12/11/2005 Ecofemminismo  
SVILUPPO. SPUNTI DALLO SGUARDO ECOFEMMINISTA SUL SISTEMA MONDO. INTERVISTA A GIOVANNA RICOVERI

Fonte: Il notiziario delle donne

"L'ecofemminismo è un filone importante ma marginalizzato dell'ecologia, e come tale appartiene più al femminismo che non al movimento ecologista. L'ecofemminismo ha ampliato teoria e pratica femministe in quanto ha aggiunto alla disciplina femminista l'importante conoscenza del rapporto tra dominio della natura e dominio della donna. Da un punto di vista economico la connessione si riferisce allo sfruttamento di donne e natura come risorse naturali a costo zero. Da un punto di vista politico possiamo pensare a istituti come la scienza e la tecnologia con i loro forti pregiudizi androcentrici contro donne e natura. Da un punto di vista simbolico donne e natura vengono definite e trattate come l'altro. L'oggetto, la seconda persona, in contrasto con la soggettività maschile.". Così si esprimeva Barbara Holland-Cunz, femminista tedesca, in un'intervista apparsa sulla rivista CNS USA nel 1992 e riproposta nel n.7 di CNS Italia l'anno successivo. Naturalmente vari sono i punti di vista, le posizioni e gli approdi di questo pensiero e anche per questo pensiamo che la ricerca di contributi che forniscano strumenti per un'analisi critica dei rapporti che regolano il sistema mondo - quel villaggio globale in cui le donne sempre più rischiano di continuare a subire più che determinare le regole e le modalità di azione - non poteva non attraversare l'analisi ecofemminista. Ne parliamo con Giovanna Ricoveri, economista, codirettrice della redazione italiana di Capitalismo Natura Socialismo (CNS) che ha sempre mostrato particolare attenzione per questo tipo di elaborazione e che nel prossimo numero della rivista ne propone tre saggi, con l'inglese Mary Mellor, l'australiana Ariel Sallek e l'italiana Mariarosa Dalla Costa. Capitalismo Natura Socialismo, rivista internazionale di ecologia socialista, è pubblicata a New York, Barcellona e Roma. Come e quando nasce l'interesse per l'ecofemminismo? Sin dall'inizio, con l'idea che porre il problema dell'ambiente in termini di classe volesse dire anche doversi riproporre il problema dei soggetti, in particolare dei soggetti considerati marginali - la parola marginali non mi piace, è complicata e anche ambigua - di quei soggetti cioè che non sono stati i protagonisti della Storia. Esclusi ecco. Quindi le donne e le masse del sud del mondo.Così ho cominciato a vedere testi femministi internazionali; la cosa più importante mi è sembrato il lavoro di Carolyne Merchant, anche se questo filone di pensiero mi sembrava un po' duro, un po' lontano, un approccio un po' troppo teorico che poteva anche portare all'accusa di essenzialismo, di fondamentalismo, e come in parte poi è stato fatto. In Italia ho trovato molta difficoltà a trovare questo tipo di materiale, e più che difficoltà proprio disinteresse; le femministe italiane non hanno mostrato molto interesse per l'ecologia, come pure la sinistra tradizionale. Il discorso femminista del partire da sé è molto interessante ma è metodo, non è sostanza. Devo comunque riconoscere che un gruppo di donne interessantissimo fu quello che si costituì attorno a Livia Turco dopo Cernobyl, e che aveva determinato la rivista Reti, esperienza ora però conclusa. Dopo Cernobyl e rispetto alla scienza era riuscita ad aggregare un certo numero di donne, Elisabetta Donini, Elena Gagliasso, e molte altre, in un discorso che attraversava matrici politiche diverse, dove le donne si confrontavano appunto su problemi legati alla concretezza; si era capito il valore della differenza rispetto ad un'analisi di ciò che accade. Tutto questo per un certo periodo però si è perso. Adesso c'è un nuovo interesse legato soprattutto al sud del mondo. L'interesse di CNS per questa elaborazione è proprio nell'approccio internazionalista, ed è ciò di cui Mariarosa dalla Costa parla nel prossimo numero. Aver visto che le condizioni della sopravvivenza al sud non sono poi così diverse dal meccanismo che porta alla marginalità all'esclusione al mancato empowerment delle donne al nord, pure nelle differenze; questo è il taglio che a me pare interessante e che contraddistingue ora anche le donne della Libera Università di Milano, ad esempio. Da quando pubblicate questo tipo di contributi? Un tentativo, in termini di dibattito, sul modo di vedere i movimenti ambientalisti, era già stato fatto da James ÒConnor e altri su CNS USA; nel dibattito era entrata l'ecofemminista australiana Ariel Salleh. In Italia, sin dal primo numero della rivista,nel 1991, c'è un bel saggio della giovane studiosa indiana, Brinda Rao, "Lotte delle donne indiane del Maharashtra per l'emancipazione e l'acqua": Le decisioni sull'uso e destinazione dell'acqua in India spettano agli uomini, ma l'approvvigionamento ricade sulle donne, che devono fare anche diversi chilometri a piedi, ogni giorno, per andarla a prendere. Devo dire, con un po' d'orgoglio ma anche di tristezza, che mi sono dovuta battere nella redazione per far pubblicare questo testo, considerato di secondaria importanza. A quel tempo, cioè quattro anni fa, del resto, i problemi della sussistenza sembravano esclusivi delle donne del Sud, nel senso che non erano ancora emersi gli attuali problemi di marginalità e di sussistenza che oggi caratterizzano anche il Nord. Sul n.7 di CNS italiana, il primo del 1993, avevamo pubblicato due saggi ormai molto noti, uno di Mary Mellor e un altro di Barbara Holland-Cunz. Su Mary Mellor io avevo alcune riserve, perché in quel saggio lei si occupava ancora molto di essenzialismo. Il secondo saggio, un'intervista a Barbara Holland-Cunz fatta da Valery Kuletz, invece, mi è sembrato subito eccezionale, perché si tracciava la storia del ruolo giocato dalle donne nelle lotte contro il nucleare in Germania e in altri paesi europei sin dagli anni '70. Si collocava insomma in quel filone ecopacifista femminista che in Italia non c'è stato, forse a causa di una differenza di livello nella cultura di massa delle donne, che nel Nord Europa erano già allora in grado di esprimere il loro specifico in lotte generali. Sul prossimo numero di CNS che sarà in libreria a giorni, pubblichiamo altri tre saggi - di Mary Mellor, di Ariel Salleh, e Mariarosa Dalla Costa, che ho già citato prima. Almeno i primi due, sono saggi ecofemministi e dimostrano una grande evoluzione non solo di queste autrici, ma anche del pensiero ecofemminista. Non c'è più traccia di essenzialismo, il discorso va dritto ai problemi, alle condizioni materiali delle donne, escluse dall'economia ufficiale. Ariel Salleh dice che "Women are not quite labor": le donne non sono riconosciute come parte del lavoro in senso proprio, eppure sono underlabourers, lo "zoccolo duro" del lavoro in tutte le sue forme - da quello di cura, a quello di riproduzione, agli affetti, al connettivo sociale in famiglia e sul territorio, al lavoro di fabbrica, in settori come il tessile e il lavoro dei campi. Alle donne immigrate, ad esempio, spetta il lavoro aggiuntivo di ricostruire il connettivo sociale in famiglia e sul territorio nel paese straniero in cui vivono. Questa analisi porta a capire come la differenza fra donne del nord e donne del sud esista ancora ma non divide le donne, perché esse svolgono lo stesso ruolo di lavoro non retribuito e non riconosciuto, a supporto del lavoro e della vita di tutti gli altri, al nord e al sud. L'ecofemminismo acquista così una valenza generale, diventa uno strumento per reinterpretare il mondo e può contribuire a costruire nuove aggregazioni politiche a sinistra. Mi sembra di capire che tu vedi nella produzione ecofemminista una sponda dialogante con tutta una serie di elaborazioni critiche nei confronti delle strutture sociali (e politiche) modificate, determinate dal capitalismo. Sicuramente. Mi ha molto colpito a questo proposito anche il lavoro di alcuni studiosi, come ad es. Martin ÒConnor, un docente di economia all'università di Auckland in Nuova Zelanda. In particolare quello che mi interessa sono le sue analisi sulle condizioni comunitarie di vita e di lavoro; mentre l'economia ci dice che tutti gli scambi sono di mercato, il mercato è solo una forma degli scambi, come già diceva Polanyi, il capostipite di questo filone di pensiero, ripreso poi dal Movimento antiutilitarista francese, il Mauss. Nella nostra realtà esistono più sfere di produzione e di scambio: una è quella del mercato, un'altra è quella del dono, che è altrettanto importante ma che è stata negata dal capitale, perché il capitale così facendo ci rende totalmente dipendenti dai valori mercantili. Le convenienze dell'impresa sono state rese universali. Martin ÒConnor dice che senza lo scambio gratuito, o comunque non di mercato, quello che lui chiama scambio comunitario, non si potrebbe sopravvivere, non esisterebbero né la fabbrica né le persone. Una parte importante della realtà viene così negata, o meglio non riconosciuta dal capitale - ma anche dalla sinistra, dalle donne, da tutti noi. Se ne perde la percezione, la consapevolezza: si tratta di riconoscere che è stata eliminata dalla nostra percezione una parte della nostra vita. In questo vedo il parallelo con l'attività delle donne: il contributo delle donne nel tenere insieme i legami sociali non è percepito dagli uomini e finisce per essere scarsamente valorizzato anche dalle donne. Mi sembra un'elaborazione teorica di grandissimo respiro. Pensa questa cosa in termini anche contrattuali: se non ci fosse questo retroterra non si produrrebbe più nulla! È per questo che dico che i due anni passati dalla pubblicazione dei primi saggi ecofemministi non sono affatto passati invano: sento una grande maturazione legata al fatto che le donne non stanno nel ghetto a studiarsi le loro teorie, invece cercano di elaborare filoni di pensiero validi per tutti. Mary Mellor nel saggio "Eco-femminismo e eco-socialismo. Dilemmi di essenzialismo e materialismo" è in verità polemica verso gli atteggiamenti di chi liquidò la produzione ecofemminista come una delle "ideologie neoromantiche della natura". Inoltre una grossa parte dell' ecofemminismo non nega l'essenzialismo ma neanche ci si ferma, lo supera e tenta un recupero/rivisitazione del materialismo storico: d'altro canto fermarsi all'identità donna/natura evoca il sospetto di una considerazione residuale, dicotomica della realtà, delineata dal patriarcato... Oggi ci si difende ancora dalle accuse di essenzialismo? Due anni fa Mellor ci spiegava perché il femminismo doveva essere socialista; eravamo allora sotto lo shock provocato dalla caduta del muro di Berlino, che non solo aveva spazzato via il socialismo reale, ma aveva anche messo in crisi il capitalismo. Il capitalismo mostrava finalmente tutte le sue crepe, non trionfava affatto, e Mary Mellor ne prendeva le distanze, e tentava di coniugare femminismo e socialismo. Ora discussioni di questo tipo non ce ne sono più. Anche l'ecofemminismo inteso come essenzialismo è lontano. Ora l'ecofemminismo entra nel vivo dei problemi, attacca l'economia, l'homo oeconomicus. L'economia ufficiale emerge come lo strumento per distruggere le economie locali, la sussistenza. Lo sviluppo deve cambiare di segno, si dice, deve integrare il nuovo e il vecchio, deve costruire sinergie tra queste due realtà. Si fa una critica dell'economia omologante. La critica dell'industrialismo non basta. Il pensiero ecologico (maschile n.d.r.) non è andato molto lontano criticando l'industrialismo e lo sviluppo quantitativo. Il problema è la subordinazione tecnologica della sinistra al progresso scientifico illuminista, positivista, che ora deve essere riconiugato a passare dal sociale e rivalutando i soggetti a partire da quelli finora considerati marginali. Anche l'establishment se ne è accorto; altrimenti cosa sarebbero le conferenze di Copenaghen, del Cairo se non segni di questo cambiamento, o del valore delle donne e degli altri soggetti sociali ? Se ci si pensa, fa anche un po' ridere parlare di sviluppo sociale: e infatti, quale sviluppo economico sarà mai quello che non è nel contempo sviluppo sociale? Dice Salleh: "Le donne sono in mezzo, tra natura e risorsa"; questo fa superare il parallelismo grezzo con la natura a cui l'essenzialismo sembra ricondurre: le donne non sono natura, le donne sono ridotte a natura. Malgrado se stesse". Dopo il vertice di Copenaghen sullo sviluppo sociale sembra che in campo internazionale sia acquisita la consapevolezza che, mutatis mutandis, le cause di povertà e di marginalizzazione sociale siano le stesse sia nel Nord che nel Sud del mondo, e siano esse cause strutturali. D'altra parte i governi mondiali continuano però a considerare lo sviluppo solo come crescita economica piuttosto che come riconoscimento di diritti sociali... Secondo me non si tratta di ottenere dei diritti, ma di conquistare più potere. Le riunioni internazionali segnalano l'emergere di culture alternative, tra cui quella delle organizzazioni non governative. Tutto questo però non porterà a grandi risultati pratici, a grandi cambiamenti. Io penso che bisogna organizzarsi a livello di movimenti sociali di base, per conquistare più potere sulle questioni che ci riguardano, e da queste risalire alle questioni più generali, a quelle che si decidono a livello nazionale e internazionale. Il dialogo e la solidarietà Nord/Sud sono importanti, ma il punto rimane quello di poter decidere, quindi dell'organizzazione dei soggetti oggi marginali, a cominciare dalle donne. Il risultato positivo degli appuntamenti internazionali è soprattutto quello di mettere in rapporto un numero crescente di persone, di donne e di organizzazioni, che operano e lottano sul territorio. Si potrebbero fare molti esempi, come quello della lotta contro il progetto di grandi dighe sul fiume Narmada in India, che ha bloccato l'intervento della Banca Mondiale (anche se non quello del governo indiano...). Un altro esempio, sempre in India, è quello dei contadini contro le multinazionali che producono pesticidi. Si tratta quindi di andare verso l'empowerment, la valorizzazione e il dare potere alle forme di autogoverno e autoorganizzazione? Si tratta di decidere per sè stessi invece di far decidere gli altri. Una sinistra adeguata ai tempi di oggi dovrebbe cogliere l'occasione offerta da queste nuove lotte e anche da queste nuove riflessioni teoriche. Non basta più contrattare il lavoro nella nuova fabbrica toyotista, e non solo perchè una prestazione lavorativa legata alla "attenzione" è difficile da misurare e quindi contrattare; ma perche è ancora più importante oggi far pesare e cotrattare le condizioni comunitarie, materiali, di vita e di lavoro, che il capitale usa gratuitamente, senza alcuna opposizione sociale organizzata. (Come) è possibile ri/considerare e ri/organizzare il lavoro al di fuori della concezione sviluppista del capitalismo patriarcale? È (ancora) possibile parlare di autoorganizzazione e autogestione? Aprire spazi di autogestione al Nord è utile, a mio parere, non tanto per "sconfiggere" il mercato ma per misurarcisi e per aggregare socialmente, per creare consapevolezza di un'alternativa al mercato. Mary Mellor, nel saggio che pubblichiamo sul prossimo numero di CNS, ripropone l'esperienza delle cooperative inglesi nel secolo scorso. È stata un'esperienza importante, dice, che è fallita sostanzialmente per due ragioni: perché non si è estesa quantitativamente fino al punto di rappresentare ùalternativa generalizzata al mercato, e perchè ha riguardato solo i ceti medi, e cioè non si è estesa neanche in senso qualitativo alla classe operaia e alla popolazione povera. In Occidente il terzo settore, le cooperative, l'autogestione possono svolgere un ruolo positivo, e andrebbero sostenute. Mi pare diverso il caso del Sud del mondo, dove in un certo senso le cooperative già esistono, nel senso che la sussistenza e la sopravvivenza, ai livelli di povertà delle popolazioni del Sud, è molto spesso assicurata dalla cooperazione e aiuto reciproco tra le persone, e soprattutto tra le donne. Per il Sud il vero problema sono gli spazi di commercio e di scambio tra paesi del Sud e col Nord in tutti i sensi, tecnologia, moneta, debito estero. Quest'ultimo, pur avendolo pagato tre o quattro volte rimane, perché i tassi di cambio li fa il Nord, anzi gli Stati Uniti e la Germania. Le stesse tecnologie condizionano i modelli di sviluppo, distruggono le economie locali, di sussistenza; oltre alla mancanza di un commercio col Nord, questi paesi non commerciano neanche fra di loro, non sono più in grado di produrre niente di ciò che gli serve, sono ridotti appunto alla fame. Qui c'è il problema delle multinazionali e delle organizzazioni internazionali, c'è una battaglia grande da fare contro il Gatt, contro la Banca Mondiale, Il Fondo Monetario Internazionale. Bisogna dire che la battaglia è già cominciata, e alcuni progetti della B.M. sono finalmente saltati. Per il Sud ci sono condizioni diverse dalle nostre: le forme di lavoro cooperativistico in parte ci sono, in parte non risolvono il problema. E non basta nemmeno rompere la dipendenza dal Nord, non è che se esce il capitale del Nord si ricostituisce automaticamente un circuito virtuoso, perché gli sfruttatori sono anche i governi locali... Ad esempio mi raccontava Serge Latouche (docente all'Università di Parigi XI, specialista del Sud del mondo e collaboratore di CNS n.d.r.) che nel Mali la B.M. ha dato i finanziamenti direttamente alle piccole imprese, e così si sono attivati una serie di piccoli produttori locali azzerando il ruolo negativo dei governo. C'è ancora uno scarto ideologico/culturale tra donne del Nord e quelle del Sud, con le teoria al Nord e la pratica al Sud? E quale matrimonio è tra loro possibile? Non credo che questa suddivisione sia più vera: abbiamo le teoriche anche al Sud, una tra tutte Vandana Shiva, e le stesse riunioni internazionali sono dirette dalle donne del Sud, mediche, fisiche, donne che pubblicano libri e che entrano sulla scena del pensiero. Certo, qui non sono ancora conosciute ma sta a noi tradurle, farle conoscere... C'è quindi ancora un atteggiamento eurocentrico a contraddistinguerci... Il gruppo dirigente è secondo me ancora molto eurocentrico; francamente sento analisi anche molto raffinate, ambientaliste, ma molto legate alla ristrutturazione della sinistra dell'Occidente. Mi sembra però, dalle esperienze europee, americane e anche giapponesi che questa ristrutturazione della sinistra in Occidente non va molto lontano, anzi ha delle grosse difficoltà. Al Sud invece oltre alle nuove teoriche, ci sono pratiche di movimenti molto più forti. Il nuovo rapporto Nord/Sud che sta faticosamente emergendo ci potrà permettere di capire; certo la comunicazione è ancora molto complicata. Da questo punto di vista penso che bisognerebbe lavorare molto sul concetto di comunità, di democrazia di base.. C'è anche un problema di democrazia politica. Non penso che il governo mondiale dell'economia abbia significato: significa mandare altri cento burocrati a New York...Non bisogna porre troppa enfasi sulle Nazioni Unite. Il femminismo stesso ce lo insegna, il valore oggi sta nella differenza, nelle sinergie con le risorse locali. Le culture e le varietà sono tante. Tali consapevolezze devono portare a delle ridefinizioni: Montesquieu mi sembra sia proprio superato, c'è un elemento di delega che ormai è ingestibile. Bisogna ripersare a forme di governo più ristrette, limitate ma incisive. Agisci localmente e pensa globalmente? No, io penso che questo sia uno slogan sbagliato. È come voler limitare gli effetti dell'azione al locale, mentre ogni azione locale ha un impatto mondiale. Penso che bisogna agire e pensare localmente e globalmente. Quando parlo del locale come comunità penso alla ridefinizione della democrazia politica, con meno delega, in una area più ristretta dei confini nazionali, dove è possibile per i cittadini decidere come smaltire i rifiuti, quali scuole avere...Capisco che c'è un problema di perequazione. Ovviamente non sono per dividere l'Italia, però mi sembra che in sistemi complessi, come quelli di capitalismo maturo, non possano bastare le elezioni ogni cinque anni, perché il mandato è privo di controllo. E quindi trovo una grande suggestione nello studio della vita di comunità, e nella ridefinizione di una democrazia politica che avvicini i rappresentanti ai rappresentati. La crisi del mondo a scala globale impedisce un welfare di vecchio tipo, bisogna porre attenzione sulle condizioni di vita materiale delle persone. Bisogna trovare forme di democrazia politica che funzionino, quelle attuali non funzionano più: c'è troppa delega e poco controllo.


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