19/12/2005 Ecologia profonda  
Ecologia profonda: Antropocentrismo e cristianesimo

Il dibattito etico sulle questioni ambientali è un aspetto sempre più rilevante della filosofia contemporanea e può oggi contare su numerosi esponenti e su di una letteratura estremamente ampia e diversificata. In esso convergono temi di etica tradizionale, filosofia della scienza, estetica, filosofia politica ed economica, bioetica e addirittura teoretica, ovvero il livello in un certo senso 'fondamentale' della filosofia. Potremmo anzi dire che se oggi si parla di filosofia e di etica ambientali, ciò lo si deve anche al fatto che il tema dell'ecologia diventa un serio problema filosofico nel momento storico (tra il XIX e il XX secolo) in cui le stesse strutture portanti della filosofia occidentale (i suoi fondamenti logici, la capacità della mente di dominare la natura, la dicotomia insanabile idea-materia, la supremazia dell'essere sul divenire) entrano in una profonda e diffusa crisi.
Tale crisi, definita dell'idealismo, dell'umanesimo, dei fondamenti etc., che è accompagnata, oltre che dall'emergere del rischio ambientale, da svolte altrettanto radicali riguardanti le scienze matematiche, fisiche, naturali, sociali, umane etc, riguarda in generale un concetto divenuto di dominio comune e tuttavia molto controverso qual è quello dell'antropocentrismo (la cui impronta segna tutta la storia della cultura e del pensiero filosofico).
Già il filosofo Arthur Schopenhauer si era schierato in opposizione rispetto alle tesi antropocentriche ed aveva espresso il suo pensiero in proposito nell'ambito della sua opera "Sulla religione" (in Parerga paralipomena, Boringhieri, Torino 1963) introducendo questa tematica nella più ampia critica a numerosi aspetti del cristianesimo e dell'ebraismo in particolare. Infatti egli accusa la dottrina cristiana di attribuire troppa importanza alla figura dell'uomo tanto da considerare il resto del creato in qualità di oggetto che l'umanità può sfruttare a suo piacimento. Questo errore, invece, non è stato commesso da altri culti quali, ad esempio, quelli asiatici che, al contrario, considerano alcune specie sacre ed inviolabili. Schopenhauer attribuiva la responsabilità di questa mancanza da parte dei cristiani alla dottrina stessa da essi professata che secondo il pensatore in qualche modo giustificava questa presunta superiorità: Dio, dopo la creazione, ha consegnato il mondo nelle mani umane disponendo il dominio sul mondo circostante senza alcuna esplicita limitazione in proposito (il versetto "Tutto hai posto nelle sue mani" ricorre in numerosi luoghi dell' A.T.): l'uomo e' considerato il dominatore del mondo circostante. E' dunque possibile osservare questa azione dominatrice soprattutto all'intemo della Bibbia, nella quale gli elementi neaurali sono solo un mezzo, uno strumento utile per le innumerevoli necessità del vero protagonista della natura. Questa lettura della Bibbia ha sicuramente fornito un solido supporto concettuale a caratteristiche come la razionalità e l'esistenza di un'anima immortale, che sono in seguito diventati veri e propri parametri di giudizio per la netta divisione tra le diverse creature. A conferma di questa concezione antropocentrica, a volte estrema, possiamo notare come, per esempio, nella seconda metà dell'Ottocento il papa Pio IX rifiutasse di riconoscere la nascita di una lega animalista, chiaro esempio del crescente interessamento collettivo crescente nei confronti degli animali, lega che venne poi fondata dal laico Giuseppe Garibaldi nel 1878. Non mancano però nella storia della Chiesa personaggi che ridimensionarono questa tedenza: San Francesco d'Assisi infatti considerava la natura e gli animali come facenti parte a pieno titolo della creazione di Dio, e per questo realmente degni di attenzione e di rispetto.
Le conseguenze della crisi dell'antropocentrismo che non senza ragione stiamo vivendo sono in parte devastanti, investendo la stessa dimensione esistenziale di un uomo che, persa la legittimità del proprio ruolo dominante, fatica a rimpiazzarla; allo stesso tempo si apre tuttavia la strada a nuove forme e possibilità del sapere, ad una nuova chiave di lettura della realtà circostante, ad una nuova considerazione di noi stessi, dell'altro, della natura, degli animali. Entrano in crisi le visioni soggettivistiche, l'immagine della natura come territorio di dominio e pura negazione, la considerazione delle altre forme di vita come macchine, meccanismi o addirittura semplici oggetti di uso.
Il discorso si orienta in definitiva verso la rivalutazione di una figura filosofica che per secoli era stata considerata come un ostacolo: la diversità. Diversità animali, diversità biologiche, complessità ecosistemiche, diversità culturali, etniche, mentali sono oggi a pieno titolo il perno attorno a cui ruotano le domande sulla realtà, i progetti sul presente e sul futuro 'ecologici', l'elaborazione di una teoria etica. Il confronto con la natura ci spinge alla rivalutazione del nostro passato e della nostra stessa identità, ponendo interrogativi che necessitano di categorie di elaborazione diverse. L'uomo scopre l'immane tragedia degli animali, la morte silenziosa (o l'urlo insostenibile) dell'ambiente, la sparizione della wilderness, lo svilimento del convivere sociale, e contemporaneamente scopre la necessità di una responsabilità nei confronti del proprio passato e del proprio futuro, del pianeta Terra, della natura in ogni sua forma.
Tuttavia, la grave crisi dell'antropocentrismo apre anche strade che spesso si dimostrano parziali e insufficienti con il rischio di riproporre, semplicemente capovolgendoli, gli stessi errori storici del passato. Al di là dell'enorme varietà di posizioni, due orientamenti generali e contrapposti si impongono nelle discussioni: da un lato un'etica della liberazione, fondata sostanzialmente sul presupposto di un'orizzontalità completa dei livelli del vivente e sul riconoscimento di 'diritti' e dell'individualità ad ogni singolo animale; dall'altro un'etica della responsabilità umana, che, negando l'individualità degli altri animali e il valore intrinseco alle cose naturali, limita la questione al contenimento delle azioni umane, al rispetto dei nostri doveri nei confronti della natura. Il rischio principale di una simile contrapposizione è tuttavia quello di proporre una soluzione unilaterale a questioni complesse come il rapporto uomo-natura, l'animalità, la naturalità e il 'passato' (storico e biologico) del'uomo, le differenze.
La nostra considerazione della natura e degli animali deve invece passare attraverso un concetto più articolato di etica. Oggi sentiamo l'esigenza di (e cominciamo ad intravedere) una nuova via nella quale l'etica ambientale non è solo un modo di elaborare una normativa che ordini il nostro rapporto con la natura, ma uno strumento utile ad inquadrare in una prospettiva globale e sistemica problemi (quali quelli relativi all'ambiente) che hanno la loro peculiarità, appunto, nell'essere problemi globali, sistemici, complessi.
La cultura ambientale si diffonde sempre più ma la crisi ambientale perdura e si aggrava. Come mai questa contraddizione? Troppo deboli le risposte che diamo alla crisi? Troppo forti gli interessi contrari all'ecologia? Entrambe queste motivazioni sono valide, ma da sole esse risultano insufficienti. Il punto forse più rilevante è che la crisi ambientale è una crisi complessa e che non si può rispondere al complesso con il semplice e l'isolato.
L'elaborazione di una nuova etica del vivente è verosimilmente una delle principali necessità teoriche e pratiche per la tanto auspicata 'era ecologica'. Essa non può tuttavia avvenire se non in una chiave, come dicevamo, 'complessa', attraverso il superamento della frammentazione del sapere, dell'isolatezza delle discipline, della parzialità delle strategie, dell'antinomia tra atteggiamenti scientifici e atteggiamenti emotivi (scienza e coscienza). Attraverso l'accettazione della diversità come ricchezza, e dell'apertura (della varietà) come aggettivo della nostra esistenza.
Ci occorre, in definitiva, un'etica ambientale contestualizzata in un nuovo generale 'paradigma ecologico' (ecologia nel senso più vasto di riflessione sui sistemi viventi), perché dalla 'svolta ecologica' si riesca a passare, finalmente, alla 'maturità' dell'ecologia.




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