11/10/2005 Ecologia profonda  
Ecologia, decrescita e non dualità. Intervista di Eduardo Zarelli a Scroccaro, Vicentini, Cenedese

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Eduardo Zarelli: E’ in tale contesto che va colto il vostro speciale interesse per le antiche tradizioni di saggezza e per le culture non occidentali?

Scroccaro - Vicentini - Cenedese: Certamente: l’attenzione per le tradizioni di ogni dove è doverosa per i motivi di cui sopra e per molti altri, che poco o nulla hanno in comune con la curiosità eruditiva fine a se stessa. Il fatto è che non si può ogni volta ripartire da zero, come volevano certi padri della modernità, alla Cartesio, che pretendevano di costruire una civiltà migliore negando il valore delle culture premoderne. Tutti quelli che hanno sostenuto tesi simili, ridicolizzando il passato, in realtà lo hanno fortemente deformato, essendo incapaci di comprenderlo. E’ quanto accade ancor oggi, e ne abbiamo già fatto cenno. Riprendendo certi esempi della manualistica, la cosmologia greca risulterebbe quasi sempre dualistica, semplicemente perché vi sarebbero almeno due principi in competizione; la metafisica sarebbe quasi sempre monistica (e dunque autoritaria), poiché tutto farebbe capo a un solo principio…Impiegando schematizzazioni sbrigative di questo genere, ripetute con sicumera da migliaia di docenti, è impossibile portare alla luce gli orientamenti di saggezza non-duale che sono depositati in certe dottrine antiche: così facendo, si perde di vista il meglio di esse, o addirittura si esercita nei loro confronti una gratuita violenza interpretativa; probabilmente per questo Umberto Galimberti ha apostrofato i manuali di filosofia con l’espressione “quei libri orrendi che circolano nei nostri licei”(vedi Idee: il catalogo è questo. Feltrinelli ed.).
Si potrebbero produrre moltissimi altri esempi simili, anche al di fuori della storiografia filosofica, ma il discorso sarebbe lunghissimo. Qui basterà ribadire che essere attenti alle tradizioni di saggezza significa semplicemente: lasciar parlare tali saggezze, lasciar fluire il loro messaggio, senza forzature e interferenze, per quanto ne siamo capaci. Questo criterio non colonialistico, indice di onestà intellettuale, deve essere riservato ai Greci e a qualsiasi altra cultura del pianeta.
Quanto detto non comporta alcun atteggiamento “passatista”, alcun tradizionalismo di maniera: non si vuole minimamente idealizzare il passato, poiché anch’esso aveva i suoi limiti (la perfezione non appartiene comunque al mondo storico, insegnava Platone). Le saggezze tradizionali non vanno fotocopiate e chiosate con pedanteria neoscolastica: semplicemente, vanno rispettate e riabilitate, anche perché hanno ancora molto da dire, perfino al nostro mondo.

Eduardo Zarelli: La lettura sapienziale delle tradizioni culturali è per voi più che una legittimazione del passato, una chiave di lettura del presente, per rimeditare i problemi di drammatica attualità che hanno la loro radice in determinati modi di concepire il mondo ed i rapporti tra gli esseri che vi sono ospitati. Se la contraddizione epocale è l’acuita dicotomia tra cultura e natura, dobbiamo quindi accomunare l’ecologia e la filosofia? I limiti dell’ambientalismo hanno un logico superamento nell’ecologia del profondo?

Scroccaro - Vicentini - Cenedese: Da qualche parte, G. Bateson ha detto che “i problemi principali del mondo sono il risultato della differenza tra il modo in cui la natura opera e il modo in cui l’uomo pensa”. Un modo elegante per sintetizzare il senso della frattura tra natura e cultura moderna. I pensatori della modernità (da F. Bacone a Cartesio, da Kant a Hegel etc.) hanno celebrato la scissione tra natura e cultura, ritenendo che quest’ultima dovesse rendersi indipendente dai vincoli naturali e costruire tramite la tecnoscienza e l’attivismo della ragione un mondo nuovo, superiore a quello naturale. Questo tipo di pensiero è antiecologico già nella sua impostazione di fondo, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Le culture premoderne, pur essendo alquanto differenziate, convergono in gran parte su un orientamento cosmocentrico, nella misura in cui ritengono di trovare nelle leggi cosmiche, nei ritmi naturali, dei principi d’ordine che quindi le società umane devono rispettare e introiettare. Ciò significa che esse sono intrinsecamente ecologiche, in quanto si ispirano ai processi ciclici presenti in natura per organizzare anche la vita umana. L’ecologia non nasce con certi autori moderni, per il semplice fatto che essa è da sempre connaturata a molte filosofie e saggezze premoderne. Per di più, non si tratta di un’ecologia spicciola, bensì di un’ecologia profonda, proprio perché tali saggezze propendono per una visione cosmocentrica; di conseguenza, tendono a realizzare istanze tipiche dell’ecologia profonda: basti pensare al rispetto per tutti gli esseri, all’etica della compassione cosmica…Devall e Sessions l’hanno detto benissimo: l’ecologia profonda è il filo conduttore che pervade e ispira varie correnti spirituali e filosofiche dell’antichità (vedi Ecologia profonda. Ed. Gruppo Abele); essa può rivitalizzare anche l’ambientalismo contemporaneo, troppo spesso attardato sulle posizioni dell’ecologismo superficiale.

Eduardo Zarelli: Tra i limiti dell’ambientalismo vi è la contraddittoria aspirazione a riformare la società industriale tramite l’ossimoro dello “sviluppo sostenibile”. Per questo voi collaborate con il movimento della decrescita, senza però rinunciare alla vostra specifica sensibilità culturale. Forse che anche quest’ultima forma critica del modello occidentale ne mantiene più o meno inconsciamente un riduttivismo antropocentrico?

Scroccaro - Vicentini - Cenedese: Decrescita è una parola d’ordine importante, che ha il grande merito di raccogliere e sintetizzare molte istanze culturali, sociali, ambientali, economiche, quali: sostenibilità, sobrietà, senso del limite, autosussistenza, condivisione, rispetto dei beni comuni…Al di là delle adesioni formali al movimento della decrescita, vari gruppi e singole persone praticavano aspetti della decrescita, ben prima che affiorasse l’idea di costituire una vera e propria rete organizzativa, anzi ben prima che il termine “decrescita” diventasse di uso comune, per merito precipuo di Serge Latouche. Ciò vale anche per la nostra associazione, che già negli anni addietro trattava temi ecofilosofici riconducibili a ciò che oggi chiamiamo decrescita. Tutto questo è senz’altro positivo: significa che l’area informale della decrescita ha grandi potenzialità, perché è molto più ampia rispetto alla somma dei gruppi che dichiarano di aderirvi ufficialmente. Come favorire l’espressione delle potenzialità di cui sopra?
A questo proposito, la connessione tra decrescita ed istanze ecologiste assume una speciale rilevanza sotto il profilo qualitativo. E’ infatti vero, come si sottolinea nella domanda, che una parte dell’ambientalismo è legata all’ideologia dello sviluppo sostenibile, con tutti gli equivoci e le incoerenze del caso; questo settore dell’ambientalismo, come sopra si è detto, rientra nella categoria dell’ecologia superficiale: tutto sommato, si vorrebbe salvare il sistema industriale, l’apparato tecnico-scientifico e la cultura antropocentrica che li ha originati, cercando di correggerne le storture più evidenti, in nome dell’eco-efficienza e di una sostenibilità a buon mercato. Serge Latouche ha criticato con decisione sia lo sviluppo sostenibile, sia i limiti dell’eco-efficienza, delineando così un orientamento di fondo per il mondo della decrescita. Occorre proseguire lungo questa via che è stata aperta: la cultura ecofilosofica della decrescita e della sostenibilità coerente è una cultura in via di elaborazione, che ha bisogno di innumerevoli apporti per esprimere le sue potenzialità e per applicarle nei variegati ambiti della vita individuale, sociale e planetaria. Operando in questa direzione, sarà inevitabile prendere le distanze dall’antropocentrismo, così come dall’ecologia superficiale e dallo sviluppo sostenibile, valorizzando invece l’integrazione tra decrescita ed ecologia profonda.
Diversi eventi recenti sembrano confermare questa linea di tendenza. In Piemonte, nell’ottobre 2006, si è tenuto l’incontro internazionale della Rete per il Doposviluppo, e la prima giornata era dedicata ad un tema molto significativo: ”Dalla visione antropocentrica a quella biocentrica: per una nuova etica del dopo-sviluppo”. Solo qualche settimana dopo (12 novembre) a Oderzo (TV), assieme all’Associazione per la Decrescita sostenibile (Treviso), al Forum del terzo settore (Pordenone), a Eticamente (Portogruaro), abbiamo organizzato un convegno intitolato “Per un nuovo equilibrio tra uomo e natura. Antropocentrismo o biocentrismo, sviluppo sostenibile o decrescita?”. Si è trattato di un convegno particolarmente importante e ben riuscito, non solo per motivi quantitativi (la notevole affluenza di pubblico e di associazioni), ma anche per motivi qualitativi: infatti è stata rafforzata l’idea che l’area variegata dell’ecologismo, dell’animalismo e della decrescita debba oltrepassare del tutto l’ideologia dello sviluppismo e dell’antropocentrismo, e posizionarsi saldamente su un humus culturale diverso, su una visione ecofilosofica alternativa a tutto questo e capace di fornire validi orientamenti per una civiltà sostenibile. In aggiunta, sono state gettate le basi per un coordinamento del Nord-Est tra i gruppi partecipanti.
Queste esperienze recenti confermano la convinzione secondo cui in vari ambienti favorevoli alla decrescita sono state poste delle premesse culturali incoraggianti, che allontanano dal riduttivismo antropocentrico e inclinano verso l’ecocentrismo e l’ecologia profonda. E’ auspicabile che non si tratti di episodi sporadici, e che questa via continui ad essere percorsa.

Eduardo Zarelli: Una implicazione coerente della decrescita è la riduzione di scala economica, che è possibile solo in una riconversione localistica. La lettura ecologica di tale indicazione è il bioregionalismo: è per voi una risposta socialmente credibile?

Scroccaro - Vicentini - Cenedese: Fino ad oggi non siamo riusciti a riservare al bioregionalismo, quale tematica specifica, iniziative ad hoc (potrebbe essere un’idea per il prossimo futuro). Tuttavia, l’argomento è stato toccato e apprezzato in vari contesti, per esempio durante incontri dedicati a R. Panikkar e S. Latouche, i quali ne parlano con grande favore. In un articolo intitolato “Ecofascismo o ecodemocrazia” (pubblicato in Le Monde diplomatique), è lo stesso Latouche a ricordare la propensione di Panikkar per le bioregioni, quali alternative ad un governo mondiale uniformatizzatore. Secondo Latouche, vi è una affinità di fondo tra la sua ipotesi della “Democrazia delle culture”(come recita il titolo di un altro suo articolo) e le idee bioregionaliste. Sappiamo d’altronde che il bioregionalismo cerca di coniugare il localismo economico, il pluralismo, la democrazia partecipativa dal basso e l’ecologia profonda: si tratta di idee condivisibili anche da parte di chi non aderisce formalmente al bioregionalismo. Probabilmente, anche in questo caso, le simpatie effettive per vari aspetti del bioregionalismo sono molto più estese rispetto ai pochi riferimenti organizzativi espliciti presenti in Italia. E’ facilmente prevedibile che, in tempi non lunghi, bioregionalismo e decrescita siano destinati a incrociarsi sempre più spesso, con esiti sicuramente positivi, data la compatibilità delle rispettive posizioni e la comune attenzione per la rivitalizzazione del tessuto locale, quale antidoto al localismo eterodiretto, cioè piegato alle strategie della globalizzazione.

Eduardo Zarelli: Vi è una ricaduta sociale del vostro impegno culturale? In che modo vi contribuisce la vostra presenza nel mondo del volontariato? Come rendere fattivo uno stile di vita ispirato alla sobrietà? Quali sono le vostre iniziative in campo?

Scroccaro - Vicentini - Cenedese: Nella misura in cui procede la decolonizzazione dell’immaginario economicista, lo stile della sobrietà è vocato a proporsi come una specie di paradigma alternativo, che comporta innumerevoli articolazioni teoriche e pratiche, non tutte prevedibili da subito. Un certo lavoro è già stato fatto, ma siamo solo agli inizi: il più è ancora da fare e da vedere. Vi sono iniziative pratiche in corso rispetto alle quali non vantiamo alcun merito, e che però meritano di essere seguite e condivise: esse sono note, e riguardano il risparmio energetico, il riciclaggio, l’agricoltura biologica, l’alimentazione vegetariana e vegana, il rispetto per il mondo animale, e un ampio ventaglio di iniziative a sfondo ecologico contro le grandi opere, il produttivismo industriale, il consumismo usa-e-getta e l’inquinamento che ne discende…In aggiunta, ci sembra importante ridurre la dipendenza dal sistema economico, dal mega apparato tecnico-scientifico, e riattivare per quanto possibile la capacità di autosufficienza delle persone: in questa logica, promuoviamo per esempio iniziative volte al riconoscimento delle piante spontanee, presso un sito naturalistico poco antropizzato in alta montagna (in Trentino), e presso un piccolo orto botanico strutturato didatticamente da alcuni soci in pianura (a Mestre-Venezia). Lo scopo è quello di riscoprire e incrementare l’impiego autonomo delle piante per usi medicinali e alimentari, in una prospettiva più ampia di rivalutazione di molti saperi tradizionali che, come ricorda Vandana Shiva, vengono continuamente aggrediti dall’avanzare della civilizzazione e della globalizzazione. In questo contesto merita segnalare che in epoca medievale circolavano anche da noi libelli interessanti, più o meno intitolati “Thesaurus pauperum”; essi sintetizzavano certi saperi tradizionali circa le risorse vegetali e si configuravano come strumenti utili per sostenere la sobria autosussistenza dei ceti popolari: un’idea che merita di essere ripresa e adeguata al nostro contesto. Inoltre, e questo non è meno importante, attività di questo genere spesso si accompagnano a escursioni nella natura, che vanno incentivate perché contribuiscono a quel riavvicinamento, materiale e spirituale, tra uomo e natura, di cui si avverte un insopprimibile bisogno (e che per alcuni può avere anche un riscontro terapeutico, molto meglio di tante inutili e fumose psicoterapie). Un’educazione naturalistica di questo tipo è stata iniziata anche presso alcuni CTP (Centro Territoriale Permanente per l’educazione degli adulti), in collaborazione con la locale Associazione per la Decrescita sostenibile, e merita di essere avviata già a partire dalle scuole elementari; un buon punto di riferimento per chi opera in questo campo può esser costituito dal programma di ecoalfabetizzazione suggerito da F. Capra, per indurre i giovani a fare esperienza concreta dei cicli della natura: i cicli e i ritmi naturali forniscono un modello alternativo a quello lineare tipico delle ideologie sviluppiste della crescita. Occorre promuovere l’ecoalfabetizzazione, proprio perché, come dice Gary Snyder, la gente è diventata sempre più analfabeta in fatto di natura (vedi Ri-abitare nel grande flusso, Arianna ed. : un bellissimo testo ecofilosofico!).
Più in generale, la scuola di ogni ordine e grado merita una maggiore attenzione, per il semplice fatto che ogni anno milioni di giovani vi ricevono una formazione che, per quanto superficiale e lacunosa, è condizionata dalle ideologie sviluppiste. Le varie discipline sono congegnate in modo da presentare gli eventi di loro competenza secondo criteri che rispondono ai requisiti dell’occidentalizzazione del mondo, assunta come indice di progresso globale (progresso in campo sociale, politico, economico, etico, filosofico, culturale, giuridico, scientifico, etc). Occorre agire per un riequilibrio culturale, poiché un’educazione così unilaterale è inaccettabile e i docenti che la assecondano si riducono ad essere gli agenti o gli impiegati del pensiero unico: è doveroso presentare anche altri punti di vista (per esempio quelli delle saggezze umiliate, dei saperi rimossi), gestendo creativamente gli spazi previsti dalla libertà di insegnamento. Bisogna chiedere agli insegnanti (e non solo a loro): dov’è la libertà, se non si ha la capacità professionale e il coraggio di mettere a disposizione un’immagine del mondo diversa da quella predominante?......

Per concludere: promuovere una grande e profonda cultura ecofilosofica della sostenibilità, della sobrietà, del rispetto per tutti gli esseri ci sembra l’impegno più urgente e concreto che si possa immaginare, anche perché risponde alle più gravi emergenze del nostro tempo. Tale cultura non deve restare relegata in circoli ristretti, ma deve essere divulgata, poiché si presta a molteplici applicazioni in ogni settore della vita individuale, pubblica e planetaria. Essa può fornire un aiuto rilevante alla persona disorientata, che vi può trovare un sostegno per superare o arginare i disagi esistenziali; può fornire un orientamento indispensabile per la vita civile, contribuendo a una consapevolezza diffusa sul fatto che non si può andare avanti con il vecchio paradigma sviluppista e consumista, perché siamo ormai giunti “al punto di svolta”, per usare una celebre espressione. Perciò vediamo con favore un volontariato militante, capace di attivarsi anche in questa direzione: interventi di questo genere probabilmente superano in concretezza molte pratiche encomiabili alle quali il volontariato è storicamente legato, e che coinvolgono settori molto specifici (sanità, persone svantaggiate, emarginazione sociale, problemi di integrazione etc). Il fatto di operare per una cultura della sostenibilità, considerata nei suoi vari risvolti (ecologici, sociali, economici, etici …), implica ricadute concrete (per esempio educative, formative…) che investono i citati settori e molti altri ancora: non si può continuare a presumere che chi interviene in modo assistenzialista su problemi particolari abbia il monopolio esclusivo della concretezza.
Per rivolgersi al mondo del volontariato, così come alle istituzioni e alla società civile in genere, necessita una capacità di comunicazione, che troppo spesso manca. Certi gruppi (e anche certi intellettuali non omologati) esprimono posizioni culturalmente interessanti, ma le gestiscono con aggressività e supponenza, ripetendo formule prive di flessibilità, cosicché riescono a dialogare pochissimo e solo con simpatizzanti selezionati. Nella misura in cui diminuisce la capacità di tradurre e comunicare, viene eccitato lo spirito polemico e contrappositivo, che trova espressione in qualche intransigenza ideologica destinata a rimanere autoreferenziale: così facendo, si offre il fianco a facili accuse di oltranzismo, ed è proprio quello che il sistema desidera.
Alla luce di una coerente visione ecofilosofica, capace di praticare lo stile pacato della non-dualità, l’estremismo appartiene a quelle forze che sospingono il mondo “sull’orlo dell’abisso”(per dirla con H. Jonas), cioè verso l’omologazione planetaria e la violenza pervicace nei confronti della Terra : non certo a coloro che invitano a prendersi cura del mondo e delle sue molteplici esperienze culturali, promuovendo la responsabilità umana nei riguardi dell’intero reticolo della vita cosmica.






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