25/11/2005 Wilderness  
L’Idea wilderness o della via italiana alla presvazione delle terre selvagge, articolo di Franco Zunino

Fonte 1: Cliccare qui
Fonte 2: Wilderness Italia

La necessità di una gestione razionale ed equilibrata delle risorse naturali rinnovabili. Un impegno apparentemente facile ma spesso osteggiato anche dai gestori delle aree protette.

C’è un aspetto del termine “Wilderness” – un termine oggi sempre più usato sulle nostre riviste di natura proprio grazie all’idea che ebbi, ormai vent’anni or sono, di diffonderne la filosofia conservazionista in Italia -, che viene regolarmente ignorato quando lo si cita, ignorato a tal punto che l’uso del termine può considerarsi quasi sempre un totale travisamento del significato più vero in esso racchiuso. Bisogna infatti sapere che, se non fosse stato per questo significato, che da noi è ignorato, probabilmente il termine sarebbe rimasto una semplice espressione geografica, o ambientale, assai poco usata anche negli Stati Uniti d’America (non per nulla è poco noto nella stessa Inghilterra, dalla cui lingua gallese ebbe origine). Un’espressione geografica a cui lo stanno riducendo, per ignoranza, ma in qualche caso per vera e propria comodità “politica”, quegli ambientalisti e giornalisti che amano infarcirne i propri articoli, discorsi ed anche manifesti e depliant, per puro vezzo stilistico o come semplice slogan. Usato più spesso come sinonimo di “natura selvaggia” - quando non di semplice luogo naturale definito magari “Wilderness” solo in quanto abitato da grandi predatori! - anziché per indicare quel significato conservazionistico che il termine possiede e per il quale motivo se ne è diffuso l’uso nel mondo.

Oggi, per molte riviste di natura, è “Wilderness” il Parco d’Abruzzo o la Majella, il Pollino o la Val Grande, ecc., tutti territori che pur racchiudendo dei luoghi possedenti dei “valori di Wilderness”, nessuna autorità ha mai provveduto a designarli come tali in forma ufficiale, impegnandosi a preservarli e, soprattutto, a gestirli coerentemente contro un uso turistico-ricreativo di massa come implicherebbe l’utilizzo di tale termine. Vedremo più avanti il caso più emblematico del Parco Nazionale della Val Grande, dove maggiormente si abusa e si disinforma il pubblico su questo significato, addirittura per finalità ad esso contrarie!

Wilderness è quindi, prima di tutto e soprattutto, conservazione degli spazi selvaggi attraverso formali impegni di salvaguardia che siano il più duraturi possibile (codificati negli Stati Uniti d’America da una speciale legge del 1964: The Wilderness Act). Decidere di designare un territorio selvaggio italiano quale “Wilderness”, difatti, non significa solamente dare una definizione geografica al suo stato di integrità paesaggistica (non ambientale, in quanto in questo senso sarebbe implicita una sua “verginità”, cosa che non è per nessun luogo nel nostro Paese), bensì, soprattutto, essersi impegnati a preservarlo “per sempre” nel modo più assoluto ed a gestirlo per un uso razionale ed equilibrato: il che implica una politica in antitesi col connubio ambiente/parchi/turismo/economia/posti di lavoro così come inteso nel nostro Paese.

Ecco perché, quando leggiamo di zone in stato di Wilderness, inteso nel senso di natura selvaggia, veniamo disinformati, diseducati, mentre la definizione italiana di “natura selvaggia”, appunto, sarebbe la più appropriata, e l’uso di “Wilderness” diviene mistificazione. E vengo all’esempio più eclatante, quello della Val Grande, dove ostinatamente le autorità del Parco Nazionale continuano ad utilizzare il termine “Wilderness” come slogan turistico per “vendere” la loro “merce Parco”, ben guardandosi dal designare al suo interno quell’immensa Area Wilderness che fin da prima che il Parco Nazionale nascesse venne richiesta, anche in sede internazionale, e che, sola, giustificherebbe l’uso di questo termine. Designare questa Area Wilderness a lungo proposta non significherebbe semplicemente riconoscere alla Val Grande il suo aspetto di integrità paesaggistica, bensì significherebbe impegnarsi “per sempre” affinché neppure un metro quadro del suo territorio venga mai più modificato dall’uomo e che l’uso turistico vi sia permesso solo in forma compatibile (ovverosia a numero limitato): probabilmente proprio quello che le autorità del Parco Nazionale non vogliono, perché la designazione significherebbe per loro una perdita di potere gestionale sulla stessa Area. Nulla di più e nulla di meno di quanto è avvenuto e ancora avviene negli Stati Uniti d’America, dove tra i maggiori oppositori alle Aree Wilderness nei Parchi Nazionali, sono stati (e sono tuttora!) proprio i dirigenti dei Parchi stessi: cambia il luogo, cambiano i tempi e le persone, ma non cambia la sostanza.

E’ difatti per questo motivo che ancora oggi Parchi Nazionali americani pur famosi, ed ampiamente ricchi di wilderness, quali lo Yellowstone, il Grand Canyon, il Great Smocky Mountains, il Big Bend e tanti altri ancora, non hanno al loro interno delle Aree Wilderness ufficialmente designate; e sono le stesse motivazioni oggi espresse dai nostri dirigenti di Parchi, che vengono addotte per respingerne la demarcazione: che si tratta di un doppione di vincolo, che si tratta di una rigidità inutile e di cui non c’è affatto bisogno. Mistificazioni che nascondono il vero motivo dell’opposizione, ovverosia la perdita del loro potere personale sulla manipolazione dei territori naturali “protetti”. Purtroppo, come troppe volte avviene, la storia si ripete ed insegna, ma nessuno vuole imparare.

Ma vediamo come si è sviluppato in Italia questo Concetto di conservazione.

La mia esperienza di lavoro in almeno due Parchi Nazionali (Gran Paradiso ed Abruzzo) mi dimostrò come solo degli impegni di conservazione che sancissero un fermo perentorio alt all’avanzata delle strutture umane nell’ambiente naturale fosse il modo per poter garantire la preservazione di certi spazi naturali nello stato in cui si trovavano (o si trovano), perché se i vincoli imposti dalle leggi impedivano certe iniziative sulla carta, è vero che di fatto esse delegavano (e delegano) delle persone a decidere se, come, quando e dove, realizzare delle opere; e spesso la motivazione per autorizzarle è più forte dell’esigenza di lasciare inalterata la natura: così, ciò che viene proibito al privato viene magari più facilmente autorizzato al pubblico, ed ancora più facilmente se questo pubblico è lo stesso ente gestore dell’area protetta, per le cui finalità di gestione tutto può autorizzarsi: si tratta solo di trovare la giusta motivazione e tutto si può fare, prescindendo dalla protezione.

E qui abbiamo il recente, anch’esso eclatante, esempio del WWF che, pur proprietario dei suoli dell’Oasi e Riserva Naturale del Monte Arcosu (acquistata allo scopo di preservare una delle più belle “zone selvagge” della Sardegna e di dare protezione al Cervo sardo) con la motivazione di doverla sorvegliare, di combattere il bracconaggio, di fare servizi antincendio ed educazione ambientale, ha realizzato nuove opere e riaperto piste abbandonate e, recentemente, aveva addirittura progettato di realizzare una strada che avrebbe spaccato in due una zona selvaggia oggi ininterrotta. Ciò proprio perché, pur avendo acquistato quella zona a scopo di conservazione, l’organo proprietario e gestore non si è però mai formalmente impegnato a preservarla “per sempre” nello stato in cui l’aveva trovata.

Ecco quindi un esempio di cosa significhi, nel concreto, l’impegno di designare un’Area Wilderness nell’ambito di un territorio pur ufficialmente già “protetto”, e per quali ragioni questo impegno apparentemente facile da prendersi, viene poi di fatto così tanto osteggiato dai nostri ed altrui gestori delle aree protette.

Designare un’Area Wilderness significa in effetti fare di principio una scelta rinunciataria di sviluppo. Ovvio che un tale impegno lo possa e lo debba prendere solo l’organismo proprietario dei suoli, o che abbia la gestione diretta degli stessi. Questo impegno è difatti un’altra caratteristica che differenzia le Aree Wilderness dalle altre aree protette, perché esse non sono un surrogato di queste, bensì una loro completezza.

La preservazione di un’area selvaggia all’interno di un Parco può difatti garantirsi solamente mediante la sua designazione in Area Wilderness, perché solo in questa designazione sono impliciti tutti quei provvedimenti che ne permettono una sana gestione naturalistica e turistica con finalità primariamente volte al bene della natura: e queste Aree non vanno confuse con le Riserve Naturali Integrali (cosa che, invece, quasi sempre avviene da noi), le quali sono piccole zone poste sotto “campane di vetro” per scopi scientifici; né tanto meno con quelle “Zone A o di Riserva Integrale” dei nostri Parchi, dove in teoria tutto è protetto, e che, come vincolistica, altro non rappresentano che quello che in America vige nella totalità dei territori dei Parchi stessi (nei quali, difatti, nonostante ciò, è stato comunque necessario inserire delle Aree Wilderness per poterne preservare le caratteristiche di selvaggità).

Le Aree Wilderness possono però anche essere autonome. Ed è il caso della gran parte di queste Aree designate negli Stati Uniti d’America su territori “federali”, ovverosia di proprietà della nazione. In questi casi la loro designazione non presuppone infatti che in seguito esse debbano essere istituite in Parchi od altre forme di aree protette; esse sono fini a se stesse, e si distinguono da quelle nei Parchi solo per il fatto che certa parte delle risorse naturali può essere utilizzata (seppure la tendenza sia quella di giungere quanto meno al blocco assoluto di quelle più economicamente redditizie quali l’intensivo uso dei pascoli e gli sfruttamenti minerari). Assoluto è, per intanto, il taglio delle foreste, mentre resta consentito tutto quanto è razionalmente utilizzato dall’uomo frequentatore: prelievi venatori compresi.

Quando l’Associazione Italiana per la Wilderness, con la diffusione di questo concetto di conservazione diede inizio anche al tentativo di una sua messa in pratica nel nostro Paese, ovviamente dovette adattare il criterio americano alle diverse realtà italiane, e di stato fondiario in merito alle proprietà dei suoli, e per gli aspetti economici e sociali in genere; differenti realtà che sebbene potessero paragonarsi, occorreva farlo sulla base delle conflittualità esistenti là dove in America la conservazione della wilderness e degli ambienti naturali in genere viene ad interferire con la presenza di territori privati e di risorse naturali rinnovabili sottoposte a sfruttamento da popolazioni native o rurali o, se territori federali, comunque tradizionalmente utilizzati per antica consuetudine o legami epocali quali il pascolo del bestiame o/e il libero errabondare di chi vuole vivere le antiche esperienze pionieristiche o sperimentare tradizioni di vita all’aria aperta.

Ovvio che in quest’ottica, se anche da noi diveniva imperativa la preservazione assoluta dell’integrità spaziale delle aree selvagge (no a strade, case ed opere antropiche in genere), restava altrettanto imperativa la preservazione degli antichi usi e delle tradizioni legate all’utilizzo e sfruttamento delle risorse naturali rinnovabili, dal taglio dei boschi, al pascolo, alla caccia. Usi dei quali solo le collettività locali possono deciderne l’abrogazione o la rinuncia, come nel caso dei tagli boschivi su suoli demaniali, che di solito viene caldeggiata nelle nostre proposte di Area Wilderness, e che quasi sempre viene accettata nei casi in cui tale scelta non comporti danni economici assolutamente irrinunciabili.

Al contrario delle zone a Parco o a Riserva Naturale, dove questi usi consuetudinari sono di solito vietati o impositivamente sottoposti a rigida disciplina dalle autorità politiche superiori (Stato o Regioni), nelle Aree Wilderness, proprio perché designate dai diretti proprietari e/o fruitori delle risorse naturali rinnovabili, essi sono assicurati quale perpetuazione di antichi diritti, purché mantenuti a livelli equilibrati e con prelievi razionali e con metodi antichi come, appunto, da sempre le comunità locali hanno fatto - è bene qui ricordare che gli sfruttamenti intensivi di pascoli e boschi siano invece iniziative abbastanza recenti, che sono aumentate con il progredire della meccanizzazione (trattori, autocarri e motoseghe).

Nella scelta su descritta, consequenziale alla situazione sociale e fondiaria italiana (ma potrebbe dirsi anche europea), si è di fatto intrapresa una strada verso un tipo di conservazione ambientale che, casualmente, ha trovato varie forme di sviluppo in altre parti del mondo, e specie negli USA ed in Sud Africa, attraverso le cosiddette “Conservancy”, ovverosia la scelta di latifondisti o comunque proprietari di suoli, che, singolarmente, od uniti in società, decidono di preservare le loro terre e le risorse naturali rinnovabili in maniera compatibile con un certo loro uso; un metodo democratico, che negli Stati Uniti è ritenuto l’unico praticabile per ottenere la conservazione di luoghi in proprietà privata senza doverli fare acquistare da apparati pubblici (che è poi il solo metodo con cui in quella nazione, rispettosa del diritto e delle libertà private, si conserva l’ambiente).

Il successo ottenuto dall’Associazione Italiana per la Wilderness nell’applicare questa pratica di conduzione democratica alla conservazione ambientale, è la prova provata di come un tale metodo sia perfettamente trasferibile anche nel nostro Paese, dove la proprietà privata e la demanialità locale dei suoli pubblici è largamente maggioritaria nella situazione catastale.

Si trattava, quindi, di partire da quel concetto base che solo il diretto proprietario dei suoli, sia esso lo Stato, un ente pubblico od un privato, poteva e può decidere di preservare o meno un luogo. Ma, nel caso della tutela del cosiddetto “valore Wilderness”, bisognava prima far sì che prendesse coscienza in chi questo valore possiede, l’importanza di preservarlo come unicità ambientale. La politica dell’Associazione Italiana per la Wilderness è stata proprio questa, favorita probabilmente dal metodo autoritario ed impositivo della politica nazionale e regionale con la quale si stavano e si stanno istituendo Parchi Nazionali e Regionali, spesso consentiti dalle autorità locali solo perché sotto “ricatto” o dietro promesse economiche (sono noti i pentimenti di molte amministrazioni comunali, allettate ad entrare nei Parchi con promesse di finanziamenti poi mai mantenuti o di sviluppi socio-economici mai verificatisi)......



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