22/10/2005 Pensiero ambientale  
QUANDO LO SVILUPPO NON È PROGRESSO di Silvia Battaglia

Secondo la cultura oggi dominante una società è tanto più sviluppata quanto più consuma. Il benessere degli individui è misurato in termini di consumo e di accumulo di merci. Gli stili di vita dei paesi industrializzati sono incompatibili sia con i limiti fisici del pianeta (risorse e capacità di assorbimento dei rifiuti limitate) sia con gli ideali di equità. L’attuale modello di sviluppo non solo produce ingiustizia per l’80% della popolazione mondiale, ma mette a rischio il benessere delle generazioni future. «Il mondo - diceva il Mahatma Gandhi - è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutti, ma non lo è per soddisfare l’avidità di ciascuno».

I DOGMI DEL MODELLO
Sviluppo è certamente un concetto ambiguo e soggetto ad interpretazioni anche molto diverse tra loro. In biologia, il termine descrive il processo attraverso il quale un organismo raggiunge la sua forma completa: nel linguaggio comune esso indica la crescita degli animali o delle piante. Nella seconda metà del Settecento, con la rivoluzione industriale e l’emergere del capitalismo, il termine viene trasferito anche alle scienze sociali, identificandosi sempre più con il concetto di progresso. Mentre nelle civiltà greche e romane la crescita era considerata come un processo ciclico e in quelle medievali come degenerazione e decadenza, nel pensiero occidentale moderno «il progresso implica che una civiltà sia progredita, stia progredendo e progredisca nella direzione desiderata».
L’influenza darwiniana fa sì che sviluppo e progresso diventino sinonimo di evoluzione, ossia processo verso forme sempre più perfette. Lo sviluppo, quindi, da processo nascita- morte, viene ora concepito come qualcosa di «direzionale, cumulativo, irreversibile e volto ad uno scopo».
La cultura dominante, che confonde tra loro i termini sviluppo, crescita, progresso ed evoluzione, impone che «i diversi paesi si sviluppino secondo stadi successivi, dalla società tradizionale a quella dei consumi di massa, lungo una direzione lineare verso la modernizzazione».
Tre sono i dogmi su cui si basa tale pensiero:
1) esiste un unico modello di sviluppo, che ha come fine la società capitalista avanzata dei consumi;
2) l’unico fine è quello della crescita economica;
3) il benessere deve essere inteso come consumo e accumulo di merci
(Cuhna, 1988).
Secondo questo approccio, quindi, lo sviluppo economico, inteso come sviluppo industriale e tecnologico, assicura da solo il progresso sociale e il benessere dell’uomo.

ECONOMIA CONTRO ECOLOGIA?
Nei primi anni Sessanta iniziano ad emergere, in molteplici ambiti, danni ecologici irreversibili dovuti alla grande crescita economica ed industriale. La percezione dei problemi ambientali è limitata ai fenomeni di inquinamento locale e le soluzioni proposte consistono nella definizione di livelli di emissione relativi a determinate sostanze, nella dispersione degli inquinanti, nella protezione di spazi circoscritti. È l’approccio della «protezione e riparazione ambientale».
Nel corso degli anni Settanta, grazie al miglioramento delle conoscenze scientifiche e alla crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica, le preoccupazioni ambientali iniziano ad estendersi su scala internazionale. Si passa ad un approccio diverso, quello della «gestione delle risorse»: nel 1972, infatti, il rapporto del Club di Roma «I limiti dello sviluppo», pubblicato dal Mit (Massachusetts Institute of Technology), affianca al problema dell’inquinamento quello del depauperamento delle risorse del pianeta, la cui gravità viene amplificata dalla crisi petrolifera del 1973. È anche l’approccio della «gestione del rischio»: dopo alcuni eventi catastrofici di origine industriale (Seveso, Bhopal…), nasce l’esigenza di saper affrontare situazioni nelle quali il rischio non è completamente eliminabile a priori e le conseguenze sono spesso irreparabili.
Nonostante numerose critiche, il rapporto del Club di Roma ha avuto il merito di sollevare il dibattito internazionale sulle questioni ambientali e di avanzare il concetto di limiti fisici alla crescita. Le due posizioni estreme, all’interno delle quali si è sviluppata la discussione, sono l’economia di frontiera e l’ecologia profonda, analoghe rispettivamente all’approccio tecnocentrico ed ecocentrico:
1) l’economia di frontiera assegna alla natura un valore strumentale, in virtù dei numerosi servizi che essa offre all’uomo; la considera, inoltre, come fonte inesauribile di risorse (materie prime, energia, acqua, suolo, aria) e come deposito illimitato dei sottoprodotti derivanti dall’attività di produzione e consumo (rifiuti, inquinamento e degrado ecologico); ritiene quindi l’economia completamente separata dall’ambiente e conserva un’assoluta fiducia nella tecnologia e nel mercato; lo sviluppo è inteso esclusivamente in termini quantitativi, ossia come crescita economica;
2) l’ecologia profonda riconosce alla natura un valore intrinseco, al di là dei suoi servizi, per il quale va tutelata e rispettata; evidenzia aspetti, completamente ignorati dalla precedente posizione, quali elementi etici, sociali, culturali, basati sul concetto di sviluppo in armonia con la natura.
A questa corrente di pensiero appartiene l’ipotesi Gaia, formulata da J. Lovelock, secondo la quale il pianeta costituisce un grande organismo vivente in grado di autorganizzarsi ed autorinnovarsi, non però necessariamente in materia ottimale per la specie umana...

LO SVILUPPO SOSTENIBILE
Nel 1987, con il rapporto Brundtland (3) inizia ad imporsi il concetto di sviluppo sostenibile, affermatosi a livello internazionale con la «Conferenza mondiale su ambiente e sviluppo», svoltasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992.
Secondo la definizione originale, è sostenibile uno «sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri ». Nonostante il proliferare di interpretazioni anche molto lontane tra loro, vi sono alcuni concetti peculiari alla base di questo nuovo approccio.
1) Il capitale naturale. Si possono distinguere tre forme di capitale: quello prodotto dall’uomo (infrastrutture, macchinari...), quello umano e quello naturale (atmosfera, ecosistemi, flora...). Ogni tipologia di capitale, da sola o insieme alle altre, genera dei servizi, necessari all’uomo per aumentare il proprio livello di benessere: il capitale umano rappresenta la forza lavoro; i macchinari permettono, ad esempio, le trasformazioni delle materie prime in beni di consumo.
L’uomo utilizza i materiali, l’energia e l’informazione contenuti nel capitale naturale combinandoli con le altre due forme. Ne consegue che il capitale naturale è essenziale per il benessere umano, nonché per la sussistenza stessa del capitale prodotto dall’uomo (i macchinari e le infrastrutture sono costituiti da risorse prelevate dalla natura...) e del capitale umano (alcuni servizi offerti gratuitamente dalla natura e indispensabili alla sopravvivenza sono, ad esempio, la purificazione naturale di aria e acque, la protezione dai raggi ultravioletti, la stabilizzazione del clima, la rigenerazione del suolo, la preservazione della fertilità, il mantenimento della biodiversità, la decomposizione dei rifiuti, ecc.). Di conseguenza, non è più sufficiente diminuire o rimuovere l’inquinamento diretto verso l’ambiente naturale, ma è necessario soprattutto impedire trasformazioni irreversibili degli ecosistemi a causa dell’azione dell’uomo, cioè è necessario conservare il capitale naturale.
2) L’equità sociale. Uno sviluppo sostenibile richiede sia l’equità intragenerazionale, cioè all’interno di una stessa generazione, sia l’equità intergenerazionale, cioè rispetto alle generazioni future.
3) Distinguere tra sviluppo e crescita. Mentre la «crescita» è un concetto di tipo quantitativo, il termine «sviluppo» vuole indicare una trasformazione soprattutto qualitativa: non solo economica, quindi, ma comprendente tutti gli aspetti della sfera sociale.
4) La sostenibilità. È un concetto che comprende contemporaneamente e allo stesso modo tre dimensioni: economica, ambientale e sociale. Lo sviluppo economico non è ritenuto prioritario rispetto a quello sociale, ma il raggiungimento dell’uno non può prescindere dall’altro. Lo sviluppo sostenibile ha quindi il merito di aver contribuito al passaggio da una visione settoriale dei problemi (sviluppo economico visto indipendentemente dall’aspet- to sociale ed ambientale) ad una visione integrata, multidisciplinare e complessa. In questo contesto l’ambiente non è più considerato un vincolo o un aspetto marginale, ma diventa parte integrante e strategica dello sviluppo.
In un intreccio così complesso di componenti (economiche, ambientali e sociali), uno sviluppo sostenibile dovrebbe riconoscere l’importanza di concetti come l’incertezza, il limite, e quindi la prudenza nel valutare le conseguenze sull’ambiente delle azioni umane, specialmente se numerose e concomitanti; dovrebbe ottimizzare l’uso delle risorse scarse del pianeta e ridurre inquinamento e rifiuti prodotti, per garantire l’esistenza di tutti gli esseri viventi; dovrebbe mirare non solo al benessere economico ma anche e soprattutto al miglioramento della qualità della vita.
Dato che ogni paese possiede peculiari caratteri sociali, ambientali ed economici, si dovrebbe abbandonare la «psicosi spaziale», ossia la presunzione, propria delle culture dominanti, di poter applicare ovunque lo stesso modello di sviluppo. A livello pratico, però, lo «sviluppo sostenibile» rischia di essere solo una formula pubblicitaria; nel momento in cui la definizione teorica deve essere tradotta a livello operativo, interpretazioni molto diverse tra loro ne ostacolano la concreta realizzazione.

L’IMPRONTA ECOLOGICA
Come si accennava all’inizio, esistono strumenti, detti «indicatori», basati su principi fisici, biologici, matematici, statistici ecc..., in grado di misurare il livello di sostenibilità dello sviluppo. Gli indicatori rivelano se stiamo migliorando le condizioni ambientali, sociali ed economiche del pianeta (o di una nazione, di una comunità...) o, al contrario, se le stiamo peggiorando. Uno strumento di calcolo potente dal punto di vista didattico (perché relativamente semplice e molto intuitivo) è quello dell’«impronta ecologica». L’impronta ecologica stima, in ettari, la superficie terrestre ed acquatica necessaria, da un lato, alla produzione delle risorse naturali richieste dall’economia per la produzione di beni e, dall’altro, all’assorbimento dei rifiuti prodotti.
È quindi possibile calcolare l’impronta ecologica di qualsiasi nazione (popolazione, comunità o individuo): essa rappresenterà l’area di terra produttiva e di acqua richiesta per produrre le risorse consumate da quella stessa nazione e per assorbire i rifiuti generati. Tale superficie viene stimata attraverso varie metodologie.
Il metodo dell’impronta ecologica si basa sulle seguenti considerazioni:
1) ogni prodotto o servizio ha bisogno di materiali ed energia provenienti dalla natura;
2) ogni bene genera scarti (nella produzione, nell’uso, nello smaltimento finale), e sono necessari sistemi ecologici che li assorbano;
3) tutti gli insediamenti abitativi e le infrastrutture occupano spazio, sottraendo suolo agli ecosistemi naturali e alle loro funzioni.
Per calcolare l’impronta ecologica, si valutano le risorse naturali consumate per l’alimentazione, l’abitazione, i trasporti, i beni di consumo e i servizi. I sistemi ecologici produttivi, dai quali provengono le risorse, sono il suolo coltivabile, le zone di pascolo, le foreste gestite, le foreste naturali, il suolo necessario alla produzione di energia, gli ambienti marini. L’impronta ecologica individuale, locale o nazionale dipende da fattori come il reddito, i valori e i comportamenti personali, i modelli di consumo, le tecnologie usate.
Dividendo le terre emerse e il mare biologicamente produttivo (12,6 miliardi di ettari, al 1996) per il numero degli esseri umani (5,7 miliardi, al 1996), si ottiene che ogni individuo ha a disposizione circa 2,2 ettari di territorio produttivo all’anno. Considerando che il 10-12% di spazio naturale dovrebbe rimanere intatto per conservare la biodiversità e i processi ecologici (i biologi suggeriscono il 25%!), l’impronta ecologica pro capite diventa di 2 ettari (4). Ogni individuo, quindi, ha a disposizione circa 0,2 ettari di terreno agricolo, 0,8 ettari di terreno da pascolo, 0,6 ettari di foreste, 0,5 et- tari di aree oceaniche. Le stime relative al 1996, invece, dimostrano che l’impronta media mondiale effettiva era pari a 2,85 ettari di superficie pro capite. Dal punto di vista ambientale ciò significa che stiamo sfruttando un’area superiore di almeno il 30% rispetto all’area disponibile. Tale eccedenza provoca l’impoverimento del capitale naturale del pianeta. Per fare un’analogia con il capitale monetario, è come se, anziché utilizzare solamente gli interessi maturati, noi spendessimo anche parte del capitale investito, cosa che porterebbe ad un’inesorabile progressiva diminuzione dello stesso e, di conseguenza, alla sempre minor disponibilità di interessi.
La crescita dei consumi e la crescita della popolazione (7 miliardi di persone nel 2012, 8 miliardi nel 2026 e 9 miliardi nel 2043) porteranno inevitabilmente ad una sempre maggior erosione del capitale naturale, con conseguenze non facilmente prevedibili sugli equilibri naturali e, di conseguenza, sulla nostra stessa sopravvivenza. Già oggi si parla di cambiamenti climatici, di aumento della frequenza dei fenomeni estremi (siccità, alluvioni), di desertificazione, emergenza acqua, piogge acide, diminuzione della biodiversità...

SE TUTTI CONSUMASSERO COME...
I più recenti calcoli informano che uno statunitense medio ha un’impronta ecologica di 12,22 ettari pro capite, un canadese 7,66, un tedesco 6,31, un italiano 5,51, un colombiano 1,90, un indiano 1,06, un cambogiano 0,83, un afghano 0,58, un abitante della Namibia 0,66, un eritreo 0,35. Gli individui non hanno quindi lo stesso «peso» sulla Terra. Ci sono popolazioni che superano di gran lunga la loro legittima «fetta » di terra a disposizione (i 2 ettari di superficie), altri che ne utilizzano una piccolissima parte.
Due considerazioni: innanzitutto, se tutti gli abitanti del pianeta consumassero come uno statunitense medio, avremmo bisogno di almeno 3 pianeti come la terra! Lo stile di vita dei paesi industrializzati non può quindi essere esteso a tutti gli abitanti del mondo, semplicemente perché le risorse del pianeta e la capacità di assorbimento dei rifiuti sono limitate e non infinite come si pensava in passato. Secondo aspetto: il 20% della popolazione mondiale sfrutta l’80% delle risorse del pianeta. Questi dati mostrano quindi una forte ingiustizia sociale, non solo rispetto alle generazioni future, ma anche nei confronti delle generazioni presenti.
Prendiamo l’Italia come esempio: in base al territorio produttivo, noi avremmo a disposizione solo 1,92 ettari per i nostri consumi; tuttavia la nostra impronta pro capite risulta essere di 5,51 ettari. È evidente che i restanti 3,59 ettari vengono compensati dal commercio internazionale: si parla di deficit ecologico locale (o debito ecologico, per analogia con il debito sociale). Questo però significa che gli stessi 3,59 ettari sono sottratti a qualche altra popolazione. Essendo l’economia basata sulle risorse naturali, è quindi evidente che la ricchezza materiale dei paesi del Nord del mondo dipende dalle ricchezze naturali prelevate dal Sud del mondo.
È noto che una parte dei problemi dei paesi poveri siano di origine interna (corruzione, nepotismo, cattiva gestione dell’economia, violazione dei diritti umani...); altrettanto evidente dev’essere però il fatto che i paesi industrializzati devono diminuire in modo considerevole il loro consumo di materie prime, energia e natura, non solo tramite l’innovazione tecnica, ma anche e soprattutto tramite una rivoluzione culturale basata su nuovi stili di vita.
Uscendo dalla logica della solidarietà intesa come beneficenza, è necessario entrare in una logica di «giustizia»: non «dare» in misura maggiore, ma piuttosto «prendere» in misura minore (5).
Queste considerazioni ci obbligano quindi a rivedere l’attuale concetto di «benessere»: un benessere oggi esclusivamente materiale, basato su un consumo di risorse che danneggia gli ecosistemi, la giustizia mondiale e le generazioni future.


BIBLIOGRAFIA
NOTE:
(1) Vedi Missioni Consolata di gennaio 2002 e marzo 2002.
(2) Anna Segre-Egidio Dansero, Politiche per l’ambiente, Utet, 1996.
(3) Il rapporto Our Common Future, presentato nel 1987 dalla «World Commission on Environment and Development » (Wced), commissione promossa nel 1983 dalle Nazioni Unite, è noto come «rapporto Brundtland», dal nome del premier norvegese che al tempo presiedeva la commissione stessa.
(4) Centre for Sustainable Studies, Rapporto Living Planet 2000, Redefining Progress.
(5) Wuppertal Institut, Futuro Sostenibile, EMI, Bologna 1999.
Anna Segre - Egidio Dansero, Politiche per l’ambiente, Utet, Torino 1996
Wolfgang Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1998
Gruppo di Ricerca in Didattica delle Scienze Naturali, I volti della sostenibilità, Università di Torino, 2002
Mathis Wackernagel e William E. Rees, L’impronta ecologica. Come ridurre l’impatto dell’uomo sulla terra, Ed. Ambiente, Milano 2000
WWF International, Rapporto Living Planet 2000, Gland, Svizzera, ottobre 2000
Wuppertal Institut, Futuro Sostenibile, EMI, Bologna 1999
Gianfranco Bologna (a cura di), Italia capace di futuro, EMI, Bologna 2000
Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Ai figli del pianeta, EMI, Bologna 1998
Giovanni Salio, Elementi di economia nonviolenta. Relazioni tra economia, ecologia ed etica, Edizioni del Movimento nonviolento, Verona 2001
Christoph Baker, Ozio, lentezza e nostalgia, EMI, Bologna 2001
E. U. von Weizsäcker, A. B. Lovins, L. H. Lovins, Fattore 4, Edizioni Ambiente, Milano 1998.
Enea, Atti della Conferenza nazionale energia e ambiente (Roma, novembre 1998), Fabiano Editore, Canelli (Asti) 1999



Fonte:
 

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