01/11/2005 Etica ambientale  
Il rapporto uomo-natura come problema etico di Cosimo Quarta

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1. La riflessione morale sul dissesto ambientale

La necessità di una riflessione morale sul rapporto uomo-natura è sorta nel momento in cui l'umanità ha preso coscienza dei gravissimi danni, talvolta irreversibili, che una prassi sconsiderata stava causando non solo alla specie homo, ma all'intera biosfera.

Uno dei primi autori che ha sentito l'urgenza di una riflessione etica sull'ambiente è stato il naturalista statunitense Aldo Leopold, il quale, intorno alla metà del '900, esprimeva con forza l'esigenza di un'«etica della terra» (Land Ethic), ossia di una nuova concezione della moralità che includesse tra i doveri dell'uomo il rispetto non solo dei propri simili, ma anche delle altre specie viventi e dell'intero pianeta.

Alle istanze di Leopold fecero seguito, di lì a poco (ossia nei primi anni Sessanta), le denunzie di alcuni autori, come, ad esempio, Rachel Carson – la quale, in un suo documentatissimo e pionieristico volume, mise a nudo i terribili guasti prodotti dall'uso irresponsabile dei pesticidi nelle campagne USA – o come Barry Commoner, che in un suo saggio chiamò direttamente in causa, per il dissesto ambientale, la responsabilità degli scienziati e dei tecnologi. Pur con queste ed altre circostanziate denunzie, il dibattito sull'ambiente non riuscì ad imporsi all'attenzione dell'opinione pubblica per tutti gli anni Sessanta. Fu solo con la pubblicazione, nel 1972, del famoso primo rapporto al Club di Roma, dal titolo I limiti dello sviluppo, che la discussione sui problemi ambientali attrasse l'attenzione non solo di studiosi di diverse discipline, ma anche del grande pubblico. Dal dibattito emerse con chiarezza che le cause del dissesto ambientale affondavano le loro radici nell'etica. Da questo momento in poi, la riflessione morale sull'ambiente prese il largo, grazie agli studi di autori come Passmore, Jonas, Apel e molti altri, che si sforzarono di individuare nuovi princìpi e norme per regolare i rapporti tra uomo e natura.

Nella cultura occidentale, com'è noto, l'etica tradizionale ha assunto un carattere fondamentalmente antropocentrico, dal momento che ha rivolto la sua attenzione, in modo pressoché esclusivo, ai problemi concernenti i rapporti tra uomo e uomo. E ciò perché lo sfondo su cui l'etica tradizionale si è costituita è stata la polis, ossia la città, lo stato nelle sue diverse articolazioni. Basti pensare alla definizione aristotelica dell'uomo come zoon politikon, ossia come l'essere, il vivente che si caratterizza per la sua politicità, per la sua socialità, per il suo co-essere. Il problema del rapporto uomo-natura non veniva preso in considerazione, sotto il profilo etico, perché si dava per scontato che la natura – in quanto principio di vita e di movimento, in quanto sostrato, in quanto ambiente che da ogni parte e da sempre avvolge e ingloba l'uomo, di cui si configura, appunto, come l'originario ed ineludibile spazio d'esistenza – fosse stabile, inattaccabile, indistruttibile, capace, in ogni caso – in quanto cosmo, in quanto realtà bene ordinata e principio d'ordine – di rimarginare con prontezza le eventuali ferite che l'uomo poteva causarle, anche involontariamente, con la propria attività.

E invero per secoli, anzi, per millenni, il rapporto uomo-natura non ha posto grossi problemi, perché l'agire umano, anche quando utilizzava strumenti (ciò che, del resto, l'umanità ha imparato a fare fin dai suoi primordi), intaccava solo marginalmente gli equilibri ecologici, data l'esigua potenza delle sue tecniche. Le cose cominciarono a cambiare con l'evo moderno, allorché la ragione umana si trasforma e si riduce a «ragione calcolante», prima con la scienza sperimentale (che cerca di conoscere la natura, attraverso il calcolo, applicando cioè alle scienze naturali il metodo matematico), poi con la presenza egemonica del capitale e, quindi, con la scienza economica moderna, la quale ragiona solo in termini di «profitti e perdite», di vantaggi e di svantaggi, dal momento che ha come criterio-guida solo l' utile. La scienza, con i suoi continui progressi, costituiva una ghiotta occasione per aumentare i profitti, che il capitale non si lasciò sfuggire, utilizzando su vasta scala le macchine e gli altri ritrovati della tecnica. Nacque così il fenomeno industria, che favorì e accelerò il processo di trasformazione – che era in corso ormai da qualche secolo – della scienza in tecnologia. Con tale trasformazione, la scienza non è più rivolta alla conoscenza pura, ma s'impegna a costruire nuovi strumenti di produzione o, comunque, a escogitare nuove tecniche; le quali, se da un lato contribuiscono ad accrescere il benessere dell'umanità, dall'altro vengono sovente utilizzate anche per massimizzare i profitti o per accrescere la potenza economica o militare degli stati.

Oltre a ciò, la «ragione calcolante», utilizzando come criteri di giudizio l' efficienza, la produttività e il profitto, ha finito col generare quello che ora viene chiamato pensiero unico. Si tratta di quel pensiero, di quella mentalità, di quella Weltanschauung che ha ridotto l' agire umano ad un mero fare. Frequentemente, i termini «agire» e «fare» vengono usati come sinonimi, occorre rilevare invece che tra i due verbi vi sono differenze che non sono di poco conto. Il verbo «agire», infatti, etimologicamente significa «spingere in avanti» (in questo senso è l'opposto di ducere, «essere capo», «guidare») e designa «l'attività nel suo esercizio continuo». In altri termini, nell' agire, l'uomo esercita o può esercitare la sua libertà, nel senso che può agire in diversi modi. Al contrario, il verbo facere (fare), poiché esprime l'esecutività di un atto, implica l'idea di costrizione, di necessità, ossia di qualcosa che bisogna fare, eseguire. Dal verbo agire derivano infatti i termini azione e atto, in cui v'è dentro l'idea di qualcosa che è in via di svolgimento, mentre dal verbo fare deriva il termine fatto, ossia l'idea di qualcosa che è già compiuto e da cui non si può tornare indietro.

La «ragione calcolante», attraverso la scienza-tecnologia, la scienza economica e il fenomeno industria, ha trasformato l' agire umano in fare. L'uomo dell'era tecnologica opera all'interno di apparati (uffici pubblici e privati, banche, industrie, negozi, ecc.), al cui interno egli è chiamato solo ad eseguire. E mentre, fino a pochi decenni fa, ad «eseguire» erano solo i lavoratori dipendenti (si pensi alla catena di montaggio in fabbrica), ora invece anche l'alta dirigenza sembra aver perduto la propria autonomia. la libertà di decidere. Non a caso, infatti, molti imprenditori o managers, in occasione, ad esempio, della chiusura o trasferimento di un'azienda, dichiarano, con estrema naturalezza, che a tale decisione sono pervenuti perché «costretti» dal mercato. E al «dio mercato» ormai, soprattutto in seguito all'attuale processo di globalizzazione, offrono «sacrifici» anche gran parte dei capi politici di tutti i paesi del mondo; al punto che perfino coloro che erano pregiudizialmente ostili e refrattari all'economia di mercato, come i comunisti cinesi, oggi riconoscono, senza arrossire, che non si può fare a meno di obbedire alle sue ferree leggi. Anche la politica, dunque (ossia la sfera del potere per antonomasia), pervasa dalla «ragione calcolante», si è posta ormai a servizio dell'economia, perdendo così il suo primato, ossia la capacità di prendere liberamente decisioni. Ma se nemmeno i politici sono più liberi di decidere e, quindi, non sono più responsabili delle loro azioni, ossia se anche l' agire politico si è trasformato in fare, in mera esecutività, allora oggi costoro – non potendo nemmeno ricorrere alla terribile ed ipocrita giustificazione che gli ufficiali nazisti addussero al processo di Norimberga e altrove, allorché dichiararono che loro si limitavano ad eseguire gli ordini dei «superiori» – sono costretti a scaricare la responsabilità dei guasti sociali sul «dio mercato», considerato, appunto, come un'entità, a cui ci si deve solo inchinare.

Qui si può capire meglio la distinzione tra l' agire e il fare. Chi «agisce», proprio perché libero, è responsabile delle proprie azioni. Chi invece «fa», ossia chi si limita ad eseguire, non si sente per niente responsabile. E in una società in cui l'agire è stato trasformato in fare, è inevitabile che il senso di irresponsabilità dilaghi. Così, se un operaio costruisce mine antiuomo, o armi chimiche o batteriologiche, ecc. può sempre dire: «Io mi limito ad eseguire gli ordini e, quindi, non sono responsabile». Oppure, di fronte ad un'azienda che chiude o si trasferisce, gettando sul lastrico migliaia di famiglie, l'imprenditore e il politico si limitano a dichiarare, magari con animo costernato, la loro «impotenza», rifugiandosi dietro il comodo paravento del «mercato». Senza dire poi dei danni ambientali, di cui nessuno si sente responsabile. In un contesto storico, come quello odierno, in cui l' agire umano è ridotto al puro fare ossia a mera esecuzione, gli spazi per l'agire etico, ossia per l'esercizio della libertà e della responsabilità, sembrano davvero ridotti ai minimi termini se non addirittura scomparsi. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Come si diceva, dunque, a trasformare l'agire umano in fare tecnico è stato il connubio tra capitale e scienza. È accaduto cioè che il capitalismo, con la sua logica del profitto, ha soppiantato l'agire etico, nel senso che il profitto è diventato il valore sommo, a cui ogni altro valore deve essere sacrificato. A questa ferrea logica del profitto ha dovuto piegarsi anche la scienza moderna, la quale, per altro, aveva già, con Bacone e Cartesio, indicato nell' utile il fine ultimo della conoscenza. Una ricerca che mirasse alla pura conoscenza, che si fermasse cioè alla sola teoria, senza trasformarsi in strumenti di utilità pratica, era ritenuta, appunto, inutile. E non a caso, ancor oggi, ogni progetto di ricerca che non indichi gli scopi pratici cui mira viene preso in scarsa considerazione ai fini del finanziamento e, al più, deve accontentarsi delle «briciole» che cadono dalla mensa, spesso riccamente imbandita, della ricerca applicata.

È chiaro, allora, come in un siffatto contesto storico, in cui ogni attività umana è orientata al profitto o, comunque, all'utilità pratica, anche la ricerca scientifica ha dovuto adeguarvisi. Anzi, è accaduto che, grazie proprio alla scienza, ormai trasformatasi in scienza-tecnologia, l'imperativo dell'etica tradizionale, che Kant aveva sapientemente sintetizzato nel motto «devi, quindi tu puoi», sia stato capovolto nell'imperativo della tecnica, che comanda, in modo perentorio: «Puoi, quindi tu devi». Nel senso che, secondo le clausole stabilite dal contratto, il risultato di ogni ricerca scientifica deve essere immediatamente «brevettato» e trasformato in un qualche prodotto vendibile, cioè in merce e, quindi, in profitto. E se non ci si adegua a tali condizioni-capestro, oggi è assai difficile ottenere finanziamenti per la ricerca.



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