02/11/2005 Ecologia  
Ecologia e religione di Elena Di Cristo

Introduzione

Tralasciando di analizzare in questa sede gli effetti reali e spesso irreversibili di ciò che comunemente viene definita, in modo sommario, come "crisi ambientale", è importante premettere che le discussioni e gli interventi a riguardo hanno sortito, sino ad oggi, esiti limitati.

Le risposte ai numerosi problemi della natura sono state di ordine molto tecnico ed orientate unicamente verso scelte pubbliche a breve termine: si è tentato di modificare solo le forme più esasperate di sfruttamento del territorio senza mettere in discussione né cambiare realmente le basi della crescita economica e dello sviluppo.

Questo atteggiamento è dovuto, in gran parte, alla diffusione del pensiero riduzionista, nato con la scienza del XVI secolo, che ha progressivamente trasformato la natura in un ente "altro", distaccato e separato dall'uomo.

L’antica percezione della natura come essere vivo e sacro, si è allontanata dall'uomo del XXI secolo ed è stata sostituita da una relazione di tipo utilitaristico, governata esclusivamente dai valori economici.

I provvedimenti adottati per ridurre i danni della crisi ambientale riflettono la medesima concezione meccanicista della vita: operano solo in direzione dei problemi più evidenti, senza tener conto del resto dell’ecosistema e dell'agire dell'uomo all'interno di esso.

E' necessario invece riflettere sui problemi del nostro tempo con un'ottica sistemica, ovvero considerandoli come fattori interconnessi ed interdipendenti di una crisi più vasta.

Il dibattito ambientalista che prende in considerazione questa prospettiva, non può mancare, allora, di analizzare e mettere in discussione in maniera profonda il ruolo dell'uomo quale membro dell'ecosistema, considerando i meccanismi che regolano la nostra percezione e la nostra relazione con l'ambiente esterno.

Nel suo celebre Piccolo è bello (1973) F. Shumacher affermava che "nella semplice questione di come trattiamo la terra è coinvolto il nostro intero modo di vivere e, prima che muti davvero la nostra politica rispetto all'ambiente, dovrà esserci una grande trasformazione filosofica, per non dire religiosa."

Gli albori di questa trasformazione si erano già avuti in campo scientifico agli inizi degli anni venti e gli esiti culturali di quel rinnovamento incominciano ora a dimostrare i propri effetti.

La fisica quantistica sancì "scientificamente" la fine della visione riduzionista ereditata dal pensiero cartesiano, in quanto la realtà che si svelò agli studiosi impegnati in quel campo aprì la riflessione su tematiche sconosciute alla scienza dell'epoca. Improvvisamente lo studio dei quanti dimostrò che l'osservatore e l'oggetto osservato erano coinvolti in una rete di relazioni talmente fitta da non poter essere differenziati in due entità isolate: l'immagine del mondo esterno non poteva più essere considerata qualcosa di distinto dalla struttura cognitiva umana che la percepiva. La rivoluzione filosofico-religiosa auspicata da Shumacher richiede allora, per potersi attuare, una trasformazione dei valori dominanti nella cultura, che più di ogni altro fattore influenzano la sfera conoscitiva umana nella rappresentazione della natura.

La cultura, quale insieme di norme e valori, regola il comportamento umano nel rapporto con l'ambiente esterno e quindi rappresenta un elemento importante per uno studio che voglia individuare le cause del progressivo allontanamento dell'uomo dalla natura.

In questa analisi gioca un ruolo di grande rilievo lo studio delle tradizioni religiose in quanto rappresentano un fattore culturale determinante nel rapporto dell'essere umano con l'ambiente esterno.

Il pensiero religioso condiziona le relazioni con la vita materiale e trasmette alle generazioni posteriori un’insieme di atteggiamenti mentali. Inoltre le diverse tradizioni spirituali, in tutta la loro complessità e varietà, costituiscono una delle componenti fondamentali del terreno retrostante ai valori etici di una cultura, e alcune di esse potrebbero così fornire elementi utili per riorientare il rapporto dell'uomo con la natura.

Credo quindi che il dibattito ambientalista interessato alla salvaguardia della salute terrestre, e impegnato per la diffusione di una nuova etica nei confronti del pianeta terra, debba arricchirsi dello studio del rapporto uomo-natura tramandatoci dalle tradizioni religiose, evidenziando ove questa relazione era sostanzialmente armonica e quando e perché abbia cominciato ad incrinarsi.

Sarebbe altresì interessante analizzare la concezione della natura, ed il rapporto dell'uomo con essa, all'interno di ogni specifica tradizione religiosa, riflettere sugli effetti politici ed intellettuali nella società nella quale si è sviluppata e tentare un confronto tra le diverse realtà.

Si potrebbe contestare che lo sviluppo economico, parallelamente alla crescita industriale, ha gradualmente omologato e standardizzato le relazioni dell'uomo con il pianeta cancellando le diversità culturali di Paesi come l'India o la Cina, che pur hanno alle spalle una tradizione filosofico religiosa totalmente incentrata sul rapporto armonico e relazionale tra l'uomo e la natura , non si sono differenziati nella politica di violento sfruttamento della terra che da anni accomuna le società occidentali.

Ciononostante, il recupero e lo studio di quelle concezioni religiose in cui l'uomo vive (o viveva) un rapporto fondamentalmente equilibrato con la natura, rappresenta uno spunto e una base filosofica su cui fondare una nuova etica ambientale, che muti i valori sostanziali su cui si è regolato il rapporto dell'uomo con la terra dal XVI secolo in poi.

Nel nostro passato religioso possiamo ritrovare gli “antecedenti” di quella visione d'insieme necessaria all'uomo contemporaneo per riconnettersi al suo habitat naturale, per tornare a riabitare e non dominare, la terra.

Per esempio nel culto della Dea Terra scorgiamo il centro di una tradizione religiosa in cui non c'era separazione fra il "sé" ed il mondo, non c'era divisione tra l'umano (dotato di pensiero "superiore") e il non umano (condizionato, insensibile, inferiore).

In questa e altre tradizioni si celano i precedenti filosofici del pensiero sistemico, dell'etica ambientale e di ogni principio fondato sui valori del non sfruttamento e del rispetto per tutte le altre creature.

Questo percorso di recupero, analisi e comparazione, è già avviato in molti paesi di lingua inglese, in cui accanto al dibattito politico ed economico sull'ambiente e sui problemi ad esso connessi, si è venuto sviluppando un meno noto dibattito filosofico-religioso che investe il rapporto uomo-natura e si interroga sui risvolti etici della cosiddetta "crisi ambientale".

In Inghilterra e nel Nord America, le analisi interessate a questi argomenti si sviluppano e si moltiplicano ormai da una decina d'anni. I dibattiti coinvolgono studiosi di differente provenienza, e cioè di formazione economica, filosofica e religiosa, interessati all'atteggiamento delle diverse religioni nei confronti della natura, analizzate nello specifico e in comparazione tra loro.

Questa tendenza non ha la presunzione di volersi sostituire ai tentativi di tipo economico e politico per ridurre la crisi ambientale. Semplicemente muove dalla considerazione che le diverse tradizioni religiose, al di là delle loro differenze, nell'arco della storia hanno fornito:

un'immagine cosmologica come codice interpretativo della realtà,

alcuni fondamenti per il vivere comune,

una guida spirituale e pratiche rituali,

fattori rivolti al superamento dei limiti individuali e attivi nella connessione dell'umano al cosmico.

Sfortunatamente però, le opere di studiosi eminenti come L.White, B.Callicot, Tu Weiming, E. Haargrove, C. Spretnak, D. Kinsley, D.H. Leger - per citare solo alcuni dei tanti nomi impegnati in questa direzione - sono quasi del tutto sconosciute nel nostro paese.

I pochi studi presenti nel panorama italiano affrontano il tema delle relazioni tra religioni ed ecologia prendendo in considerazione solo il punto di vista del cattolicesimo.

La fede giudaico-cristiana ci ha tramandato una visione della natura come separata dall'uomo, al quale ha riconosciuto il potere di imporre il proprio dominio sulla terra, desacralizzando così il mondo della natura per renderlo mondo profano dell'uomo. In virtù di questa concezione è stata costruita una piramide di valori gerarchicamente ordinata, in cui l'uomo è all'apice. L'immagine della piramide nasce dall'illusione che si possano classificare le varietà della vita naturale ponendo ciò che si presume abbia più valore al vertice e alla guida di ciò che è percepito come meno importante e pertanto inferiore. Questa visione gerarchica della realtà genera un'etica secondo cui l'uomo può tutto nei confronti di ciò che è sotto di lui: animali, piante, la natura stessa.

Le radici dell'attuale crisi ambientale risiedono quindi anche nell'etica tramandata dalla religione cristiana, e il grave stato in cui versa la nostra relazione con l'ambiente necessita in primo luogo di un ripensamento filosofico che prenda in esame e confronti i fondamenti della nostra tradizione con quelli delle altre religioni. Questa analisi arricchirebbe di contenuti etici e morali le azioni per la salvaguardia dell'ambiente, creando un'ecologia che superi i limiti della scienza ecologica intesa in senso stretto, al fine di costituire un veicolo per l'incontro-riscoperta dell'uomo con la natura.




Fonte:
 

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