17/01/2006 Aspetti sociali  
L'Unione Europea: solo parametri economici?


“Questo capitolo si rivolge agli aspetti dell’Unione Europea, ma è solo un esempio in quando l’argomento trattato ha valenza per ogni altra parte del pianeta dove sono i gioco i valori dell’economia e dello sviluppo continuo e senza limiti”.

La singolare conformazione geografica dell’Europa ha influenzato in modo determinante lo sviluppo storico dei popoli che la abitano perché la straordinaria articolazione delle sue coste che, attraverso le tre grandi penisole, l’iberica, l’italiana e la balcanica, l’avvicinano e la protendono verso l’Africa e l’Asia Minore, le hanno assegnato - fin dagli albori della “civiltà” occidentale - un ruolo rilevante nella “misera” storia dell’uomo. Infatti le sue caratteristiche geografiche, assecondando i contatti e i rapporti commerciali tra i popoli, accentuarono lo scambio delle culture come avvenne, per esempio, attraverso gli insediamenti della Magna Grecia o attraverso le proiezioni dell’ellenismo. La sua posizione fu poi provvidenziale per la formazione e lo sviluppo dell’impero romano che dalla centralità del mare Mediterraneo attinse lo slancio per estendere la sua conquista ai Daci e ai Britanni, ai quali portò, unitamente alla propria costituzione giuridica, anche il messaggio di Cristo. L’idea unificante dell’Europa germogliò dunque sia nella concezione dell’impero che in quella della Chiesa, e se le successive invasioni barbariche ne arrestarono lo sviluppo non ne spensero tuttavia le esigenze e le motivazioni. Esse riaffiorarono infatti già nel IX° secolo attraverso il disegno politico di Carlo Magno e, quattrocento anni dopo, lo spirito universale di Dante le unificò nella concezione della supremazia dell’Aquila e della Croce, in contrapposizione all’insicurezza che scaturiva dalla polverizzazione politica del mondo medievale. Successivamente si affacciarono tentativi unificanti che non andarono oltre la formazione delle Grandi Monarchie. Bisogna arrivare alla rivoluzione del 1789 per riscoprire, attraverso la diffusione degli “immortali principi”, un tentativo di unificazione europea. Ma le degenerazioni del bonapartismo e i nazionalismi insorgenti, blanditi anche dal trionfante romanticismo, determinarono, per sempre, un’Europa delle patrie e degli attriti imperialistici. Verso la fine del secolo XIX° il marxismo, travalicando la concezione paneuropea, lanciò il suo messaggio internazionalistico che trovò, peraltro, i suoi limiti nella diversa maturazione storica dei popoli. La crisi ebbe il suo epilogo nella prima guerra mondiale che, non a torto, Benedetto XV° definì, come detto, “l’inutile strage”. Il declino dell’Europa si completa poi con gli effetti della seconda guerra mondiale che sposta definitivamente l’asse della politica mondiale dal vecchio al nuovo continente. Ma l’ultimo conflitto, pur facendo pagare il tremendo prezzo di indicibili orrori e di immani devastazioni, genera un risveglio dell’Europa, che riprende coscienza della propria identità forte del razionalismo cartesiano, dell’empirismo di Bacone, dell’idealismo hegeliano, dell’universale costruzione di Newton e delle rivoluzionarie intuizioni di Einstein.
Da questa presa di coscienza germoglia l’idea di un’Europa unita, e la singolarità di questa idea è che essa si propone di conseguire l’unità del continente mediante libere trattative e pacifici confronti. L’idea è singolare perché la storia ci insegna che le formazioni unitarie furono conseguite attraverso il travaglio della violenza e delle guerre, come accadde per quella tedesca che nacque sui campi di battaglia di Sadowa e di Sedan, per quella italiana che germogliò dal sangue versato a Solferino o a Calatafimi, o per quella americana che fu conseguita dopo una cruenta guerra di secessione. L’Europa di oggi invece - dilaniata ed esaurita da due tremendi conflitti - trae le proprie ispirazioni unitarie dal desiderio della pace e dall’affermazione dei suoi “presunti” principi di civiltà (il termine “civiltà” è un concetto molto relativo). Un’ulteriore esigenza che spinge i popoli europei a confederarsi può essere individuata nell’intento di bilanciare, con la creazione di una grande unità economica e politica, la forza di gigantesche concentrazioni che traggono la propria potenza dalle risorse di sconfinati continenti, come gli USA e la Russia e l’emergente Cina ed India.
Fin qui abbiamo tratteggiato, in una estrema sintesi poco più che simbolica, parte degli aspetti “umani” della vicenda europea, ma, in contrapposizione alle idilliache esternazioni di vanto e di gloria (leggasi “civiltà”) e ai magniloquenti progetti di potenza, occorre guardare il risvolto ambientale della medaglia, ricordando, semplicemente, come la civiltà europea nel corso del suo sviluppo abbia lasciato un’impronta estremamente negativa nei confronti del mondo naturale, trasformando integralmente interi territori (si pensi alla sola Gran Bretagna o alla bassissima percentuale di wilderness rimasta) o annientando un numero incalcolabile di animali e di piante. Fiorenti ed estese foreste lasciarono spazio ai campi coltivati, alle fabbriche ed alle città, mentre il distacco progressivo dalla dimensione naturale, produsse una cultura ordinata, razionale e metodicistica (vedasi per esempio quella anglosassone), che dava senso alla natura solo se sopraffatta, governata e controllata (leggasi cartesianesimo). Il cristianesimo infine, con l’assoluta centralità dell’uomo, contribuì definitivamente alla “soppressione” del mondo selvaggio ed al disconoscimento del suo valore in sé.
Dinanzi all’estremo degrado dello scenario naturale europeo (antropizzazione, inquinamento, omogeneizzazione del territorio, cementificazione, ecc.), la creazione dell’Unione, unione nata sostanzialmente per fini economici, poteva rappresentare tuttavia un’ottima occasione per reimpostare unitariamente tutta la normativa e la visione del mondo naturale. Se nel concreto sono nate molte direttive comunitarie di materia ambientale anche con riscontri pratici e a volte lodevoli (tralasciamo in questa sede gli aspetti economici), nella sostanza reale non è nato quasi nulla di veramente conservazionistico, che abbia evidenziato in forma capillare e profonda tutte le devastazioni che l’uomo, in questo caso europeo, quotidianamente apporta nei confronti del mondo naturale. D’altra parte, intervenire realmente e radicalmente, vorrebbe dire mutare lo stile di vita e mettere in discussione le certezze del consumismo, vorrebbe dire mettere in crisi, in altri termini, la politica del capitale e dell’occidentalismo (questa ovviamente non è una considerazione valida per la sola Europa). Ecco allora che leggi e leggine, appositamente mirate a mutare in piccola parte l’apparenza, ma a non toccare a fondo i veri problemi ambientali, vengono progressivamente alla luce, apportando a volte, come detto, anche buone normative (si vedano per esempio le norme antinquinamento), ma veramente utili solo se inserite in un contesto conservazionistico fortemente e radicalmente voluto.
Dopo una prima fase comunitaria, che potremmo definire dal punto di vista economico di assestamento (regolamentazione della produttività, allineamento di regolamenti e direttive, ecc.), i vari partner europei, con il famoso accordo di Maastricht, si sono posti l’obiettivo di unificare la moneta per costituire una unione economica forte e duratura. Per raggiungere l’obiettivo ciascun Stato si è impegnato, nelle specifiche politiche economiche, a rientrare all’interno di determinati parametri, per non essere escluso da questa “seconda fase”. A questo punto vogliamo approfittare dell’importanza data ai parametri economici prefissati, per evidenziare, al lettore, di come si è tanto rigidi e analitici quando sono in gioco le sorti del capitale e poco attenti quando si vuole porre in prima linea la qualità della vita sociale e naturale nel suo insieme (negli ultimi tempi comunque sembra che qualcosa di positivo al riguardo si stia attivando). Perché allora non si è posto tutta una serie di parametri, non solo economici, che “rigidamente” ogni membro comunitario avrebbe dovuto impegnarsi ad attuare e a rispettare entro una certa data, pena l’allontanamento dall’Unione o la non adesione per un nuovo stato? Eccone un piccolo esempio:

Severi parametri antinquinamento sotto molteplici aspetti.
Assicurare che una buona parte del territorio (almeno un 5%, variabile in più a seconda dei casi) venga mantenuto quanto più selvaggio possibile, lontano dall’addomesticamento e dall’invadenza umana, ivi incluse le cosiddette attività ecocompatibili ed ecoturistiche.
Ogni Stato europeo deve garantire che almeno il 20% del proprio territorio venga realmente protetto.
Assicurare a tutto il territorio, rigide regole di sviluppo e di urbanizzazione ponendosi come obiettivo la salvaguardia del territorio anche dietro l’angolo della propria casa.
Ciascun Stato deve assicurare una qualità della vita sociale ad alto livello inteso in senso ecologico.
L’insegnamento scolastico deve garantire un equilibrato studio di tutte le tematiche sociali ed ambientali per inculcare sin dall’infanzia i “reali” valori della conservazione della natura e della convivenza pacifica tra i popoli. In altri termini esplicitare nell’educazione una nuova e reale etica della terra, non nel senso del’indottrinamento, ma in quello della chiarificazione e della consapevolezza.
Eliminazione totale di tutte le forme di burocratizzazione della vita quotidiana dalle cose più piccole a quelle di maggior rilievo.
Eliminazione progressiva, ma totale, di tutte le attività che producono “l’inutile” a grave impatto ambientale sia in questione di inquinamento che di richiesta energetica e di materia prima.
Ogni Stato deve eliminare la disoccupazione, impostando politiche economiche stazionarie, sulla logica del bene comune (e non del profitto dei singoli) e sull’impiego della mano d’opera che si libera dalla progressiva abolizione delle attività “parassite” ed inutili (ivi inclusi i beni di produzione superflui), verso lavori socialmente utili soprattutto in materia ambientale.
Severe riduzioni e reali controlli sull’uso e abuso delle sostanze chimiche in agricoltura e negli altri settori interessati.
Parametri di risparmio energetico nelle numerosi articolazioni del problema.
Riciclaggio pressoché totale di tutto ciò che è possibile riciclare (carta, plastica, vetro, ecc;); ciò in parte si sta facendo, ma è ancora insufficiente poiché a volte c’è un abisso tra uno stato membro d un altro.
Massima efficienza di tutti i sistemi di produzione nonché dello smaltimento dei rifiuti.
Sviluppare con la massima tempestività le forme di energia rinnovabile non inquinante, forme ecologiche non perché il petrolio è destinato a finire, ma perché è basilare per garantire il continuo della vita sulla terra.
Porre in essere una Costituzione europea che abbia come parte basilare una reale etica e carta della terra.
Esportare principi di solidarietà, di fratellanza e di interessi globali di un’etica della terra e della qualità della vita.
Garantire al massimo lo sviluppo della biodiverssità.
Farsi promotore di una visione olistica ed ecocentrica della dimensione del mondo.
.........................la lista potrebbe non finire mai!

Occorre poi evidenziare che spesso le politiche comunitarie sulle tematiche ambientali presentano in certe circostanze delle palesi stranezze come se la mano destra non sa quello che fa la sinistra. Infatti, da una parte si incoraggiano e finanziano progetti per lo studio e la salvaguardia di specifiche tematiche (specie animali a rischio, alterazioni di habitat, ecc.) e nel contempo si finanziano iniziative che pur avendo agli occhi di molti connotati “ecologici”, comportano in sé gravi danni sia agli aspetti faunistici che ambientali. Sarebbe quindi opportuno creare un po’ più di equilibrio e di armonia sia negli intenti che nell’operatività.
Come accennato, ma è bene ribadirlo, le buone normative europee in tema ambientale e sociale oggi in vigore dovrebbero rigidamente entrare a far parte dei specifici requisiti cui ogni membro deve applicare e rispettare, pena l’esclusione o attuazione di forti sanzioni sino a quando non si ristabilisce il rispetto delle norme. I parametri ambientali/sociali devono essere richiesti anche ai nuovi stati che vogliono entrare nell’Unione Europea.
L’Europa, con l’unione monetaria e praticamente anche quasi militare e costituzionale vuole dunque riprendere il suo ruolo di primato, vuole essere protagonista e non oggetto della politica mondiale, vuole insomma che - come accadeva una volta - dire Roma, o Parigi, o Vienna, voglia dire Europa, voglia dire “civiltà”. Ma una nazione o un continente può definirsi veramente “civile” solo quando avrà ristabilito una giusta armonia tra gli elementi, una giusta armonia sociale, una tolleranza universale paritetica (con tutte le culture e tutte le comunità minoritarie) e un “primitivo” rapporto uomo-natura, dove l’unitarietà delle parti sia totale e annulli quella tipica visione occidentale dualistica tra Natura e Cultura (Natura = selvaggio, indomito, desolato, negativo, da sfruttare, ecc. – Cultura = gentilezza, sapienza, pacatezza, supremazia, intelligenza, saggezza, ecc.). Solo dove la vita selvatica è garantita realmente, possiamo sentirci in una nazione civile perché in fondo impegnarsi per una reale conservazione della natura vuol significare preoccuparsi anche dell’uomo (olismo), altrimenti quel mondo tanto “civile” fatto di cultura, di grandi opere, di sicurezza, di archeologia, di forza economica verrà ben presto spazzato via dalla distruzione del mondo naturale che, nell’annientarsi per opera dell’uomo, si trascina con se, inevitabilmente, finanche tutto ciò che è umano.
Scrive Dalla Casa (1996): “Lo stesso termine ‘civiltà’ è inutile e pericoloso, perché sottindente un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
‘Civile’ significa oggi infatti ‘conforme ai principi dell’Occidente’ e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomani, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra”.


Fonte:
 

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