largamente conosciuti, e riconosciuti come tali per i loro valori, si parla più spesso e più seriamente del Parco Nazionale d’Abruzzo per la sua potenzialità ricreativa ed economica che non come area di ambiente critico per l’orso, per il lupo e per il camoscio o come bellezza naturale d’insieme. Si puntualizza sempre più la sua utilità sociale in senso meramente commerciale (che è in fondo banale ed identica alle prerogative di uso di centinaia e centinaia di altre aree italiane) dimenticando i suoi valori più veri, o sminuendoli, e comunque additandoli quali soggetti di attrazione turistica e quindi solo e sempre per la loro potenziale resa economica. E si prendono provvedimenti e si stanziano fondi solo per incentivare questa capacità produttiva, con l’alibi di devolverli alla tutela ambientale e alla difesa dell’Orso bruno: ma poi di essi ben poche briciole finiscono per venire spese a suo reale favore.
I danni che questa politica ha arrecato e sta arrecando alla natura del Parco Nazionale d’Abruzzo sono spesso indiretti, nascosti, e presi singolarmente, minimi o con effetti a lunga scadenza; ciò purtroppo facilita il suo demagogico perdurare a danno dell’ambiente e a danno dell’Orso bruno. Ancora una volta saranno i posteri a dover emettere l’ardua sentenza contro imputati che non potranno mai essere puniti se non dal giudizio della storia”.


A conclusione di questa lunga dissertazione di Franco Zunino, occorre rimarcare con particolare enfasi, il gravissimo danno che l'escursionismo genera sulla vita dell'orso e, conseguentemente, sulla diminuzione degli esemplari. L'escursionismo di massa che si pratica sempre più ardentemente, possiamo definirlo quindi come una "CAUSA GRAVE" del deleterio declino di questa specie. A conferma di quanto affermato si legga questa NOTA.

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Si reputa ora opportuno elencare, sia pur schematicamente e per le direttrici principali, tutta una serie di interventi che dovrebbero attuarsi per la reale salvaguardia del plantigrado (parzialmente tratto con modifiche ed integrazioni da: Zunino, 1976, 1981, 1984a, 1985 - salvo diversa indicazione).

A) TUTELA E MIGLIORAMENTO DEI LUOGHI DI PRESENZA DELLA SPECIE

- Protezione integrale delle zone di particolare importanza per l’orso (tagli boschivi, apertura di strade, urbanizzazione, centrali eoliche e fotovoltaiche, ecc.). E’ fondamentale, per la tranquillità del territorio, chiudere tutte le strade sterrate montane che interessano l’areale dell’orso e ancora meglio prevedere il loro totale smantellamento (soprattutto se interessano zone di svernamento).
- Creazione di vere e proprie “Isole di Silenzio” per l’orso, dove venga tassativamente proibita qualsiasi attività turistica, con inclusione dell’escursionismo.
- Ampliamento delle aree protette o istituzione di nuove per includere tutte le aree primarie e secondarie abitate dall’orso.
- Vincolo paesistico a tutta la regione abitata dall’orso.
- Tutela e monitoraggio dei corridoi faunistici utilizzati dal plantigrado.
- Blocco o forte riduzione dello sfruttamento boschivo e del pascolo, almeno nelle regioni primarie abitate dall’orso o in ogni caso delicate per la presenza della specie. Dove è “necessario” gestire il bosco applicare una selvicoltura naturalistica.
- Miglioramento dell’habitat ai fini alimentari ed attrattivi (messa a dimora di piante da frutto selvatiche, reinserimento degli alveari selvatici, ridiffusione di specie erbacee spontanee, potatura e rivitalizzazione di alberi da frutta, creazione di piccoli invasi artificiali, ecc.).
- Limitazione e forte riduzione dei sentieri che percorrono le località primarie dell’orso bruno. Per i sentieri autorizzati deve vigere l’obbligo di non abbandonarli. Eventuale limitazione numerica di accesso per quei sentieri che pur se lasciati in essere sono percorsi da un numero eccessivo di persone durante la stagione estiva.
- Chiusura dei rifugi presenti nei luoghi abitati dall’orso in quanto essi sono una forte attrattiva per i turisti escursionisti. Evitare di costruirne dei nuovi e di ristrutturare quelli fatiscenti.
- Chiusura o spostamento dei campeggi localizzati nei territori di una certa valenza ambientale. Attivarli solo in prossimità dei centri abitati o di luoghi del tutto insignificanti per la fauna selvatica.
- Non attivazione di nuovi sentieri che transitano in località interessate alla presenza dell’orso bruno, anche se in forma marginale ed ipotetica (prevenzione per gli anni futuri).
- Forte limitazione dello sci di fondo/escursionistico/alpinistico. Autorizzare solo località ininfluenti per il plantigrado, mentre proibirlo esplicitamente per i luoghi delicati per la specie, soprattutto per le aree di svernamento.
- Controllo e disciplina della caccia fotografica, spesso causa di grave disturbo per la specie.
- Divieto assoluto di abbattere alberi o cespugli da frutto domestici e selvatici. Evitare la raccolta di frutti spontanei (fragole, lamponi, ecc.), almeno nei territori di primaria importanza per l’alimentazione dell’orso.
- Controllo della presenza di greggi e in ogni caso eliminazione del pascolo nelle zone alte (intervento utile anche per la salvaguardia del camoscio). Una tale pratica previene l’impoverimento dei pascoli e riduce la presenza di uomini e cani durante la stagione estiva. Se una certa presenza di ovini può essere utile all’orso per una sua potenziale azione predatoria, non lo è dal punto di vista ecologico perché rappresenta una dipendenza fortemente legata alle attività antropiche, in questo caso pastorali. Il territorio deve fornire solo prede selvatiche utilizzabili dall’orso. L’allevamento zootecnico in forma brada può essere quindi concepito solo in forma del tutto marginale (si ricordi il forte degrado del suolo determinato dalle presenze degli ovini, bovini, equini, ecc. Giustamente J. Muir definiva i greggi di pecore “lanose locuste”). Tuttavia, come suggerisce Zunino, sarebbe auspicabile che le autorità competenti, acquistino un certo numero di greggi a "perdere", ciò mantenute, nei luoghi idonei, ad esclusivo (o almeno principale) utilizzo dell'orso (in questo caso ovviamente, ne potrà "approfittare" anche il lupo).
- Favorire l’attività agricola tradizionale nei luoghi abitati dall’orso bruno (semina di granoturco, carote, grano, ecc.) tramite contributi a fondo perduto agli agricoltori. Eventuale gestione diretta di campetti a perdere nei terreni demaniali o presi in affitto a privati (utilizzando i recinti "Finamore", sperimentati da "Lillino Finamore" e ben descritti da Zunino). Ovviamente sarebbe meglio mantenere i territori selvatici ricchi spontaneamente di alimenti per l’orso, ma in loro assenza o scarsità è bene procedere con quanto detto.
- Istituire saltuariamente punti di alimentazione artificiale con frutta/ortaggi/miele/carne, ecc. per ridurre gli spostamenti degli orsi e per mantenerli all’interno di aree protette più efficacemente controllate. In ogni caso questo tipo di intervento deve essere nel modo più assoluto del tutto episodico, dilatato nel tempo e distribuito occasionalmente nello spazio (accertarsi sempre di utilizzare carne di sicura provenienza in quanto potrebbe diffondersi la brucellosi che per l’orso rappresenterebbe un colpo di grazia in quanto causa sterilità nei maschi e aborti prematuri nelle femmine).
- Controllare l’eccessiva presenza del cinghiale nell’areale dell’orso perché la forte competizione alimentare dell’ungulato sembrerebbe sfavorire il plantigrado (Fabbri et al., 1983 - Zunino, 1984).
- Attivare un sistema di concertazione per un efficace accordo operativo tra le gestioni delle aree protette interessate alla presenza dell’orso. Infatti nessuna delle “grandi o piccole aree protette dell’Appennino, e dell’Abruzzo in particolare, è in grado di garantire nei tempi lunghi il mantenimento di popolamenti vitali di orso” (Boscagli, 1997).
- Evitare l’antropomorfizazione dell’orso (Boscagli, 1997).

B) INTERVENTI FINALIZZATI A RIDURRE AL MINIMO LE UCCISIONI DIRETTE DI ESEMPLARI D’ORSO BRUNO

- Forte controllo e ove possibile totale abolizione dell’attività venatoria nelle località al di fuori di aree protette se tali aree sono stabilmente abitate dal plantigrado (è in ogni caso utile istituire riserve di caccia gestite dai cacciatori locali di concerto con le autorità competenti). Questo risulta utile non solo per l’orso bruno ma anche per il resto della fauna selvatica più rara (p.e. lupo e lince). Si ricorda infatti che l’estinzione in certi areali di moltissime specie animali, tra cui lo stesso orso, è stata spesso causata dalle armi da fuoco (caccia autorizzata o pratica illecita). Il bracconaggio alle specie rare (orso, lupo, lince, bisonte, rinoceronte, ecc.) è una delle forme più distruttive per la sopravvivenza futura degli animali. Tra l’altro l’attività venatoria (quella lecita ovviamente), "potrebbe" esercitare un qualche disturbo per la vita del plantigrado, soprattutto durante il preinvernamento.
- Indennizzare prontamente (entro max. 30 giorni) ed integralmente gli allevatori che subiscono danni al proprio bestiame dagli attacchi dell’orso (indennizzo diretto in denaro o meglio in natura tramite la restituzione di un capo di bestiame corrispondente a quello predato). In tale maniera si eviterà la rivalità che si innesca tra i pastori e l’orso (ovviamente questo vale anche per i danni subiti dal lupo e, per quanto attiene ai campi coltivati, dal cinghiale e dagli altri ungulati).
- Attuare tutti i mezzi possibili per prevenire gli incidenti ferroviari che comportano quasi sempre la morte dell’orso investito (notevole illuminazione frontale dei treni, costruzione di barriere invalicabili nei luoghi più delicati, ecc.).
- Prevenzione degli incidenti stradali tramite la limitazione, durante le ore notturne, della velocità dei velicoli che transitano lungo le strade interessate alla presenza della specie (max. 60 km.h). Apposizione di evidenti cartelli di pericolo per presenza di fauna selvatica.
- Potenziare al massimo e rendere particolarmente efficiente il servizio di sorveglianza degli organi preposti a farlo (guardiaparco, agenti del Corpo Forestale dello Stato, guardie provinciali) per contrastare principalmente gli atti di bracconaggio che sono una delle principali cause a livello mondiale del decremento della specie.
- Controllo radicale del territorio abitato dall’orso per prevenire l’illegale utilizzo di bocconi avvelenati che spesso causano la morte di esemplari d’orso oltre che di altre specie.
- Monitoraggio costante dei luoghi di presenza e di spostamento del plantigrado.
- Individuare un chiaro ed elevatissimo “valore venale” dell’orso come deterrente per le attività di bracconaggio (Boscagli, 1997).

C) CAMPAGNE DI CONTROLLO, DI DIVULGAZIONE O DI RISERBO PER LA CONSERVAZIONE REALE DELL’ORSO BRUNO E DELLA NATURA IN GENERALE/VARIE

- Riserbo assoluto sull’ubicazione delle località frequentate dall’orso.
- Divulgare il “reale” status dell’orso bruno in Italia e rendere manifeste le cause primarie del depauperimento della specie.
- Svolgere campagne di informazione sull’importanza di mantenere gli equilibri biologici nella loro propria interezza.
- Evitare nel modo più assoluto l’organizzazione di censimenti della specie mediante il rastrellamento in simultanea del territorio di presenza con decine e decine di persone (a volte anche oltre il centinaio) per contare gli esemplari grazie alle orme e piste lasciate sulla neve (metodica spesso attuata durante le nevicate precoci autunnali). Se tale pratica dal punto di vista formale è indubbiamente positiva (registrando accuratamente i singoli percorsi degli animali si evita o si riduce il rischio di contare più volte lo stesso esemplare e si può quindi risalire con una certa precisione, per quanto possibile, al numero globale), non lo è certo da quello protezionistico in quanto l’intervento determina un serissimo disturbo al plantigrado nella delicatissima fase del preinvernamento. Le eventuali ricerche sulla presenza dell’orso in un territorio devono essere svolte solo da personale esperto e fatte in ogni caso in forma discreta e graduale.
- Ridurre al minimo la pratica della telemetria divenuta una forma “maniacale” e “persecutoria” della ricerca naturalistica contemporanea. Si ricorda che la conservazione dell’orso non si rafforza con “sempre più studi”, ma con la volontà di intervenire ed operare “realmente”.
- Diffondere veri concetti di conservazione della natura basati soprattutto sulla revisione del modello di vita e sul radicale mutamento del pensiero comune. Acquisire una mentalità che vede nella wilderness del mondo naturale la migliore garanzia per la qualità dell’ambiente. Affermare il principio che i reati ambientali sono danni perpetrati non solamente allo specifico luogo dove accadono, ma soprattutto all’intero patrimonio della Terra.
- Organizzare mostre itineranti, dibattiti radio/televisivi, campagne di “immagine”, attuare contatti con il mondo scolastico a tutti i livelli ed infine pubblicare studi “realistici” sulle problematiche conservazionistiche dell’orso bruno.
- Porre sotto l’egida di un organismo internazionale le garanzie della tutela dell’orso bruno e di tutte le altre specie viventi a rischio di estinzione. In altri termini sarebbe auspicabile che la comunità scientifica internazionale acquisisca il potere istituzionale di “obbligare” le nazioni interessate alla presenza di specie a rischio affinché operino con concrete politiche di conservazione (prevedere, come a volte già accade, anche eventuali finanziamenti internazionali per le nazioni più povere).
- Gli studi scientifici sull’orso bruno o su altri argomenti del genere se soggetti ad autorizzazione perché svolti all’interno di territori protetti (nullaosta per l’inizio degli studi e nullaosta per la diffusione dei risultati ottenuti), tale autorizzazione/controllo deve essere assicurata non solo dall’organo che gestisce l’area, ma anche da un “garante” esterno che protegga il ricercatore dalle “censure” cui potrebbero essere sottoposti i risultati di tali indagini. Questo per la tutela democratica del ricercatore e soprattutto per un indubbio vantaggio dell’orso bruno (o di altre specie), perché proprio dalla dialettica delle posizioni acquisite si giunge alla giusta soluzione dei problemi. Ovviamente se vi è la volontà di risolverli!

A proposito delle aree protette

Se, come abbiamo appena visto, l'elencazione dei fattori negativi per l’Orso bruno appare fortemente articolata, univoca potrebbe invece essere la risposta: occorre istituire grandi aree protette, quali, sole ed efficaci garanzie di sopravvivenza del rapace a condizione che si faccia vera protezione della natura (ovviamente in certi casi occorre proteggere anche piccole realtà locali). L’istituzione di aree protette non da ovviamente licenza all’assalto irrazionale dei territori liberi. Una nazione civile dovrebbe proteggere con cura tutto il territorio variando solo i livelli di protezione.
L’istituzione di un’area protetta non sarebbe tuttavia sufficiente per sé stessa a conseguire lo scopo, se le consuete norme che ne regolano la gestione non venissero integrate da una più rigida normativa, ma soprattutto da politiche gestionali volte esclusivamente agli interessi della natura (si prenda ad esempio, l'ottimo sistema "democratico" ed efficiente della protezione delle aree wilderness, come ben esposto dall'Associazione Italiana Wilderness). I principi basilari potrebbero essere (esposizione solo indicativa):

1. La Riserva/Parco deve svilupparsi su una superficie "accettabile", nel senso che la sua ampiezza deve armonizzarsi all'ambiente esterno antropizzato.
2. La Riserva/Parco deve rimanere circoscritta in una fascia di protezione esterna che funga da ammortizzatore tra le attività umane degradanti esterne e il territorio vitale dell'area protetta. Detta fascia deve coprire una superficie che sia un terzo maggiore dell'area protetta, meglio ancora se la fascia esterna copre un'estensione che supera di almeno due terzi quella della Riserva/Parco.
3. L'accesso del pubblico, almeno per le aree più delicate, deve essere condizionato a specifica autorizzazione e limitato a pochi sentieri.
4. Non appena si è proceduto all'istituzione di una Riserva/Parco occorre vietare le attività inquinanti preesistenti, e chiudere le strade che si sviluppano al suo interno fatta eccezione per quelle di interesse pubblico di collegamento; il numero dei sentieri escursionistici deve essere ridotto all'essenziale.
5. Per i primi cinque-dieci anni dalla sua istituzione la Riserva/Parco dovrebbe costituire oggetto di studi ecologici approfonditi, al fine di formulare un giudizio sulla situazione esistente (status del territorio e status biologico) e sul grado di ripresa possibile. In questa prima fase si dovrebbero evitare interventi di particolare rilievo (reintroduzioni di specie animali o vegetali, valorizzazioni turistiche, ecc.). Questo periodo potrebbe essere definito "fase di riposo".
6. Il vero intento che si pone all'origine della protezione dell'area oggetto della Riserva/Parco, deve essere la salvaguardia integrale della natura, lasciando da parte qualsiasi interesse umano.
7. La Riserva/Parco deve essere suddivisa in territori (zonazione), con vari gradi di protezione. La ripartizione delle zone dovrebbero articolarsi così (formulazione solo indicativa soggetta ad assestamenti in relazione della tipologia del territorio esaminato):
- Zona di protezione integrale (inibizione di qualsiasi intervento umano, ivi compreso il semplice accesso o interventi gestionali): 20% dell'area complessiva.
- Zona di riserva integrale generale (soltanto interventi umani che abbiano fini protezionistici, fermo restando il divieto di accesso): 10% dell'area complessiva.
- Zona di riserva generale (accesso umano solo dietro autorizzazione, per fini educativi e altre attività controllate): 30% dell'area complessiva.
- Zona di Riserva generale circoscritta alle zone più esterne o in ogni caso meno delicate (libero accesso, attività ricettiva controllata, ed altro): 40% dell'area complessiva.

A questa zonazione si aggiunge, come già puntualizzato nel punto n°2, un'ampia fascia di protezione esterna; tale fascia deve essere tutelata in particolar modo mediante severe norme di salvaguardia ambientale, sia per quanto concerne le attività lavorative umane, sia per quanto riguarda l'uso delle risorse naturali (boschi, acqua, ecc.). L'attività venatoria, può essere consentita, ma svolta nel modo più discreto possibile, legando, tra l'altro, il cacciatore al territorio.
8. All'interno delle varie fasce della Riserva/Parco vanno individuate, se necessario, aree di particolare interesse, meritevoli di tutela, come, ad esempio, zone delicate di nidificazione, siti con presenza di relitti vegetali rari, ghiaioni. Dette aree devono essere tassativamente precluse alla presenza umana.
9. Il regolamento, correttamente adeguato alla peculiarità del territorio protetto, dovrà essere rigorosamente attuato e rispettato.
10. L’istituzione di un’area protetta non sarebbe per sé stessa sufficiente a conseguire l'effettiva tutela del territorio, o quella di particolari specie animali, se i consueti regolamenti non venissero integrati da normative adeguate ai vari casi come si è visto in precedenza per la tutela dell’Orso bruno.
11. La ricerca scientifica esterna dovrà essere sottoposta alle norme dettate per ogni altro tipo di intervento umano.
12. In generale gli interventi gestionali nella Riserva/Parco devono essere molto contenuti. Essi, quando necessari, devono mirare esclusivamente a ripristinare le condizioni naturali compromesse dall’attività antropica; tale obiettivo si consegue a volte mediante la reintroduzione di specie faunistiche e vegetali presenti in epoche anteriori e distrutte dall’uomo, altre volte attraverso l’eliminazione di opere umane come strade, dighe, costruzioni di altri manufatti, ecc. Ovviamente questo tipo di intervento potrà essere attuato solamente in quelle aree che presentino condizioni abbastanza integre, che abbiano un minimo di capacità di ripresa e conservino la potenzialità necessaria ad accogliere le precedenti forme di vita. Spesso, la "non gestione" di un Area protetta, è la migliore forma di garanzia per il futuro.
13. Se la gestione reputasse utile procedere alla reintroduzione di particolari specie animali o vegetali all'interno dell'area protetta, come visto nel punto 12, dovrebbe far precedere gli eventuali interventi da lunghi e meticolosi studi, come ad esempio: raccolta delle testimonianze storiche sulla passata presenza della specie, individuazione delle cause che hanno determinato la scomparsa della specie, rilievi sulle esistenti condizioni ecologiche della Riserva/Parco al fine di appurarne la compatibilità con le specie da reintrodurre. Gli interventi ritenuti scientificamente attuabili dovranno ridurre al minimo le manomissioni del territorio (se per esempio sarà necessario costruire recinti di acclimatazione, occorre ubicarli in luoghi a basso impatto ambientale, preoccupandosi altresì di costruirli con strutture poco appariscenti). Evitare assolutamente di reintrodurre animali estinti nella zona da molti secoli soprattutto se non sussistono più le condizioni trofico/ambientali di un tale ritorno.
14. Il personale preposto alla sorveglianza dell'area protetta deve operare attivamente e concretamente per assicurare un attento ed efficace controllo del territorio (si ricorda che in alcuni paesi del nord europa, come la Scandinavia, il senso civico e mentalmete radicato del rispetto delle regole, fa si che spesso nelle aree protette la soveglianza è minimale o addirittura asente in quanto l’autodisciplina è così elevata da non rendere necessario specifici ed analitici controlli. Valgono ovviamente le dovute eccezioni per casi particolari, come il "dubbio" comportamento dei Sami, anche se tendono a "rivolgersi" più al lupo).

______________

Ironicamente può dirsi che la fine dell’orso bruno fu iniziata dai cacciatori e dai bracconieri, continuata dall’antropizzazione del territorio (sottrazione di habitat) ed è stata “conclusa” dai “protezionisti” e da molti gestori dei territori protetti con la loro politica della redditività dei parchi e con lo sviluppo del turismo nelle aree dell’orso (“la protezione spettacolo”). Una storia davvero triste!

“L’orso è anche avventura, favola, leggenda, continuazione di una vita antichissima, scomparsa la quale ci sentiremmo tutti un poco più poveri e più tristi” (Dino Buzzati).

In conclusione occorre ribadire che lo status dell’orso bruno a livello mondiale è purtroppo in calo e addirittura in certi distretti la popolazione è sull’orlo dell’estinzione (appunto come l'Orso marsicano che stiamo analizzando). La scomparsa del plantigrado nelle epoche passate, in molte nazioni, ci sia da monito. Sta nella sensibilità di ognuno di noi capire che per una reale conservazione dell’orso bruno è necessario che l’uomo si faccia da parte, altrimenti l’orso sarà una delle tante specie che hanno popolato il pianeta Terra e che l’uomo ha voluto eliminare.
Si continua a disquisire sulle tecniche di censimento, sulla fisiologia della specie, sulle ricerche radiotelemetriche e genetiche, sugli aspetti bio-etologici, si inalberano simposi e convegni, si enumerano articoli e pubblicazioni, si finanziano ingenti somme (finora "milioni" di euro!), ma intanto l’orso bruno diminuisce, perché, semplicemente, le “vere” e sostanziali iniziative a favore del plantigrado sarebbero sicuramente impopolari e antieconomiche per l’uomo. Diranno che occorre fare “questo e quello”, diranno che coloro che si oppongono alla superficiale politica conservazionistica sono dei “paranoici” o dei pseudofilosofi da tavolino, accuseranno di falsità coloro che mettono in dubbio le affermazioni del “potere ecologico”, e intanto la natura e l’orso scompaiono. Scrisse il prof. Aurelio Peccei a proposito del lupo: “Non abbiamo bisogno di più conoscenze, di più tecnologie, di più strumenti per impedire che le spiagge siano sporche, che l’ultimo Lupo d’Abruzzo non muoia. Occorre, però la volontà di risolvere questi problemi”.

***

“E' l'uomo che deve adattarsi alle esigenze della natura e non viceversa. Se è possibile, facciamo in modo che gli animali selvaggi vivano nella loro libertà e nella loro fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse incosciamente invidia”.

Ai posteri l'ardua sentenza!


______________
Un doveroso ringraziamento spetta a Franco Zunino, per la sua ultra decennale indefessa opera in favore alla vera conservazione dell'Orso bruno marsicano, anche se, purtroppo, ad oggi quasi tutti i suoi "suggerimenti" circa le politiche pratiche da attuare per proteggere/conservare veramente l'Orso bruno marsicano, tendono ripetutamente a cadere nel "vuoto". Se non si provvede immediatamente ad applicare i precetti indicati da Zunino, l'orso marsicano sarà destinato ad estinguersi nel volgere di qualche anno!!


Fonte:
 

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