19/08/2005 Ecologia  
Pensare l'ecologia fino in fondo di Alain de Benoist

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[Intervista di François Bousquet e Michel d’Urance. Traduzione di Giuseppe Giaccio.]

Domanda. Contro lo sviluppo durevole e l’insieme delle visioni “progressiste” dell’ecologia e dell’uomo, negli anni Settanta ha cominciato a svilupparsi una teoria della “decrescita”. Può definirla e descrivere i suoi principali sviluppi e obiettivi?

Risposta. Oggi siamo di fronte a due fenomeni ben conosciuti da tutti: inquinamenti di ogni genere, che trasformano progressivamente la Terra in pattumiera e provocano ormai serie irregolarità climatiche, e un esaurimento accelerato delle riserve naturali che il nostro pianeta aveva impiegato milioni di anni a costituire. La causa essenziale di questa situazione è la civiltà industriale, che si è lanciata da due secoli in una folle corsa in avanti senza preoccuparsi dell’ambiente e immaginando che le risorse naturali fossero al contempo inesauribili e gratuite, mentre né l’una né l’altra cosa erano vere. La teoria della decrescita è nata all’inizio da una riflessione sulla nozione di limite, e più precisamente dalla constatazione che non può esserci una crescita economica (o demografica) infinita in uno spazio finito dalle riserve naturali limitate. In altri termini, nessuno può vivere indefinitamente a credito su un capitale non riproducibile. L’economista Nicholas Georgescu-Roegen è stato uno dei primi a presentare la decrescita come una conseguenza inevitabile dei limiti imposti dalla natura. L’idea è stata poi ripresa, in particolare negli ambienti ecologisti, da un certo numero di economisti e di teorici. Affermando che bisogna far decrescere l’“impronta ecologica” delle società industriali, i “decrescenti” constatano che andiamo dritti verso una catastrofe, che ci andiamo sempre più in fretta e che bisogna cambiare rotta. Ma la tematica della decrescita ha beninteso anche una portata antropologica e un aspetto morale. Essa si fonda sul rifiuto della dismisura, il rifiuto di un’evoluzione che fa predominare l’interesse per le cose inanimate sulle cose viventi, che riporta la nozione di valore sulle nozioni di calcolo e profitto, e che finisce col trasformare gli stessi esseri umani in oggetti. La scuola raccomanda non una limitazione della libertà, ma al contrario un ritorno alla “vita buona” di cui parlava Aristotele, in opposizione alla “vita” ordinaria considerata nel suo solo rapporto con i bisogni elementari. È un rifiuto della trasformazione del mondo in un mercato, un rifiuto di quella fuga in avanti nel “sempre di più”, che è consistita per così tanto tempo nell’internalizzare i profitti e nell’esternalizzare le perdite, senza preoccuparsi del quadro naturale di vita né delle conseguenze future delle nostre azioni. È dunque una teoria che contraddice nettamente l’attuale mentalità dominante, secondo la quale è meglio avere di più che cercare di essere di più (ed anche che l’essere si riduce all’avere).

D. L’obiettivo di cui oggi si parla maggiormente resta tuttavia quello dello “sviluppo durevole”, che lei critica duramente nel suo ultimo libro Demain, la décroissance! (Édite). Può riassumerci, a grandi linee, questa critica?

R. Lo sviluppo durevole consiste nel ridurre i costi, nel tentare di utilizzare meno materie prime, nel generalizzare il riciclaggio, nel fabbricare prodotti che consumino meno energia, in un più ampio ricorso a fonti di energia alternative, ecc. Tutto questo è bello e buono, ma, con ogni evidenza, tali misure servono solo a differire le scadenze. Sapendo che la nave si infrangerà sullo scoglio, se ne riduce la velocità, ma ci si guarda bene dal cambiare rotta. Come dice molto bene Patrick Viveret, il tempo ecologico (la misura degli equilibri naturali e del calendario climatico) non concorda con il tempo economico (l’approccio puramente quantitativo e monetario alle contabilità pubbliche). Il rifiuto di tenere conto di questa discordanza dimostra che la dottrina dello “sviluppo durevole” non rimette seriamente in discussione nessuno dei principi di base della società attuale. Si tratta sempre di trarre un profitto dalle risorse naturali e umane, e di ridurre il debito dell’uomo verso la natura a dispositivi tecnici che permettano di trasformare l’ambiente in quasi-merce. Ora, non si può far durevolmente coesistere la protezione dell’ambiente con la ricerca ossessiva di una resa in continua crescita e di un profitto sempre più elevato. Queste due logiche sono contraddittorie. Uno degli aspetti più assurdi della crescita misurata col Pil (prodotto interno lordo) è che quest’ultimo contabilizza positivamente ogni attività economica, anche quando è il frutto di una distruzione di valore, ad esempio una catastrofe naturale, un uragano o una “marea nera”. Nel mio libro segnalo che se si tenesse conto, nella determinazione del Pil, di queste distruzioni di valore, da un lato, e dall’altro del costo reale dell’attività economica, riferita ai suoi effetti non commerciali (impatto negativo sulla biodiversità, distruzione dei paesaggi, inquinamento dell’aria, ecc.), allora dovremmo rivalutare molto differentemente i nostri indici di crescita. Poiché oggi tutti si dicono più o meno favorevoli all’ecologia, i suoi avversari non vogliono essere da meno e si dichiarano perciò ecologisti, ma a modo loro. Il loro discorso, che è pressappoco quello di tutti gli uomini politici, è riassumibile nel tentativo di conciliare l’inconciliabile. La “buona” ecologia, secondo loro, è quella che non attenta al primato dell’economia, la loro idea è che, soprattutto, non bisogna opporre quelli che vogliono proteggere il pianeta e quelli che vogliono continuare a incrementare i loro profitti. Questa posizione emerge con grande chiarezza nelle parole di Luc Ferry, il quale ha recentemente dichiarato: “Sono risolutamente favorevole all’ecologia, purché si integri dolcemente nell’economia di mercato”. Evidentemente, tutto sta in quel “purché”! Olivier Dassault, dal canto suo, si spinge oltre: “I problemi possono trovare soluzione attraverso il mercato”, come dimostra il fatto che ormai “i diritti di inquinare si vendono in Borsa”. Conclusione. “In definitiva, l’ecologia non può essere che liberale”. È incredibile!
Lo “sviluppo durevole” cerca in effetti di mettere al servizio della logica del capitale una disciplina, l’ecologia, che per natura ne contesta le fondamenta. Perciò Serge Latouche non esita a definirlo un “ossimoro”. Simbolo di questa contraddizione è Nicolas Sarkozy che firma, come tutta la classe politica, il “Patto ecologico” di Nicolas Hulot, e che poi organizza il “Grenelle dell’ambiente” nel momento stesso in cui si dichiarava pronto a tutto per “rilanciare la crescita”. Bossuet diceva che “Dio si fa beffe delle creature che deplorano gli effetti di cui continuano ad amare le cause”. Volere al contempo lo “sviluppo” e il rispetto del quadro naturale di vita, è come voler inventare il cerchio quadrato.

D. Nel suo libro, lei maltratta, per l’appunto, certe idee riciclate regolarmente dai mezzi di informazione, in particolare il principio inquinatore-pagatore. Invece di dissuadere dall’inquinare o di “moralizzare” l’emissione di inquinanti, assistiamo in effetti alla costituzione di un vasto e lucrativo “mercato dell’inquinamento”: a quelli che inquinano di più, e che sono anche i più ricchi, si attribuisce un vero “diritto di inquinare” mediante un maggior costo che essi si affrettano a scaricare sui prezzi. Ma cosa pensa del principio di precauzione?

R. Il principio di precauzione è la risposta fornita dai giuristi all’“indeterminismo metafisico” (Karl Popper) che si è a poco a poco imposto nelle scienze. Da Ludwig Boltzmann e Henri Poincaré fino a Werner Heisenberg e Ilya Prigogine, lo sviluppo scientifico ci ha indotto ad abbandonare il paradigma classico di un reale accessibile nella sua totalità alla mente umana, perché l’impossibilità di conoscere i valori iniziali di un sistema infrange la speranza di una predittività. Il sogno laplaciano, che partecipa di una speranza ontologica fondata sul determinismo metafisico ed ancora perseguito da Einstein, Rosen e Podolski, tutti ostili alle conseguenze epistemologiche della rivoluzione dei quanta, ha ceduto spazio a una rappresentazione del mondo incompatibile con l’idea liberale di una “mano invisibile” che partorisce una società armoniosa semplicemente attraverso il mercato.
In Francia, come si sa, il principio di precauzione è incorporato dal 2005 nel testo della Costituzione che stabilisce che, “quando la realizzazione di un danno, benché incerto allo stato delle conoscenze scientifiche, potrebbe colpire in maniera grave e irreversibile l’ambiente, le autorità pubbliche assicurano la messa in opera di procedure di valutazione dei rischi e l’adozione di misure provvisorie e proporzionate per ovviare alla realizzazione del danno”. Formulazione abbastanza moderata e che ha dato luogo a inutili polemiche. Ma Jacques Attali è comunque all’interno della sua logica quando denuncia il principio di precauzione come una minaccia per la crescita, mentre Claude Bébéar, il quale parla di “oscurantismo”, garantisce che non abbiamo altra scelta che correre a tutta velocità in avanti per il fatto che “siamo già imbarcati” sulla nave.
Beninteso, tutto dipende in effetti dalle modalità d’applicazione. Ammetto benissimo l’obiezione di Jean-Pierre Dupuy secondo la quale ci sono dei casi “in cui l’incertezza è tale da implicare che la stessa incertezza sia incerta”, cosicché non possiamo allora “sapere se le condizioni di applicazione del principio di precauzione sono soddisfatte o no”. Ma questi sono dei casi limite. Il principio di precauzione non è un principio che fa della “paura” il motore delle politiche pubbliche, che potrebbe solo ostacolare la ricerca o l’innovazione e sfociare nella paralisi. Non è né un principio di astensione, che porterebbe a non fare niente, né il frutto di una “ideologia della terza età” aspirante al rischio zero. È un principio d’azione che, sforzandosi di deliberare sul probabile (che, come faceva osservare Bergson, ci appare retrospettivamente “possibile” solo quando è avvenuto) e tenendo conto dell’incertezza del sapere, fa semplicemente intervenire nelle decisioni del momento presente la preoccupazione per l’avvenire.

D. La decrescita è, secondo lei, il naturale prolungamento dell’ecologia, la sua traduzione pratica? Le sembra l’unica risposta politico-economica alla crisi ecologica che si sta delineando?

R. Il sottotitolo del mio libro, “Pensare l’ecologia fino in fondo”, è già una risposta alla domanda. A mio avviso, è chiaro che una rigorosa preoccupazione ecologica porta quasi inevitabilmente alla teoria della decrescita. Questione di logica. Ma è altrettanto chiaro che questa convinzione non è condivisa da tutti. Certi ecologisti preferiscono limitarsi allo “sviluppo durevole”, altri sono pronti a cedere alle sirene di un certo “capitalismo verde”. Lo si può spiegare con la loro reticenza a rompere nettamente con l’ideologia del progresso.
Lo “sviluppo” prolunga infatti quella ideologia del progresso che troviamo esposta nell’Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain di Condorcet, ma anche in più antiche formulazioni religiose. L’idea che l’umanità sia fondamentalmente una e che sia destinata a passare universalmente attraverso le stesse fasi si trova già nell’economia della salvezza proposta da sant’Agostino (si è passati dall’economia della salvezza alla salvezza attraverso l’economia). La visione di uno sviluppo unilineare del divenire storico, in opposizione alla concezione ciclica ereditata dagli Antichi, è, in origine, tipica del monoteismo, ma ha ispirato tutti gli storicismi moderni, con l’idea profana di un “senso della storia” che si è sostituita all’idea teologica di Provvidenza.
I sostenitori della decrescita, non bisogna nasconderselo, sollecitano un cambiamento di civiltà. Sanno che ciò che vogliono conservare implica una vera rivoluzione (ed in questo sono dei “conservatori rivoluzionari”). Il tema della decrescita si oppone apertamente non soltanto a una tradizione occidentale fondata, almeno a partire dal Rinascimento, sull’idea di dominio della Terra, ma anche a un sistema economico, il capitalismo, per il quale l’attività economica implica una crescita infinita, nei due sensi del termine. Sono quindi comprensibili le difficoltà cui vanno incontro e le resistenze che debbono vincere. Ogni tendenza, portata alle sue logiche conseguenze, implica ciò che in matematica si chiama un passaggio al limite. I sostenitori della decrescita si situano al di là di questo passaggio al limite.

D. I “decrescenti” hanno grandissime difficoltà a produrre un programma politico. In che cosa potrebbe consistere una politica della decrescita? Con ogni evidenza, una tale società non è all’ordine del giorno. Non pensa che potrà manifestarsi solo nel contesto di una grave crisi, se non addirittura di una catastrofe?

R. Serge Latouche crede molto nella “pedagogia delle catastrofi”. Io sono un po’ più discreto di lui, perché temo che le catastrofi abbiano soprattutto effetti catastrofici! Quello che è sicuro, è che se continuiamo nell’attuale direzione, delle catastrofi vanno messe in preventivo. Detto questo, bisogna sottolineare che, malgrado le urla alla Claude Allègre, i lavori del Gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima (GIEC), che riunisce oggi circa 200 scienziati, non hanno affatto manifestato di primo acchito un’ispirazione “catastrofista”, il che induce a prenderli ancora più sul serio. Sul riscaldamento climatico, il primo rapporto del GIEC, nel 1990, si diceva ancora agnostico. Solo nel secondo, pubblicato cinque anni dopo, questo riscaldamento è stato dichiarato accertato con una forte ipotesi che spiega con l’azione umana l’aumento dei gas ad effetto serra che bloccano l’irradiazione infrarossa emessa dalla Terra. Il terzo rapporto, pubblicato nel 2001, affermava infine con nettezza che l’essenziale del riscaldamento degli scorsi decenni è stato dovuto all’aumento dei gas ad effetto serra imputabile all’utilizzazione delle energie fossili. Ma la questione del riscaldamento climatico non è che un aspetto del problema dell’evoluzione degli ecosistemi messi a confronto con delle destabilizzazioni antropiche. È stato recentemente rivelato che l’aumento del livello del mare dovuto al riscaldamento climatico potrebbe non soltanto provocare la sommersione di numerose terre costiere, con tutte le conseguenze economiche e sociali che questo comporta, ma sfociare anche nella contaminazione di un 30-40% dell’acqua potabile sotterranea esistente nell’altopiano continentale. Ora, soltanto il 2% dell’acqua presente sulla Terra è potabile, e sappiamo che le falde freatiche stanno già diminuendo.
Il barile di petrolio, che costava 20 dollari nel 2002, oggi ha praticamente raggiunto i 100 dollari. Orbene, il prezzo del petrolio non può che continuare ad aumentare per due semplici ragioni. La prima è che sta per essere raggiunto il “picco” oltre il quale, essendo stata consumata la metà delle riserve originarie, il petrolio potrà essere estratto solo a rendimento decrescente. La seconda è che, sebbene il petrolio sia destinato a divenire una rarità, la domanda è già strutturalmente superiore all’offerta e lo sarà obbligatoriamente sempre di più in futuro. Quanto poi alla produzione massiccia di biocarburanti, come l’etanolo, essa avrà la conseguenza di far ulteriormente diminuire le superfici agricole destinate alle coltivazioni di prodotti alimentari. Questa situazione è intrinsecamente polemogena: dopo le guerre del petrolio, avremo domani le guerre dell’acqua.
Si può certo credere che il mercato e l’inventiva umana risolveranno tutti i problemi, che si scopriranno riserve di petrolio sconosciute, che i progressi tecnologici faranno aumentare il tasso di ricupero dei giacimenti petroliferi, che si metteranno a punto energie sostitutive altrettanto redditizie, ecc. Si può credere in tutto questo, ma si tratta precisamente di nient’altro che di un atto di fede. Invitandoci a quest’atto di fede, i teologi della crescita dimostrano di essere gli ultimi credenti dell’ideologia del progresso. Niente di più. Quanto al programma politico dei decrescenti, contro il quale si muovono molte obiezioni (aumento della disoccupazione, effetti sociali devastanti, ecc.), resta forse da precisare su molti punti. Ma sono comunque già state fatte numerose proposte pratiche: rilocalizzazione della produzione, riorientamento verso l’autosufficienza, rivalutazione dei costi in funzione delle loro incidenze non commerciali, soppressione dei prodotti usa e getta e penalizzazione delle spese pubblicitarie, drastica riduzione dello spreco e controllo dell’obsolescenza programmata dei prodotti, limitazione del credito, sviluppo dell’economia diretta e del terzo settore, riciclaggi intensivi, limitazione dei consumi “intermedi”, restaurazione del settore agricolo, rilancio della democrazia partecipativa nella sfera pubblica locale, ricorso a tutti i livelli al principio di sussidiarietà, ricreazione del legame sociale (tra gli individui, le comunità e le famiglie) e di un tessuto organico di corpi intermedi, ecc. Su tutti questi punti, rinvio all’ultimo libro di Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri), che sottolinea molto giustamente l’importanza che i “decrescenti” accordano alla nozione di autonomia (e dunque di sussidiarietà) in tutte le sue forme economiche, politiche e sociali.
Sarebbe un errore concepire la decrescita conviviale come un arresto della storia, una semplice crescita negativa. La decrescita non propone di pervenire a uno stato stabile, terminale, paragonabile alla società senza classi di Marx, all’equilibrio globale dei liberali o alla “fine dei tempi” dell’escatologia classica.

D. Che cosa ne pensa della formula, sostenuta da certi “decrescenti”, di un dividendo universale, incondizionato, generalizzato all’insieme della popolazione?

R. Piuttosto che di “dividendo universale”, preferisco parlare di reddito di cittadinanza. È un’idea che trovo estremamente interessante, e che un giorno o l’altro bisognerà pur studiare seriamente, anche solo per rispondere alle obiezioni che le sono state rivolte. In ogni caso, è significativo che questa proposta, che troviamo già in Victor Hugo e che ha avuto un inizio di applicazione pratica nell’America del Nord, abbia trovato dei difensori negli ambienti più differenti: in Francia, ad esempio, è stata sostenuta da ecologisti cime Yves Cochet così come da Christine Boutin (un “reddito sociale garantito dalla culla alla tomba”) e da certi liberali, che vi vedono un modo per lottare contro l’assistenza. Essa certo non si prefigge di incoraggiare le persone a “non fare niente” (tanto più che il solo reddito di cittadinanza non garantirebbe un livello di vita molto invidiabile), ma mira a riorganizzare tutta la vita sociale su basi differenti. Si tratta altresì di una chiara rimessa in discussione di una certa ipertrofia dell’insieme dei lavoratori dipendenti. In mancanza di spazio, perché la faccenda è complessa, non mi dilungherò ulteriormente sull’argomento. Avremo occasione di ritornarci. Per quanto riguarda l’approccio teorico e le modalità d’applicazione, rinvio ai lavori di economisti come Yoland Bresson, André Gorz, Laurent Geffroy, Philippe van Parijs, ecc.

D. La preoccupazione per l’“ecologia profonda” (deep ecology) è una costante dei diversi movimenti che rimettono in discussione la società liberale. Da certi comunitaristi americani a Edward Goldsmith, Robert Hainard o Arne Naess, che cosa pensa di questo movimento?

R. L’“ecologia profonda” ha avuto il grande merito di cercare di dare all’ecologia delle basi veramente filosofiche. Nel mio libro, parlo ad esempio dei dibattiti sul “valore intrinseco” della natura cui essa ha largamente contribuito. Le rimprovero, tuttavia, di cadere nell’eccesso opposto a quello che denuncia: il “biocentrismo” ugualitario difeso da alcuni dei suoi sostenitori non è meglio dell’antropocentrismo ampiamente circolato a partire dall’epoca di Cartesio o di Galileo. Tra l’uomo e la natura non si gioca un gioco a somma zero, dove tutto quello che viene concesso all’uno è automaticamente perduto dall’altro. Per essere più chiari, sono convinto che si possa riconoscere il ruolo eccezionale occupato dall’uomo tra i viventi senz epr questo concedere niente all’ideologia del dominio scatenato e dell’onnipotenza tecnica.

D. Nel suo libro, lei scrive giustamente che “tra l’uomo e la natura il problema non è di sapere chi deve dominare l’altro, ma come si può instaurare di nuovo e mantenere il rapporto di co-appartenenza che li lega”. Ma questo rapporto, questo destino di reciproca appartenenza tra la natura e l’uomo, chi l’ha fatto cedere e crollare? E chi potrebbe farlo riapparire?

R. Ampia domanda. Storicamente parlando, ciò che l’ha fatto cedere e crollare è la cancellazione di una rappresentazione ermeneutica del cosmo come insieme armonioso capace di servire da modello per la condotta delle faccende umane. Questo “disincanto del mondo”, che ha svuotato la natura di tutto ciò che in precedenza le si attribuiva di sacro, è stato incontestabilmente opera del monoteismo – opera sfociata, con la svolta cartesiana, nella trasformazione del mondo in oggetto inerte di cui l’uomo era esortato a ergersi a “sovrano padrone”. Tra il mondo-oggetto e l’uomo-soggetto si è di conseguenza venuto a creare un acuto dualismo che ha legittimato tutte le forme di imposizione dell’ambiente naturale. Nello stesso tempo, la sostituzione di una visione lineare e monovettoriale della storia umana alla concezione ciclica degli Antichi è sfociata nel “progressismo” moderno. In questo senso, l’ecologia appare incontestabilmente come la riappropriazione di un rapporto con la natura diverso da quello che ha dominato in questi ultimi secoli. Non bisogna ingannarsi, quello che, in filigrana, è in discussione in questa disciplina è indubbiamente una questione al contempo filosofica e morale concernente il rapporto dell’uomo con la natura: rapporto di dominio o di co-appartenenza, di predazione o di amichevole connivenza.

D. Per far nascere una decrescita probante, non si potrebbe reiterare sulla sua destra il “Come non essere più progressisti senza diventare reazionari” di Jean-Paul Besset con un “Come non essere più reazionari senza diventare progressisti” di Alain de Benoist? E così riunire anti-produttivisti di destra e anti-utilitaristi di sinistra?

R. Poiché la Terra è il nostro comune patrimonio e la preoccupazione ecologica attraversa tutte le scissioni ereditate dalla modernità, è evidente che gli uomini di destra tanto quanto gli uomini di sinistra e gli uomini di sinistra tanto quanto gli uomini di destra, possono avere buone ragioni per proteggere l’ambiente. D’altronde, è sempre esistito un antiproduttivismo e un anti-utilitarismo di destra, le cui radici storiche sono antiche almeno quanto quelle dell’antiproduttuvismo e dell’anti-utilitarismo di sinistra, che sono state a lungo ostacolate dai miraggi del progresso. Serge Latouche arriva anzi persino a riconoscere che “la critica radicale della modernità è stata più spinta a destra che a sinistra”, cosa che il recente arruolamento della maggior parte della destra sotto il vessillo liberale tende a far dimenticare. Per contrasto, oggi appare chiaramente che il socialismo produttivista ha sempre presentato punti di convergenza essenziali con la logica dell’espansione perpetua del capitale, il che dà retrospettivamente ragione ai sostenitori di una “terza via”.
La congiunzione trasversale di cui lei parla, e che anch’io auspico, urta tuttavia contro persistenti pesantezze dall’una come dall’altra parte. A sinistra, un certo numero di “decrescenti” hanno ereditato un settarismo di cui non riescono a disfarsi. Le vivaci proteste cui si abbandonano quando ci si insedia in quelle che considerano le loro aiuole sono davvero patetiche. Viceversa, constatiamo oggi un’indifferenza, se non addirittura una marcata ostilità, verso l’ecologismo in ambienti di destra che si vantano apertamente di non “credere al riscaldamento climatico” (“sono tutte storie!”), di avere altre priorità, ecc.
Le cause di questo atteggiamento sono varie. Quando non derivano da una pura e semplice adesione alle idee liberali, esse possono provenire da un mal riposto non conformismo, da un desiderio di fare sistematicamente il contrario di ciò che si dice o si scrive un po’ ovunque (è sempre più originale affermare che 2+2 fa 5), o ancora da un gusto della volontà di potenza che porta a far accettare qualunque forma di dismisura. Negli ambienti di destra, alcuni definiscono ingenuamente la civiltà europea con lo spirito “prometeico” senza chiedersi perché, nella mitologia greca, Prometeo sia condannato dagli dèi (egli rappresenta lo spirito titanico portatore della hybris annunciatrice del caos). Altri vedono negli ecologisti degli estremisti di sinistra mal pentiti o nell’amore per la Terra una forma di “mondialismo” senza nemmeno capire che la teoria della decrescita propone di arginare la mondializzazione ponendo l’accento sul localismo. Di conseguenza, questi ambienti sono naturalmente portati ad accettare la logica della predazione e il regno senza limiti della volontà di possesso. È comunque sorprendente che degli avversari dell’ideologia del progresso non vedano che l’ecologia rappresenta oggi la forma più vigorosa di contestazione di questa ideologia, che persone per le quali l’uomo è anzitutto un erede non comprendano che l’ambiente naturale fa parte dell’eredità, e che degli adepti dei valori tipici delle società tradizionali arrivino, per pura stupidità o pigrizia intellettuale, a trasformarsi negli ardenti difensori di una modernità che ha cancellato tutto ciò che ad essi sarebbe piaciuto conservare.






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