09/09/2005 Wilderness  
Wilderness: il "lato selvatico" e non conformista americano di Eduardo Zarelli

Fonte: Arianna Editrice

Vi è un fiume carsico che collega il pensiero ecologista americano al ruolo profetico permanente nella storia degli Stati Uniti: quello di chi pensa, pratica e ripropone la buona custodia della terra (steawardship) come componente essenziale della libertà umana e della giustizia sociale. Dalle virtù civiche di Thomas Jefferson al “trascendentalismo” di Emerson ed Henry D. Thoreau, dal naturalisimo pionieristico di John Muir al conservazionismo di Aldo Leopold, c’è parte del retroterra culturale a cui attingono le “virtù rurali” di Wendel Berry; il bioregionalismo di Peter Berg e di Kirkpatrick Sale; il ritorno alla selvaticità (wildersness) di Gary Snyder; il “paradigma olista” di Fritjof Capra e di Gregory Bateson. Forse la vastità e la profonda bellezza dei paesaggi unite alla saggezza della cultura pellerossa, hanno insinuato fin dalle origini nello spirito americano - prometeica esaltazione della modernità conquistatrice di un “eterno” West trasposto nell’ideal tipo della Frontiera - un particolare richiamo interiore alla natura come riferimento sostanziale della civiltà. Poiché lo stile di vita edonistico statunitense è divenuto il maggior fattore di distruzione degli equilibri naturali, il ruolo di questi pensatori si è fatto più gravoso e contraddittorio rispetto a quello dei loro predecessori. Poiché la cultura americana ha tradito la sua vocazione originaria, essi si pongono criticamente nei confronti di quella vocazione.
Aldo Leopold - fondatore, tra l’altro, della Wilderness Society e morto 50 anni fa mentre tentava di domare un incendio nella prateria che minacciava la sua fattoria - nel suo Almanacco di un mondo semplice riproduce immagini semplici ed essenziali tratte dall’esperienza del mondo naturale. La sua è una commovente descrizione dei mutamenti che la natura subisce nel corso di un anno, con il fiorire e lo sfiorire della vegetazione e il conseguente comportamento degli animali: la ciclicità delle quattro stagioni come analogia della spirale dell’esistenza umana. Questa parte narrativa sfocia quindi nelle riflessioni sul rapporto uomo-natura, delineando quell’originale prospettiva biocentrica, in cui il sapere ecologico si allea all’etica e all’estetica; prospettiva, questa, che ha esercitato un influsso decisivo sull’ecologia del profondo. Leopold, evidenziando i fallimenti del “protezionismo” ambientale, parte dal presupposto che la “Terra è un organismo” e che, solo sentendola come una “casa comune” a cui apparteniamo, potremo servircene con il dovuto rispetto. Il degrado della bellezza della natura corrisponde alla riduzione della sua complessità, diversità, stabilità: quell’equilibrio, che ne sostanzia in profondità la pienezza vitale e simbolica.
Sicuro erede di questo atteggiamento interiore è Wendell Berry, poeta, scrittore, saggista, professore di letteratura all’Università del Kentucky, ma, soprattutto, agricoltore. Il suo approccio alla repentina degradazione ambientale, culturale e umana della società industriale inizia nei primi anni Sessanta, quando la dimostrazione dei danni ecologici diventa evidente al grande pubblico grazie a opere come Primavera silenziosa di Rachel Carson. A differenza di molti pensatori e letterati di quell’epoca, per la maggior parte legati alla Beat Generation, alcuni dei quali (come Gary Snyder) suoi strettissimi amici, Wendel Berry non vaga per il paese alla Easy Rider. La sua protesta contro il consumismo non persegue una “fuga dal Sistema” o la recisione delle radici; al contrario il suo contributo è rivolto alla riscoperta delle fonti della cultura occidentale, che l’industrialismo progressista ha soffocato. Rivisitando le grandi opere della letteratura europea, dall’Odissea alla Divina commedia al Paradiso perduto di Milton, insieme al Vecchio e Nuovo Testamento, Berry rintraccia i presentimenti del tragico destino occidentale. La sua poesia e la sua letteratura non hanno nulla di estetizzante o intimistico, ma si rivolgono comunque all’anima contemporanea straziata dalla mancata identità personale e sociale. Non indulgono alla nostalgia ma forniscono a politici, economisti e uomini della strada, delle indicazioni pratiche e della intelligenza tecnica e storica sedimentata dalle sobrie virtù civiche comunitarie.
Con i piedi per terra è l’emblematico titolo di una sua raccolta di testi (tradotta anche in Italia); gli argomenti spaziano dall’improprio primato dell’economia industriale, al fallimento “specialistico” dell’istruzione universitaria, al nostro rapporto con gli strumenti della tecnologia e con la natura selvaggia. Il problema della coerente e pratica applicazione della coscienza personale e comunitaria nella vita di ogni giorno è quello centrale di ogni uomo. Quando una società nega questa esigenza, separandosi dalla propria tradizione, regredisce nell’anomia individualistica e nel degrado culturale, nonostante la patinata veste di prodigi tecnologici e successi materiali di cui si riveste. Berry si richiama, in controtendenza, ad una prospettiva di radicamento etico del quale l’economia può, e quindi deve, essere un mero strumento. Nell’interpretare l’evoluzione del modello economico statunitense immagina retoricamente come sarebbe stata la società, se nel dopoguerra si fosse dato il giusto peso alle comunità rurali rispetto alla crescita esponenziale del prodotto interno lordo, se si fosse investito nella qualità della vita con lo stesso impegno impiegato per dispiegare il complesso militare-industriale più potente del mondo. Domanda oggi quanto mai pertinente e drammaticamente attuale.
La ricaduta localistica del pensiero di Wendel Berry è presa alla lettera dal movimento bioregionalista americano. La parola bioregione si compone semanticamente di bio, la parola greca che significa vita e “regione” che deriva dal latino regere, cioè governare. La vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio. Un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono, piuttosto che dall’artificio della razionalizzazione; una regione governata dalla natura. Tutto ciò è credibile solo coltivando una rinata sensibilità per la specificità dei luoghi e delle culture, una lealtà politica verso il territorio in cui si vive, unite a pratiche economiche e sociali sostenibili, cioè radicate nella particolarità del territorio e delle sue tradizioni, espresse dalla sensibilità delle comunità locali. La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie - tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza - possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”. Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’universalismo monistico e dall’etnocentrismo occidentale rispetto al quale tutto diventa barbarie, periferia retrograda.
In questa prospettiva naturalistica è maggiormente noto in Europa il pensiero di Fritjof Capra. Grazie all’originalità e all’importanza dei suoi contributi - fra cui il bestseller internazionale Il Tao della Fisica - il fisico americano è oggi considerato uno degli intellettuali più credibili tra coloro che propugnano un nuovo “paradigma” olistico per interpretare e favorire il mutamento del modello di sviluppo tecnomorfo. Il debito dell’autore all’ecologia del profondo è riconosciuto limpidamente, quando definisce il “nuovo paradigma” come una visione del mondo che si fonda sulla consapevolezza della interdipendenza fondamentale di tutti i fenomeni ed afferma che, come esseri individuali e sociali, tutti noi incidiamo e contemporaneamente dipendiamo dai processi ciclici della Natura. Nelle sue opere Capra, analogamente a Bateson, accosta la fisica contemporanea e la tradizione sapienziale constatando come, inconsciamente, la scienza contemporanea si allontani sempre più dalla cornice entro cui è nata, che è quella cartesiana di una scissione fra mente e natura. Così, idee come quella della “sostanziale interconnessione della natura” - fondamento di buona parte del pensiero orientale - o archetipi mitici come la “danza di Shiva” cioè della materia come emanazione energetica, cominciano ad acquisire un preciso significato nel linguaggio della fisica occidentale; infatti le teorie dei quanti, dei quark e del cosiddetto bootstrap giungono a descrivere analiticamente la “compenetrazione” dell’esistente. È intuibile la portata di questa vulgata, che travalica i campi del pensiero scientifico e investe le categorie della “modernità” tutta.
Capra prospetta un radicale mutamento in atto nell’ambito del sapere. I modelli lineari e deterministici ereditati da Newton e Darwin si stanno rivelando sempre più inadatti a favorire la comprensione del mondo e di noi stessi: è necessaria una nuova sintesi dell’universo, alla quale, da campi diversi, stanno contribuendo gli studiosi impegnati su fronti apparentemente distanti ,che si chiamano teoria di Gaia, teoria sistemica, della compessità e del caos. Capra tenta a una sintesi complessiva di questa “insensibile” rivoluzione, scorgendo il delinearsi di un nuovo/antico pensiero, che vede nella natura e negli esseri viventi non entità isolate, meccanicistiche, ma sempre e comunque “sistemi viventi” dove il singolo è olisticamente in stretto rapporto di interdipendenza con i suoi simili e il sistema tutto. La somma di queste relazioni, che legano gli universi della psiche, della biologia, della società e della cultura è una rete: la rete della vita. Ricongiungersi alla trama della vita significa edificare e mantenere comunità sostenibili, in cui si possano soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza pregiudicare l’equilibrio complessivo. Tra le comunità umane la diversità culturale ricopre un ruolo analogo alla biodiversità nell’ecosistema. Diversità significa relazioni molteplici date da approcci diversi a problemi simili. La diversità è la risorsa vitale contro l’uniformità suicida di cui l’unilateralismo occidentale ne è epifenomeno epocale.




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