12/09/2005 Ecologia profonda  
UMANO SELVATICO TERRA SELVATICA di Dolores LaChapelle

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RIASSUNTO: Le culture indigene/selvatiche di tutto il mondo con- dividono tre aspetti della vita: il rito, il controllo della popolazione, e il rispetto per il mondo non-umano. Questi tre fattori hanno agito reciprocamente rafforzandosi l’un l’altro, mantenendo le tribù primitive in equilibrio con l’ambiente selvaggio. Il “rito” a cui facciamo riferimento non sono le superficiali pratiche ritualistiche di certi gruppi “Woo-Woo” e “New Age”, ma al vivere quotidiano in relazione consapevole con il mondo non-umano. Questo saggio mostrerà che l’uomo è tutt’ora un prodotto dell’ambiente, e che questi tre aspetti della vita sono essenziali per riscoprire l’uomo selvatico dentro di noi e per ripristinare la wilderness/ natura selvaggia.

«È sempre stato fondamentalmente parte dell’esperienza umana vivere in una cultura della wilderness. Non c’è mai stata wilderness senza qualche tipo di presenza umana per centinaia di migliaia di anni.» (Gary Snyder)

INTRODUZIONE: L’uomo modellato dalla natura

Gli esseri umani si sono evoluti nella natura selvaggia, la nostra peculiare natura umana si è formata in quella che chiamiamo wilderness. La civiltà non cominciò se non dopo l’affermarsi dell’agricol- tura, diecimila anni fa. Nessuno ha mai spiegato gli effetti della “civiltà” sul corpo umano meglio del Dr. A.TW. Simeons. Egli scrisse Man’s Presumptuous Brain (“La mente presuntuosa dell’uomo”), per spiegare quello che una vita di lavoro alle radici del male gli ha in segnato: «La civiltà è un artifizio e non un fenomeno biologico. Il solo risultato fisiologico che ha avuto nell’uomo è l’insorgenza di disordini psicosomatici. Non ha prodotto nuovi organi e nessuna nuova funzione… l’evoluzione culturale dell’uomo ha portato solo un aumento dell’abilità corticale di imparare. L’essere umano è la sola creatura vivente che ha portato la sua naturale evoluzione a una fine, egli ha cessato di adeguare il proprio corpo all’ambiente; ora adegua l’ambiente al suo corpo».

La tesi centrale della conferenza L’uomo: Il Cacciatore, che si tenne all’Università di Chicago, verteva sul fatto che oltre il 99% del tempo vissuto dall’uomo sulla Terra, l’ha vissuto come cacciatore/raccoglitore. Solo negli ultimi diecimila anni l’uomo ha iniziato l’addomesticamento di piante e animali. Carleton Coon, che ha dedicato il lavoro di una vita all’antropologia e all’archeologia, scrisse The Hunting People puntualizzando che: «l’estensione di dieci millenni comprende circa quattrocento generazioni umane, troppo poco per permettere qualsiasi consistente cambiamento genetico». È generalmente assodato che la struttura del corpo e degli organi interni dell’uomo si svilupparono da organi simili a quelli degli animali. Questo fatto, e cioè che i nostri fondamentali bisogni sono gli stessi di quelli degli animali a sangue caldo: cibo, sesso, interazione di gruppo e nelle alte latitudini il calore del sole, ha creato sconcerto in gruppi di cristiani e membri della new age. Certe malattie derivano proprio dall’essere privati di questi fondamentali bisogni. Noi pensiamo di aver addomesticato e di aver sotto controllo la natura, ma in realtà ne siamo comunque controllati dalle dinamiche ambientali, come per esempio le differenti combinazioni ionizzanti nelle molecole dell’aria che respiriamo, esse ci possono sia condurre a un’esuberante freschezza oppure a una depressione suicida… Più la ricerca avanza e più si ha la conferma che gli umani sono un prodotto dell’ambiente, dal quale non possono separarsi.

RITI

Le culture originali tribali non avevano una terminologia scientifica, la loro conoscenza proveniva da generazioni di esperienza nel posto dove vivevano. Fattori ambientali come le lunghe notti

invernali o il vento caldo, venivano affrontati aumentando l’attività rituale con canti, suonando il tamburo e la danza. Da questi fattori ambientali ebbero origine le feste stagionali. L’aumento dell’oscurità induce ansietà e depressione, da ciò derivano i riti del solstizio d’inverno; l’aumento della luce solare stimola la creatività delle piante, da ciò i rituali della vegetazione primaverile. Se i nostri antenati non avessero sviluppato modi per controbattere gli aspetti stressanti delle condizioni atmosferiche, si sarebbero estinti. Molti riti e feste dipendevano dal mondo non-umano. Per calcolare il tempo aspettavano il tempo della luna piena e della luna nuova, oppure finché il sole non sorgeva da un certo punto di un monte in particolare; oppure dall’apparire di una certa costellazione. Questi rituali riconoscono alla natura il ruolo di guida. Se seguiamo la natura non ci possiamo sbagliare, come invece succede nel seguire esclusivamente i disegni dell’uomo, i quali sono troppo limitati per comprendere i ritmi dell’universo…

Ma cosa si può dire dei cattivi comportamenti e delle guerre? Come si comportavano le popolazioni primitive quando un membro della tribù pretendeva molto di più di quanto avesse bisogno? L’antropologa Ruth Benedict passò vent’anni alla ricerca di questo interrogativo, comune a tutte le culture “buone”… Benedict scrisse che una buona società è quella dove «l’azione di un individuo va a beneficio sia di se stesso che del gruppo… la non aggressione avviene non perché la gente tribale è altruista o perché pongono gli obblighi sociali al di sopra dei desideri personali, ma quando è l’assetto sociale a produrre entrambi nello stesso tempo». La ricchezza veniva sempre rimossa da un singolo punto di concentrazione e pro pagata nel gruppo. Se un uomo possedeva molti cavalli e coperte «non gli veniva dato valore se queste non passavano dalle sue mani in quelle della tribù». La Sun Dance degli indiani delle pianure, con il loro “dare via” ne è un chiaro esempio. Gli indiani della costa nordovest avevano il potlatch, l’antica Cina aveva una sua forma di potlatch. Questo “dare via” era sempre accompagnato da feste. Nella wilderness è un donarsi l’un l’altro — come le micorrize fungine, che crescendo sulle radici di un albero forniscono quei nutrimenti che l’albero da solo non riuscirebbe a procurarsi. Certo, gli uomini originali non conoscevano queste cose scientificamente, ma conoscevano l’importanza di questo “potere sotterraneo” e ne davano riconoscenza in tutti i rituali. Per quanto riguarda la guerra: l’attività bellica fra gli umani selvatici, fra le genti tribali, non era mai quella grossolana distruzione di vite umane — di alberi, o terra — che invece le guerre moderne producono. in realtà erano scontri altamente ritualizzati che coinvolgevano due gruppi differenti. Venivano dapprima eseguite elaborate preparazioni, come il digiunare, la pittura dei corpi, canti e suoni del tamburo, prima che i due gruppi si affrontassero sul campo. Fra gli antichi Celti, il rituale era lo scontro fra due campioni. Dopo giorni di preparazione le armate si affrontavano, di solito vicino a un fiume. Il campione di un gruppo, con l’appoggio dei compagni, lanciava insulti al campione nemico, poi finalmente si affrontavano. Quando uno di loro cadeva la battaglia finiva e, tornati ai rispettivi accampamenti, eseguivano riti di dolori o di vittoria.

Nel profondo, in ognuno di noi, dimora l’umano “originale”. Paul Shepard ci dice che «ci sono certe attività che l’uomo (ovunque nel mondo e in tutti i tempi), libero da impegni di lavoro, ama fare: cacciare, danzare, gareggiare e conversare». Non è per caso che queste sono precisamente le “vere vocazioni dei cacciatori primitivi che non fanno distinzione fra tempo libero e vita Guardate ai tanti cartelli ai lati delle strade e vedrete che l’uomo selvatico è tutt’ora presente: “vorrei essere a pescare” oppure “vorrei essere a sciare”.

«L’uomo non può tollerare la noia» come ha detto Paul Radin «il primitivo vive in una ardente realtà». Non c’è noia in una vera cultura, parzialmente perché nessuna cosa viene eseguita per molto tempo. Mentre lavavano i vestiti al fiume, stavano attenti al movimento dei pesci, mentre vagavano per la foresta, si cibavano di frutti e di noci commestibili; l’attenzione necessaria nella caccia opera va pure nella vita di tutti i giorni.

CONTROLLO DELLA POPOLAZIONE

L’attenzione nel cacciatore primitivo significava conoscenza degli ecosistemi; conoscenza dell’equilibrio fra i bisogni di cibo e quello che l’ambiente può fornire. Il controllo della popolazione, sia ritualisticamente che con le erbe, veniva praticato ovunque nel mondo. Proprio perché le parole “milioni” e “miliardi” sono troppo astratte, fare statistiche sulla corrente popolazione mondiale è senza utilità. Garrett Hardin, nel 1972, ha dato una chiara spiegazione sul controllo della popolazione come modello normale di società umana.

Oggi la popolazione mondiale sta aumentando approssimativamente del 2% all’anno. E stato stimato che un milione di anni fa c’era no sulla Terra centoventicinquemila individui (1/8 di milione). Se un ottavo di milione di persone viventi a quel tempo si fossero moltiplicate al presente tasso di crescita del 2,03% annui, quanto tempo ci sarebbe voluto per raggiungere l’attuale popolazione, che è di cerca sei miliardi e mezzo? Ci sarebbero voluti appena cinquecentododici anni… e come tempo saremmo ancora all’incirca a un milione di anni a.C.

RISPETTO PER I NON-UMANI

Sempre più persone sono d’accordo nel considerare questo periodo storico, oltre che disastroso, una «temporanea anomalia», come afferma Gary Snyder. Ma quale è stato il modo in cui gli esseri umani selvatici sono riusciti a vivere così a lungo sulla Terra? Malcom Margolin ci fornisce una traccia: «Prima della venuta degli europei, per centinaia — forse migliaia — di anni era abitudine per gli Ohlones (una tribù indiana della costa occidentale del Nordamerica) alzarsi prima dell’alba: fermi di fronte alle loro case, rivolgendosi a est urlavano il loro saluto di incoraggiamento al sole che stava nascendo. Gridavano e parlavano al sole perché credevano li stesse ascoltando… Gli Ohlones erano molto diversi da noi, avevano differenti valori, tecnologie e modi di vedere il mondo… Tuttavia c’è qualcosa che resta, al di là delle differenze, appena ci sforziamo a guardare attraverso le molteplici finestre del passato, non vediamo solamente gente che cacciava, pescava, pitturava i loro corpi, danzava le loro danze, ma anche le loro gioie, le loro paure e le loro riverenze, così possiamo alla fine catturare aspetti quasi dimenticati del nostro proprio sé».

Questi aspetti sono l’originale “selvatico” nel profondo di noi stessi. Ma come scoprire l’originale selvatico nell’uomo? Paul She pard afferma che: «Il problema può essere più difficile da comprendere che risolvere» e continua «sotto la patina della civilizzazione, parafrasando una banale frase dell’umanesimo, non c’è il barbaro, ma l’uomo che conosce la giustezza di nascere in un gentile vicinato, la necessità di una ricchezza ambientale non-umana, il giocare a essere animali, la disciplina della storia naturale, i lavori gioviali con arnesi semplici, l’arte del ricevere cibo come dono spirituale più che un prodotto, la coltivazione del senso metaforico del fenomeno naturale di tutti i tipi, essere membro di un clan, la vita in piccoli gruppi e una profonda richiesta di liberazione rituale e susseguente iniziazione a membro adulto. C’è una persona segreta ancora viva in ogni individuo, consapevole della validità di tutti questi aspetti e sensibile alla giustezza del loro manifestarsi nelle nostre vite».

L’attenzione totale verso ogni aspetto della vita è ciò che ha plasmato l’uomo selvatico, attenzione totale ma mai “controllo totale”, come succede oggi. L’attenzione riguardava il comprendere cosa la natura si aspettava in cambio affinché potesse continuare a donarsi. Un aspetto taoista dell’antica Cina ci fornisce il più limpido resoconto scritto su come vivere in questo modo. I primi taoisti erano intellettuali che lasciarono la vita civilizzata nelle valli e se ne andarono sulle montagne dove ancora vivevano delle genti primitive e per imparare dalla natura.

Ecco una storia taoista di Lieh Tzu:

Confucio stava camminando con i suoi discepoli lungo la riva di una torrente, nei pressi delle cascate di Lu Chiang. Nel vorticoso torrente, dove persino una tartaruga non sarebbe sopravissuta, videro la testa di un uomo andare su e giù nelle onde. I discepoli si precipitarono in aiuto del l’uomo, ma egli poco dopo risalì per niente preoccupato. Confucio gli chiese: «Hai un Tao per pestare nell’acqua in quel modo?». «No» rispose l’uomo, «ho iniziato con quello che per me è istintivo, crescendo in modo naturale, maturando, avendo fiducia nel destino. Sono entrato nel vortice con l’influsso e ne sono uscito con il deflusso; seguendo la Via dell’Acqua invece di imporre il mio corso; questo è il modo in cui ne so no uscito.»

CONCLUSIONE

C’è un detto che dice che non si può fare un buco nuovo scavando in uno vecchio. Durante gli ultimi vent’anni sono stati pubblicati molti libri importanti sull’ambiente, c’è stata molta ricerca e molti più progetti che in tutti gli anni passati messi assieme. Il risultato: ogni aspetto dell’ambiente, animali selvatici compresi, è peggiorato più di prima. tempo di riconoscere che non possiamo fermare la distruzione ambientale, la distruzione della vita selvaggia con intenti “razionali”. Gregory Bateson, uno dei più eminenti pensatori di questo secolo, ha detto bene: «la parte razionale della mente in sé è necessariamente patogena», e cioè mortale — non solo per la vita umana, ma per tutta la vita. La natura dell’emisfero razionale (la parte “sinistra del cervello”) agisce separando le cose per vedere come funzionano, per poi non riunirle. più. Le emozioni a cui noi umani diamo valore — l’altruismo, l’enfasi — non provengono dalla neocorteccia, ma dal più profondo, dal cosiddetto livello mentale animale o libico. Abbiamo ereditato queste emozioni dai nostri antenati animali e quando operiamo all’interno di questa mente noi condividiamo i nostri pensieri con quelli degli animali. Questo veniva fatto attraverso i sogni, i riti, le danze e il suono del tamburo — e ogni cosa che impedisca all’emisfero razionale di condurre lo show. Così la via d’uscita dal presente disastro non proviene da più ricerca o più progetti ma dall’uso dei metodi usati per millenni dai nostri antenati. Praticare il rito significa vivere la nostra connessione con il mondo non-umano. Quelli di voi che in modo serio pescano, cacciano, o compiono scalate svilupperanno automaticamente atteggiamenti ritualistici. Il più importante è quello che Gary Snyder chiama: «Il sacramentale scambio d’energia in mutua condivisione dell’aspetto evolutivo della vita.., il quale prende forma dall’energia condivisa, passando avanti e indietro, letteralmente mangiandosi l’un l’altro». Ecco qui un esempio: il nostro corpo, mangiato dai vermi nutre l’albero, il quale a sua volta nutre altre generazioni di umani. Ma come possiamo iniziare a incorporare tutto questo a livello di governo? Due decenni fa, il prestigioso Centerfor the Study of Democratic Institutjons invitò Gary Snyder a tenere una conferenza. Egli disse loro:

“La ragione per cui sono qui è perché desidero portare la voce della wilderness, il mio distretto elettorale… Quello che dobbiamo fare è trovare il modo di incorporare le altre genti — quelle che gli indiani Sioux chiamano la gente che striscia, la gente in piedi, la gente che vola, la gente che nuota — nelle assemblee dei governi. Se non lo faremo, essi si rivolteranno contro di noi. Presenteranno richieste non più negoziabili sul nostro rimanere qui su questa terra. Proprio ora stiamo cominciando a ricevere richieste non più negoziabili da parte dell’aria, dell’acqua e del suolo… Questo centro è paragonabile a un kiva di anziani. La sua funzione è di mantenere e di trasmettere la tradizione della tribù al più alto livello. Se dovessimo assolvere alla sua funzione in modo completo, dovremmo istituire delle cerimonie in relazione alle stagioni e magari anche alle migrazioni dei pesci e alle fasi della luna… Un consiglio degli anziani, garante della tradizione, della cultura… aperto a tutto ciò che proviene dalle altre forme di vita.., e quando nelle danze degli indiani Pueblo, e di altre genti, certi individui vengono “presi” dallo spirito del cervo, e iniziano a mimare la danza del cervo, oppure mimano la danza del giovane grano, oppure impersonano la fioritura della zucca, essi non stanno parlando per l’umanità, essi si sono presi la responsabilità di interpretare, attraverso la loro umanità, l’identità di altre forme di vita. Questo è tutto quello che sappiamo riguardo alla possibilità di renderci portavoce per il resto della vita, all’interno della nostra società democratica.”


Tratto da : “Lato Selvatico”


Fonte:
 

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