17/10/2005 Ecologia profonda  
COME VINCERE IL DOLORE, L'INSUCCESSO, IL FALLIMENTO NELLA VITA. RIFLESSIONI A PARTIRE DALLA «DEEP ECOLOGY» di Aldo Natale Terrin

Fonte: Cliccare qui

«Occorre camminare con leggerezza sulla terra»
(slogan di «Ecologia profonda»)

Il dolore e il fallimento, la disgrazia e la sofferenza fisica psicologica e morale hanno un carattere devastante e distruttivo. Non occorre portare delle prove o una documentazione adeguata per essere credibili su questo argomento. Ciascuno ha sperimentato sulla sua propria pelle la crudeltà della sofferenza proveniente da uno scacco subìto, dal fallimento di un’attesa o dal sopraggiungere di un evento imprevedibile e funesto. Si tratta di realtà negative che irrompono nella vita dell’uomo come un fulmine e sconvolgono e annientano. Sembra d’improvviso che non ci sia salvezza, che tutto ciò per cui si è lottato, sperato e vissuto sia votato all’insignificanza totale. Il Giobbe biblico è soltanto un esempio di tutti i Giobbe della storia umana, una storia così poco raccomandabile che non è degna di essere neppure raccontata; è una storia «in-iqua» (non giusta) dove anche il discorso su Dio diventa non soltanto superfluo, ma rischia di sconfinare nella bestemmia totale contro il mondo aumentando per contro lo sconforto, la mortificazione e l’esacerbazione dell’uomo. Come succede ad esempio alla donna vecchia gobba, brutta, sciancata di cui parla Singer in uno dei suoi racconti. Quando Singer le parla di Dio, ella non ne può più, le viene un senso tremendo di vomito. Ritiene quel discorso una sciocchezza talmente intollerabile che non sopporta di restare più neppure un minuto accanto all’uomo che aveva appena conosciuto e stimato. È un sentimento autentico, vero, per niente retorico, è un sentimento che non si concilia più con nulla. Si tratta di qualcosa che nasce spontaneamente dentro di noi quando d’improvviso tutto si annebbia e si dissolve. È il momento in cui nasce d’improvviso un sentimento penoso di s-valorizzazione di ogni esperienza. In quella situazione ci si sente depauperati di tutto e Dio diventa l’espressione più irridente della propria nientificazione oltre e al di là della cancellazione e la condanna di ogni progetto, la distruzione di ogni sogno. D’un colpo resta distrutta un’intera esistenza, si precipita nell’abisso. Non si è più in grado di attribuire una qualche valenza di senso a ciò che prima sembrava nobile, degno di essere vissuto, entusiasmante. Si consuma il dramma più impietoso dell’esistenza: se la nascita ripete il trauma del distacco e della separazione, il trauma del fallimento si configura come il dramma del «vuoto», quello in cui ci si vede «cancellati» con un colpo di spugna, ci si sente calpestati e «annientati» come formiche e dove assieme con la distruzione del proprio io si assiste allo scenario apocalittico di crollo e di collasso del mondo intero. È davvero un’apocalisse che si abbatte sulla persona senza concedere alcuna chance, senza possibilità di revoca del verdetto. È come se il cielo non reggesse più in alto e la terra volesse sprofondare per sempre nei recessi del nulla e dell’oscurità. Scomparire e non essere più diventa l’unico desiderio intorno al quale ancora si riesce a balbettare qualche cosa e ad articolare in modo estemporaneo la sensazione della propria nullità.

Non penso affatto che questa breve fenomenologia del fallimento sia retorica. Si tratta infatti di esperienze drammatiche che purtroppo fanno parte della nostra vita, anche se possono colpirci in maniera più o meno latente e più o meno intensa, a seconda delle circostanze, degli eventi.

Ma è giusto che si subiscano questi traumi? Non fanno parte forse di una psiche alterata, non ci danno lo specchio di una visione sconvolta del mondo in cui il nostro io gioca un ruolo decisivo e direi ipertrofico? e dunque non costituiscono forse un’indebita e inutile «amplificazione» della nostra fantasia malata? Non si tratta forse di una visione «catastrofica» dell’esistenza che non dovrebbe mai invadere i nostri pensieri?

In questo breve saggio non intendo proporre considerazioni sistematiche sul senso della vita, sulla possibilità di recuperare quello che sembra irrimediabilmente perduto, non intendo proporre neppure una filosofia o una teologia della pazienza cristiana, della sopportazione, delle virtù che temperano l’anima e che appaiono anche di assoluto valore quando siamo ai limiti delle possibilità umane o talmente ai margini dell’esistenza da sentirci ormai prossimi all’abisso, ma vorrei soltanto – attraverso alcune osservazioni ricavate dalla Deep Ecology e dalla visione buddhista – contribuire a creare un contesto nuovo in cui vedere da un punto di vista naturale e umano, prima che cristiano, una diversa considerazione del nostro essere al mondo.

1. Il nostro tempo «disorientato» e le suggestioni di base della Deep Ecology

Se è vero che il nostro mondo contemporaneo è molto povero spiritualmente e molto disorientato a livello di valori e di referenti specifici di significato, non è detto che sia così sprovvisto di riflessioni appropriate sul modo di vivere e di gestire la propria visione del mondo. Come dire, non abbiamo più un referente e dei valori oggi verso cui orientare il nostro cammino, tuttavia conosciamo molti sentieri per poter attraversare il bosco senza che il lupo ci divori. C’è un desiderio di supplire a tutto ciò che ormai si è inesorabilmente perduto e in questo sforzo vi sono nuovi orizzonti che appaiono assai significativi nell’ambito di un «pensiero più globale», di una visione più aperta. Tutto questo è possibile e utile, anche se ci si pone in un contesto in cui diventa sempre più difficile una vera mediazione tra immanenza e trascendenza e anche se queste nuove riflessioni sembrano sfruttare significati religiosi più a livello funzionale-adattativo che non a livello veritativo, partendo dal presupposto che l’uomo non può vivere senza un qualche orizzonte di senso. Tuttavia sono motivazioni ampie, quasi religiose, come è quasi religiosa ogni grande considerazione «olistica» del nostro vivere al mondo. Le considerazioni della Deep Ecology rivestono per definizione un carattere olistico.

La Deep Ecology iniziata – si può dire – con Arne Naess[1] come un movimento di saggezza umana che ora si sta sviluppando in modo sempre più ampio e organico, è una proposta significativa intesa anche a salvaguardare da crisi estreme, da estremi pensieri di non-senso, da tragedie inumane nell’ambito dello svolgimento della nostra vita. Mi affiderò ad alcune considerazioni sulla linea lunga di questa nuova e affascinante disciplina che si intreccia sempre più con le più recenti epistemologie e dunque accredita punti a suo favore non ultimo a partire dall’appoggio implicito che riceve entro il mondo orientale e in particolare entro la visione religiosa buddhista.

Non intendo certo con questo breve saggio creare delle prevaricazioni sul mondo cristiano e non penso affatto di trovare, al di là della visione cristiana, il toccasana per ogni crisi esistenziale, ma intendo piuttosto – come fa significativamente Arne Naess quando si appoggia in particolar modo alla visione di Spinoza – coniugare la visione della Deep Ecology con una visione embrionalmente religiosa e potenzialmente cristiana.

2. La visione frammentata e paradossale del post-moderno

Possediamo non soltanto un mondo frantumato, un mondo di cose che si corrompe, cose che si contano, che si accumulano, che si sommano, che si sottraggono, ma anche un mondo dove anche la mente è divisa e complice della «cosalità» delle cose e rischia inopinatamente di diventare un frammento tra i frammenti, quasi come se il cervello fosse diviso anatomicamente in tanti lobi e noi oggi assistessimo volentieri alla sua vivisezione. In realtà assistiamo oggi al fatto che anche la mente si divide, si lacera, si contorce, si dissolve per un gioco però che appare un autolesionismo spericolato. Al di là delle tesi della nuova cibernetica che parla di mente «modulare»[2] e che può portare su altri sentieri assai impervi, vi è un orientamento della mente che purtroppo frantuma sempre più i significati e che tende di conseguenza a danneggiarci, come cercherò di dimostrare. C’è una specie di accanimento su se stessi con il desiderio perverso di «farsi male». Ora farsi male per la volontà «di farsi male» appare andare oltre ogni logica del buon senso.

In parole povere, questa è la prima idea che registra il discorso della Deep Ecology. Dividere, segmentare, spezzettare la realtà e il nostro modo di guardare alla realtà esaltando soltanto il nostro io, ci fa male, ci fa «star male» in ogni caso, ma soprattutto quando ci troviamo in particolari situazioni difficili. Per cui pensare all’interno di questa frantumazione di mondi, ci produce una sofferenza più intensa oltre a darci una visione distorta del mondo e a «far male» dunque alla natura, all’ambiente, alla propria percezione e recezione del mondo-ambiente. Occorre partire da un modo nuovo di correlarci al mondo secondo la tesi che è la nostra percezione dell’intero che gioca un ruolo fondamentale sul «percepito», sulla realtà in cui siamo coinvolti e di cui facciamo parte. Pertanto la prima suggestione sta nell’osservare che la nostra mente e la nostra immaginazione non dovrebbero mai sottrarsi al senso «teleologico» globale che le abita come una seconda natura.

Voglio dirlo con altre parole ancora e questa volta in maniera assertiva e quasi a livello assiomatico. Le nostre astrazioni ideali e globali fatte a Gestalt non devono finire al pari di un oggetto ridotto in frantumi, pena la perdita del nostro stesso patrimonio genetico «orientativo» al mondo. Questa visione a Gestalt infatti costituisce il sostrato più vero del nostro vivere al mondo. Possiamo raccogliere molti paradossi della vita post-moderna, ma non possiamo accettare la sfida assurda di vivere in un distacco in-audito dal mondo, la sfida inopinata di vivere nell’isolamento dal contesto ambientale in cui da sempre siamo. Non possiamo dimenticare che facciamo parte di una Gestalt non scomponibile nei suoi singoli elementi e dove una realtà fa riferimento a tutte le altre realtà e insieme collaborano alla visione dell’intero. La vita è un intreccio di relazioni sia sul campo biologico e fisiologico che sul piano socio-culturale e mentale. La morte è l’individualità che diventa individualismo e chiusura ermetica al mondo.

Così, ad esempio, se per motivi artistici, al grande Duchamp piaceva apparire come uno che si accontentava «soltanto» di «respirare» – un respirateur – occorrerebbe ricordargli – naturalmente fuori dal contesto artistico in cui tutto è concesso – che con il respiro è connesso l’ossigeno, la qualità dell’aria, il verde, l’ambiente pulito, il desiderio di «vita all’aperto» (friluftsliv, nel linguaggio di Naess), che occorre riscoprire quanto abbiamo bisogno di un ambiente favorevole per respirare in maniera più vitale. Gli artisti devono parlare per paradossi. Tutto è permesso all’arte e nei suoi epigoni l’eccesso è la regola, ma il paradosso di Duchamp è significativo: se la vita biologica ha bisogno dell’ossigeno, la coscienza è tale nella misura in cui si mantiene indivisa e crea «ponti», congiunzioni, strutturando spazi, saturando tempi e «rispettando» se stessa e accettando alla fin fine di far parte dell’intero in cui le è concesso di vivere. Non si può pretendere di vivere altrimenti: si finirebbe in uno stato di catalessi dove la vita sconfina irrimediabilmente con la morte. Dal punto di vista logico-mentale non si può essere cartesiani senza metodo: staccare cioè la ragione dal mondo e poi dividere e smembrare la ragione stessa considerandola l’ombra di un’ombra. Il nostro modo di pensare in maniera globale e olistica è fondamentale per dare significato anche a ciò che appare privo di significato.

Il cumulo delle rovine del moderno non è altro che la mancanza di esperienze globali di senso oltre e al di là del nostro piccolo individualismo. Coltivare l’io in questo quadro è un pericolo da scongiurare e che in ogni caso. non deve continuare nel post-moderno. Mi sia permesso ritornare all’immagine sempre potentemente espressiva dell’Angelus Novus di P. Klee interpretato da W. Benjamin. Quell’angelo è sotto shock: sta infatti con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Ma pur in questa sua posizione di timore e tremore, con il viso rivolto al passato sembra promettere che esiste un luogo in cui le rovine non si accumulano, in cui ciò che è intero non si infrange. È un segno-simbolo di questa ritrovata unità che compatterà il mondo e farà che le rovine del passato non siano in grado di infangare i sogni del futuro. E questo non può avvenire attraverso l’emancipazione dal dolore di ieri, come credeva il moderno utopico basato sul progresso e sulla tecnica, ma avviene attraverso una nuova consapevolezza che «pensa l’intero», che vive lo psico-dramma della natura intera in un quadro la cui cornice è dettata dalla nostra apertura mentale e spirituale.

Tutto questo va allora ripensato nella consapevolezza che la morale globale non è al sicuro nelle mani della sola ragione. Fortunatamente la coscienza morale in tutto il periodo moderno si potrebbe dire che è stata «anestetizzata», intontita, a volte costretta al silenzio, ma in fondo non è deceduta. Può essere risvegliata e compiere l’impresa levinasiana di risorgere dal torpore provocato dall’ubriacatura patita nel moderno e ritornare a visioni più integrative dell’intero.

Il discorso di Arne Naess può allora prendere avvio e può strutturarsi adeguatamente per intanto intorno all’idea di Gestalt.

Occorre elaborare un vero modello sistemico in cui si comprenda come «ogni cosa dipende da tutte le altre». Ogni organismo è dato da un’interazione. Gli organismi e gli ambienti non sono due cose: se un topo fosse collocato nel vuoto assoluto – scrive Naess – non sarebbe più un topo. Gli organismi presuppongono un ambiente. In modo analogo una persona è parte della natura nella misura in cui rappresenta un nodo di raccordo all’interno del campo totale[3]. In questa interdipendenza dal tutto non bisogna però lavorare con schemi matematici come ha fatto l’epoca moderna. Non bisogna operare con gli schemi di un positivismo vecchia maniera che dovremmo invece lasciare per sempre alle spalle come il cattivo cumulo delle rovine, come uno smoking mountain fatto di fogna, triste spettacolo che si osserva in tante città del mondo, luogo dove si raccoglie tutta la fogna e i rifiuti organici e inorganici.

La maggior parte dell’opinione pubblica più informata riterrebbe che sono appunto le scienze matematiche quelle che danno una descrizione più corretta dell’ambiente così come esso è in sé attraverso misurazioni, mappe e tabelle di valori. I nostri libri di testo con incredibile superficialità – ci dice Naess – si accontentano di una distinzione di compromesso: la forma, il peso e altre qualità sono oggettive, mentre il colore e l’odore sono classificati soggettivi. Ma oggi si dovrebbe capire che tutto questo è un inganno altrettanto solenne. La teoria della relatività di Einstein ci dice che tali qualità «primarie» non possono essere separate dai concetti di tempo e di velocità e dunque a ben guardare acquistano il carattere della soggettività come le seconde. L’errore di fondo è grave e porta a conseguenze disastrose e sta proprio nel cuore del nostro modo di guardare il mondo: il soggettivo e l’oggettivo sono termini abusati che hanno condotto fuori strada tutta la nostra visione del mondo. Tutta la realtà è in relazione di interdipendenza con la nostra concezione del mondo. Occorre incominciare a pensare in questi termini. Perciò la vecchia distinzione tra qualità primarie come il peso, la forma e la misura e qualità «secondarie» come il colore, la temperatura, il gusto ecc. – distinzione che Galileo e Cartesio accreditarono per i loro presupposti scientifici – non devono essere ritenute oggi importanti, anzi sono nocive alla vera comprensione del mondo. Quella infelice distinzione dovrebbe essere tolta e dovrebbe essere sostituita con una visione allargata dove le qualità primarie e secondarie si ritrovano e si ricompongono nelle qualità terziarie[4] come quelle qualità che sono date da un complesso di percezioni, dato che noi abbiamo percezione di «interi», abbiamo sempre sguardi globali sul mondo e non «puntuali» al punto che nel linguaggio ordinario diciamo: il cielo è «triste», la montagna è «minacciosa». Così infatti di un paesaggio diciamo è aperto o è chiuso, di un accordo orchestrale diciamo che è piacevole, drammatico, meditabondo ecc.

Un primo guadagno: Attraverso questo poche riflessioni ricavate dalla «ecologia profonda» ci rendiamo conto che ogni essere umano parla due linguaggi a partire dalla propria lingua, ma che di questi due linguaggi uno è più ricco, più coinvolgente e più capace di tradurre il senso della nostra umanità. Se c’è ancora e sempre un linguaggio che «denota», «oggettivizza» e che si fonda sulla logica del principio di identità, in realtà poi siamo noi che nel mondo della Lebenswelt (mondo della vita di Husserl), attraverso l’organizzazione dell’esperienza del mondo diamo significato al mondo, attribuiamo proprietà all’esperienza che facciamo al mondo. Dunque soltanto se abbiamo una mente «unificata» e un pensiero «non frantumato» ci è possibile avere rispetto per il mondo e per la realtà intera. Tutto questo è importante in quanto ci viene a dire anzitutto che noi dobbiamo stare attenti alle nostre costruzioni mentali e psico-fisiche perché sono a intreccio e si influenzano reciprocamente; in secondo luogo occorre ricordare che se siamo in grado di mettere insieme Gestalt positive ci costruiremo una condizione di vita migliore nel nostro stesso ambiente in cui viviamo. Così anche la percezione del dolore, della malattia, del fallimento è frutto di una Gestalt totale. Se si è in grado di gestire – come si dovrebbe essere in grado – le proprie Gestalten in modo positivo si sarà in grado di cambiare il mondo da negativo in positivo. La nostra psiche è un sottoprodotto del nostro orientamento al mondo dei dominant drives che fanno parte del nostro cammino, degli scopi e dei traguardi che ci proponiamo di raggiungere nella nostra esistenza e non viceversa.

A questo proposito A. Naess ha disegnato un’equazione che dovrebbe servire da modello per il nostro modo di atteggiarci al mondo secondo Gestalt fondamentali e positive. Egli propone una breve equazione matematica certamente non ancora ben teorizzata ma assai significativa. In questa equazione egli formula lo stato di benessere di una persona come equivalente a un’equazione semplice dove B ( lo stato di benessere) si ottiene da P(passione) alla seconda potenza, fratto lo sforzo fisico(sf) e la sofferenza morale(sm). Come dire che quanto più intenso è il desiderio e la passione di veder realizzato un progetto di vita e tanto più è lo stato di benessere che si proverà nonostante lo sforzo fisico e la sofferenza psicologica che saranno richieste per il raggiungimento di quell’obiettivo.

3. Trascrizione comunicativa del linguaggio relazionale e la diversa «punteggiatura della catena di eventi» come diversa relazione con il mondo

Sentire che viviamo in un contesto relazionale dove nulla è sostantivo, ma tutto è correlato ad altri contesti e situazioni. Questa tesi non è soltanto l’insegnamento della Deep Ecology e non deriva unicamente da riflessioni di psicologia della Gestalt, ma discende anche da considerazioni più immediatamente legate alla comunicazione e in particolare alla psicologia relazionale della scuola di Palo Alto[5].

Noi oggi anche nel linguaggio ordinario parliamo sempre più spesso di «funzioni», di «variabili», di «interazioni», di «retroazione», di «feedback». Ora che significa tutto questo? Le nuove teorie sul linguaggio e sulla sua funzione comunicativa non si risparmiano su questo versante in quanto pare che tutto faccia capo a un modo di vedere dove tutto può essere modificato in rapporto alle situazioni, alle interazioni, ai reciproci influssi. Ci si è reso conto lentamente ma con convinzione che la scienza è molto debole e quasi «inutile» finché studia rapporti lineari, unidirezionali, progressivi, finché tratta il concetto di causa-effetto secondo una sequenza temporale univoca e monodiretta.

Quando si introdusse per la prima volta l’alfabeto nel calcolo matematico fu un evento di estrema importanza, anche se avrebbe dato l’idea di allucinazioni ai matematici dell’antica Grecia. E si incominciò a considerare qualche complessità maggiore. Le variabili espresse dalle lettere dell’alfabeto sono infatti importantissime in quanto permettono una dimensione nuova tra rapporti. I rapporti tra realtà date non si calcola mai in modo «assoluto», ma è sempre dato da funzioni: è costituito da rapporto tra «variabili». Ora i concetti possono unificarsi in una struttura più esauriente attraverso nuove tecniche e nuove strumentazioni. Ma forse che sono in grado le macchine di tradurre i concetti di «retroazione», di «omeostasi» dove i dati in uscita devono essere reintrodotti nel sistema come informazione circa l’uscita stessa? Il fatto che oggi si parli di «comunicazione totale complessa» non è un semplice allargamento a-scientifico dei modelli di interazione, ma è un vero problema, è il grande problema che tormenta l’epistemologia contemporanea. Si tratta di una visione nuova che comporta dei risvolti inediti per la nostra comprensione del mondo e di noi stessi.

In questo contesto mi sia permesso inserire un piccolo tracciato di «retroazione» chiamato dai linguisti e da cibernetici – come Whorf e Bateson – la punteggiatura della sequenza di eventi.

L’espressione forse può dare l’idea di qualcosa di indefinibile e di difficile comprensione. Non credo che sia così. Se si considera come in un rapporto di scambio tra persone sia coinvolta la psiche nella sua totalità fatta anche di percezioni, ma anche di cognizioni e di interpretazione degli stimoli, si può facilmente comprendere come la mia lettura del rapporto e del valore del rapporto è condizionato dalle mie personali interpretazioni al punto che io posso cambiare totalmente la «punteggiatura» degli eventi, diciamo la sottolineatura di alcune sequenze piuttosto che altre e dunque interpretare del tutto diversamente tutta la serie di eventi che si realizzano in me e attorno a me. Tutto dipende dalla mia personale interpretazione che interagisce con altri eventi.

È certo che in ogni caso questa diversa «punteggiatura degli eventi», fa cambiare per me la lettura del mondo e dunque la realtà del mondo. Ora, mi sia concesso di dire che tutto questo si può applicare assai facilmente al mondo delle nostre disgrazie, dei nostri fallimenti.

Di fronte a una disgrazia, a un fallimento non sono io soggettivamente e personalmente che decido una data punteggiatura infausta di eventi, ma sono le mie idee, le mie ideazioni, la mia visione globale della realtà in connessione con tutti gli eventi che mi si muovono intorno. Dunque la trasformazione mentale porta a una vera ricostruzione del mondo circostante, dopo le varie «decostruzioni» indotte dalle disgrazie e dai vari fallimenti in cui possiamo incorrere nella vita.

4. Trascrizione religioso-olistica della percezione del nostro mondo o di «come abbandonare il proprio io» causa di ogni conflitto e sofferenza

I buddhisti ritengono che occorre far morire l’ego per poter vivere una vita significativa, vera, non più ipertroficamente gonfiata da un ego che è la caricatura del vero io, di una persona che sa di essere – come nel mondo antico – soltanto un prosopon, una maschera di presunta identità e niente più.

5. Soluzione «intravista» dei nostri patemi e dei nostri fallimenti. Il vangelo della perdizione.

«...Vi è sofferenza ma non colui che soffre,
vi è azione, ma non chi agisce,
vi è pace, ma non chi è pacificato,
vi è il sentiero, ma non chi lo percorre».

(Visuddhimagga, XVI, 90)

Nel nostro Occidente l’uomo è diventato un piccolo dio accentratore di ogni realtà e per questo soffre tanto. È troppo esaltato all’interno della natura, del cosmo e anche in rapporto agli altri uomini. Es-altare significa però anche «portare fuori». L’uomo infatti è «portato fuori» e disancorato dal suo ambiente naturale: si trova in una situazione innaturale e isolata per suo stesso volere. L’Occidente sembra avere di conseguenza un assoluto bisogno di ridimensionare l’ego, di capire che la costruzione dell’ego che è durata duemila anni in Occidente va ripensata e rivista perché si porta con sé una falsa visione della vita che non sembra derivare dalla visione cristiana in sé, ma piuttosto dalle incrostazioni storiche che si sono sovrapposte a livello culturale alla proclamazione del Vangelo di Cristo. «Bisogna perdere la propria vita per salvarla» diceva Gesù, ma pare che queste parole non abbiano sortito alcun effetto per la mentalità cristiana se non quello di condurre a un frettoloso senso di solidarietà e di carità verso gli altri. Mentre nella bocca di Gesù forse quelle parole avevano anche un’altra risonanza ben più profonda ma forse invisa fin dagli inizi alla mentalità occidentale.

Nel buddhismo la credenza e l’accettazione che tutte le cose possono ottenere la «buddhità» è connessa al rifiuto del dualismo soggetto-oggetto. Come scrive ancora Arne Naess «sarebbe necessario sbarazzarsi dalla sensazione che vi sia sempre e sempre debba esserci un ego coinvolto nell’esperienza». Il richiamo alla «spontaneità» alla fin fine già ci parla un linguaggio diverso.

6. Conclusione

Ho voluto creare della divagazioni in rapporto ai nostri fallimenti e alle nostre disperazioni, non certo però per fare letteratura, ma credendo sinceramente che occorre cambiare visione nel nostro modo di porci di fronte ai problemi. Bisogna «pensare in grande» (gross denken) per non restare impigliati inesorabilmente nella rete del nostro piccolo io. Occorre guardare al mondo nella sua interezza e totalità come un «grande pensiero di Dio» – come affermava J. Guitton e attraverso un pensiero positivo e globale comprendere come Dio è la positività del tutto in un abbraccio totale e senza ripensamenti o residui o ombre di sorta. Perché l’ombra è la luce stessa vista da un’altra angolatura.



Note
[1] Cf. A. Naess, Ecosofia. Ecologia, società e stili di vita,Red, Como 1994.
[2] Cf. D. Sperber, Il contagio delle idee. Teoria naturalistica della cultura, Feltrinelli, Milano 1999.
[3] Cf. Naess, Ecosofia…,66.
[4] Cf. Naess, Ecosofia…,59ss.
[5] Emblematicamente si veda P. Watzlawick – J. Helmick – Beavin D.D. Jackson,Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi,Astrolabio, Roma 1971.




Fonte:
 

SITI SUGGERITI

 » Facebook di Mario Spinetti
Wild Nahani
 » La compassione Buddhista
Leggere e meditare!
 » Acquisto online libro Mario Spinetti, Napapiiri
Acquista il libro online ad un prezzo scontato (11,90 euro anziché 14 euro, sconto 15%)
 » Napapiiri
Recensione libro Napapiiri, ritorno al selvatico - Il mio Walden di MARIO SPINETTI a cura di Franzo Zunino
 » NAPAPIIRI - RITORNO AL SELVATICO
Nuova pubblicazione di Mario Spinetti
 » HASTA SIEMPRE COMANDANTE!!
Performance by Natalie Cardone
 » Luci del Nord
Galleria fotografica di Mario Spinetti
 » Associazione Eco Filosofica
nel trevigiano
 » Luoghi selvaggi di Robert Macfarlane
 » “Un mondo sbagliato”: come l’ideologia del dominio ci ha allontanati dalla natura
di Jim Mason
 » Desert solitaire. Una stagione nella natura selvaggia
di Edward Abbey
 » Introduzione all'Ecologia di Arne Naess
Finalmente pubblicato in italiano
 » Dai una mano alla Terra
Video, by Greenpeace Italia
 » L'attitudine nefasta della civiltà
di Andrea Bizzocchi
 » Elzbieta Mielczarek
Le stelle nei tuoi occhi
 »  La pittura di Fabrizio Carbone
Wilderness images: dipingere tra ricerca astratta e naturalismo figurativo
 » Il Chaga, il fungo della salute
Un grande regalo dalla natura
 » Il miracolo del fungo Chaga
 » Il cuore che ride
by Charles Bukoski
 » Only Time by Enya
Dedidated to Elzbieta
 » Ecologia profonda
Sito esterno collegato
 » Whitney Houston - I Will Always Love You
Dedicated to Ela
 » La canzone di Ela
A Te (To you)
 » Ora questa canzone la comprendo
C'est la vie
 » Il regalo di Elzbieta
I'll remember you forever
 » La morte non è niente
S. Agostino
 » Franco Zunino
Fondatore della Wilderness in Italia.... ma non solo!!
 » Orchidea, dedicata ad Elzbieta Mielczarek
by Felice Casucci
 » LISTA COMPLETA DOCUMENTI
 » Lo scopo del sito
 » COSA E' L'ECOLOGIA PROFONDA
 » Verso un'Ecologia profonda
 » Il concetto del "valore in sé della natura"
 » L'Ecosofia T di Arne Naess
 » L'Ecologia di superficie
 » La religione
 » Etica della Terra I°
 » Etica della Terra II°
 » Olismo
 » Bioregionalismo
 » L'errore antropocentrico
 » La conservazione della natura
 » Manifesto per la Terra
 » Ecologia
 » WILDERNESS
 » Ecofemminismo
 » Dalla parte del Lupo
 » La conservazione dell'Orso bruno
 » Caccia
 » Pesca
 » Animal liberation
 » Vegetarianesimo
 » VEGAN
 » La rivoluzione ambientale
 » Il "progresso" è antievolutivo
 » I predatori compassionevoli di Franco Zunino
Recensione
 » Guido Dalla Casa
Pubblicazioni
 » Guardare il mondo con gli occhi della natura
Enzo Parisi
 » Foundation for Deep ecology
 » Ecologia profonda.it
 » Ecologia profonda
Reti per il cambiamento
 » Ecologia profonda
Wikipedia
 » Associazione Italiana Wilderness
 » AIW - Documento programmatico

FOCUS

Sito Online di Euweb