07/01/2006 Ecologia profonda  
Catene alimentari, teorie biosferocentriche ed implicazioni etiche di Lodovico Galleni

Fonte: Documento di Etica ambientale

Introduzione

L’ etica ambientale rappresenta un aspetto particolare dell’ etica la cui discussione e il cui approfondimento non è ormai più rimandabile. Possiamo, in prima approssimazione, definire l’ etica ambientale come quel ramo dell’ etica che cerca di stabilire i criteri per l’ agire dell’ uomo nei riguardi dell’ ambiente in cui e’ chiamato a vivere.

Si può ben pensare che anche l’ etica ambientale sia antica quanto il pensiero umano, ma diventa importante ed urgente oggi in cui le capacità di interazione dell’ uomo con l’ ambiente sono tali da mettere in discussione la stessa sopravvivenza della vita sulla Terra.

In un nostro recente intervento abbiamo diviso la storia della biologia in quattro fasi: biologia come scienza dell’ osservazione della vita; biologia come scienza dell’ evoluzione della vita, biologia come scienza della complessità della vita e infine biologia come scienza della conservazione della vita.

Se biologia vuol dire discorso razionale (l o g o z ) sulla vita (b i o z ) occorre che per fare biologia ambedue queste parti della parola vengano mantenute: la Biosfera come ambiente della vita e la Noosfera o sfera pensante come ambiente del l o g o z . Per fare questo bisogna ripensare i rapporti tra Noosfera e Biosfera nei modi che derivano da tutta l’esperienza compiuta dalla biologia, cioè l’ osservazione della vita, la consapevolezza dell’ evoluzione e dei suoi meccanismi , la scoperta della vita come fenomeno complesso per eccellenza e infine la consapevolezza che la complessità implica relazioni tra viventi tali da suggerire piste per la conservazione della vita stessa.

Per delimitare questo intervento vogliamo solo sottolineare che esiste uno stretto rapporto tra le teorie evolutive, così come vengono proposte nel corso della storia degli ultimi due secoli della biologia e il nostro rapportarsi con la gestione dell’ ambiente.

La situazione presente, per quel che riguarda le ipotesi evolutive, come abbiamo già recentemente mostrato in dettaglio, è quella del pluralismo teorico. Questo vuol dire che di fronte ad un evento complesso come è quello della evoluzione biologica, i tradizionali strumenti della epistemologia non funzionano più: non possiamo infatti parlare di teorie o di programmi di ricerca scientifici che si confrontano per poi sostituirsi, ma di una situazione di vero e proprio pluralismo in cui più programmi di ricerca si confrontano e si integrano nei modi che abbiamo in parte discussi. Ovviamente qui non vogliamo ripercorrere gli aspetti più propriamente epistemologici, teorici e sperimentali, né affrontare il modo con cui le varie teorie possono interagire tra loro. Vogliamo solo indagare rapidamente i possibili rapporti delle teorie evolutive con l’ etica ambientale, tenendo sempre presente che "smontare" in teorie diverse i meccanismi dell’ evoluzione biologia che è l’ evento più unitario che esista in natura, è un semplice strumento di comodo; di fatto le teorie si integrano.

Ma questa possibilità di smontare l’ evento unitario "evoluzione dei viventi" in più teorie ha un vantaggio non indifferente, cioè quello non solo di poter indagare ogni teoria nella sua struttura, (tendendo ben presente che ogni teoria allo stato puro è un astrazione), ma anche di vederne le connessioni e le interazioni con altre discipline. Da questo punto di vista diviene quindi importante cercare di confrontare, anche se con un primo approccio necessariamente superficiale, le varie teorie in rapporto con l’ etica ambientale.

In una schematizzazione, come abbiamo già detto necessariamente artificiosa, abbiamo pensato di poter sintetizzare il dibattito odierno attorno a tre teorie:

la gene-centrica, la organismo-centrica e la biosfero-centrica.

La teoria gene-centrica

Abbiamo ormai più volte scritto che il punto di partenza di una discussione deve partire dalla teoria più diffusa, cioè quella che in vario modo si collega con le idee darwiniane.

Ci siamo riferiti a questa teoria come alla teoria genecentrica, perché, almeno nelle sue interpretazioni più diffuse e comuni, o comunque più estreme, cosi’ brillantemente esposte, almeno a livello divulgativo, da Richard Dawkins, ciò che conta è il gene che tende a diffondersi e ad usare tutte le sue possibilità per fare copie di se stesso che tendono a diffondersi nelle popolazioni: è in fondo il gene egoista che, grazie alla selezione naturale, tende a far sopravvivere e a riprodurre gli individui che lo portano. La chiave di questa interpretazione che chiaramente fa riferimento a Darwin, è il gioco sconnesso che viene ad esistere tra la variabilità ereditaria del gene e la selezione naturale che questa variabilità indirizza. Vi è dunque un rumore di fondo: la variabilità ereditaria che nasce per propri meccanismi (la cosiddetta mutazione casuale) su cui agisce la selezione naturale come fattore creatore di ordine. Ma se il gioco e’ correlato alla variabilità ereditaria e alla selezione, anche l’ individuo diviene semplicemente l’ involucro che permette ai geni di diffondersi e quindi perde di valore autonomo e così accade anche alla popolazione: la popolazione non è altro che una nuvola di geni che si diffondono nel tempo e nello spazio con alcune regole, innanzitutto le leggi di Mendel.

Indubbiamente questa impostazione ha permesso la grande esplosione della biologia evolutiva del ventesimo secolo e le prime modellizzazioni ottenute con le tecniche della meccanica statistica (Hardy-Weinberg, Fisher). Ciò che ci interessa però sono le implicazioni di tipo etico almeno nella prospettiva dell’ etica ambientale. Per altri versi del resto le implicazioni etiche del darwinismo sono state più e più volte discusse e non è il caso di tornarci sopra, anche perché, nonostante tutto, il dibattito è ancora aperto ma trascende le competenze di chi scrive e ci allontana dal tema dell’ etica ambientale.

Vogliamo solo ricordare che, in una prospettiva di gioco sconnesso mutazione selezione, di fatto è la capacità riproduttiva differenziale quella che permette quella che, con una espressione poco felice e discussa, viene chiamata la sopravvivenza del più adatto. Ma la sopravvivenza del più adatto è un problema che non si può integrare in una prospettiva più ampia, che non ha nessun fine a livello superiore all’ organismo. Non c’ é dunque nessuna ragione precisa per difendere in qualche modo e conservare l’ ambiente. E’ l’ ambiente che decide chi sopravvive e si riproduce e, chi sopravvive e si riproduce e si diffonde è il vincitore. In fondo è la drammatica affermazione di Monod che ben si collega ed esplicita ciò a cui ci riferiamo:

"Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’ evoluzione: oggi questa nozione centrale della biologia non è più una ipotesi tra le molte possibili o per lo meno concepibili, ma è la sola concepibile in quanto è l’ unica compatibile con la realtà quale ce la mostrano l’ osservazione e l’ esperienza"

E ancora:

"Per la teoria del giorno d’ oggi l’ evoluzione non è affatto una proprietà degli esseri viventi, in quanto ha le sue radici nelle imperfezioni stesse del meccanismo conservatore che invece rappresenta il loro unico privilegio. Si deve dire che la stessa fonte di perturbazione, di ‘rumore’ che, in un sistema non vivente, cioè non replicativo, abolirebbe a poco a poco ogni struttura, è all’ origine dell’ evoluzione nella biosfera e giustifica la sua totale libertà creatrice, grazie a questo ‘conservatorio’ del caso – la struttura replicativa del DNA – sordo sia al rumore sia alla musica"

Vediamo a questo punto di trarre delle prime conclusioni. E’ chiaro che negando qualsiasi prospettiva teleologica a livello superiore all’ organismo, si viene a negare qualsiasi riferimento all’ etica ambientale: la specie che si diffonde meglio e si riproduce più facilmente e’ la specie vincente e non si può negare a questo punto che sia la specie Homo sapiens la specie vincente. Del resto, se sono le imperfezioni dei meccanismi evolutivi che garantiscono, sole ed uniche, l’ evoluzione del vivente e della Biosfera, e’ chiaro che la specie dominante può agire su queste imperfezioni alterandole, cambiandole, integrandole, "migliorandole" per i suoi scopi. Dal momento che è l’ unica specie pensante e quindi che può crearsi una propria teleologia, tutto può essere alterato in funzione di questa teleologia. La natura non può opporsi né ribellarsi se non prospettando, come ultima drammatica possibilità, l’ estinzione.

Indubbiamente le varie tecniche che permettono la manipolazione genetica degli organismi, hanno tutte in vario modo, un riferimento a meccanismi evolutivi. In effetti vi è un trasferimento orizzontale di geni, che supera le barriere specie specifiche (del resto mai così assolute come si pensava), vi sono casi, anche se ancora tutti da discutere ed approfondire, di variazione genetica, direttamente collegata alle variazioni ambientali che in qualche modo possono essere riferiti a meccanismi neolamarckiani (pur con le limitazioni dovute al trasferimento in termini di biologia molecolare, di meccanismi proposti e termini coniati come minimo, alla fine dell’ ottocento) quali metilazioni, amplificazioni etc. Le possibilità di variazione del genoma sono molto più ampie di quelle ipotizzabili quando Monod scrisse il suo saggio, ma all’ interno della prospettiva genecentrica, la loro positività viene decisa solamente dalla efficienza riproduttiva e di diffusione a cui portano la specie che le acquisisce o (come nel nostro caso) che le usa. Si tratta dunque di meccanismi la cui validità etica può essere valutata solo a posteriori e in senso puramente utilitaristico.

Come abbiamo però più volte scritto altre teorie si aggiungono ormai alla teoria genecentrica.

La teoria organismo-centrica

La teoria organismocentrica ritiene che a fianco dei meccanismi di mutazione e selezione esista un altro elemento responsabile delle strutture ordinate dei viventi e questo elemento sia collegato alle regole di autoorganizzazione dei viventi stessi. Il modo con cui si costruisce un organismo ( da qui il nome di teoria organismo centrica) sarebbe solo in parte scritto nei geni ma anche in parte determinato dai vincoli di autorganizzazione che si instaurano tra le parti del sistema vivente, un po’ come in un gioco di incastri non è necessario che le istruzioni forniscano la posizione precisa di ogni pezzo perché vi sono anche vincoli di necessità che fanno si che alcuni pezzi non possano che collocarsi in una certa posizione.

Per quanto la teoria sia sotto discussione, non vi sono state precise riflessioni etiche. Ciò che qui ci interessa sottolineare da questo punto di vista è però una forte rivoluzione dal punto di vista filosofico. In effetti alcune interpretazioni, collegate anche al dibattito sulla complessità, ribaltano l’ impostazione fortemente casuale di Monod, sottolineando la necessità della comparsa della vita e poi del pensiero nell’ Universo. In effetti se passaggi importanti dello sviluppo e dell’ evoluzione degli organismi sono collegate a necessità strutturali è chiaro che esse emergeranno in maniera robusta e ineludibile.

Come scrive Stuart Kauffman:

"L’ evoluzione è certamente "il caso raccolto dal vento", ma è anche l’espressione di un ordine soggiacente.
Noi gli attesi. Noi, a casa nell’ universo"
La necessità rende importante la presenza dell’ uomo nell’ universo e questo può far correre il rischio di un nuovo forte accento antropocentrico per cui tutto è sottomesso, senza regole o con le sole regole del vantaggio antropico, alle necessità umane. In effetti la teoria organismocentrica, reintroducendo una qualche necessità forte per la comparsa della vita e dell’ uomo, e associata al principio antropico forte, almeno nel modo con cui lo presentano alcuni fisici, ha permesso la ripresa di un tema caro alla teologia naturale, e che sembrava eliminato col darwinismo, cioè quello della perfezione della natura come prova di un disegno progettato da una mente esterna alla natura stessa.

In effetti certe interpretazioni del principio antropico forte, affermando che l’ universo, al momento della sua origine, e’ stato caratterizzato da una operazione di "fine tuning", cioè di aggiustamento preciso e intelligente delle sue costanti, affinché la vita intelligente potesse emerge, ripropongono rivestendo di dati scientifici una necessità letteralmente metafisica, la necessità dell’ essere pensante nell’ economia dell’ Universo. Se questo si accompagna all’ idea che la vita si sviluppa secondo un "intelligent design" ecco il recupero di quella teleologia "forte" che percorre, con un preciso intento apologetico tutta la storia della teologia naturale.

Nell’ insieme, però, poco aggiunge alla discussione sull’ etica ambientale, proprio perché in una prospettiva di principio antropico, l’ evoluzione sembra esaurire il suo compito una volta che la Biosfera è giunta a produrre la creatura intelligente. La Biosfera perde valore e passa a servizio della Noosfera.

Ma vi è una pista più sottile, ma che ci sembra di gran lunga più importante. In effetti, lavorando all’ interno della teoria, i fenomeni di autoorganizzazione sembrano fondamentali nel determinare la struttura del genoma. I geni non si dispongono a caso, ma, almeno in parte, si autoorganizzano per rispondere ai meccanismi chimico fisici che sono preposti alla struttura e al funzionamento del nucleo cellulare. Se nuovi geni vengono inseriti possono essere messi in moto fenomeni di autoorganizzazione, non prevedibili perché legati alla struttura e all’ evoluzione di un oggetto complesso come è il nucleo di una cellula e di cui dunque non possono essere valutate le conseguenze. I risultati finali potrebbero, a medio o a lungo termine, andare ben al di là delle semplici mutazioni geniche, ma dare luogo a vere e proprie rivoluzione cellulari dai risultati imprevedibili. D’ altra parte bisogna anche tenere in considerazione quella che è la grande rivoluzione filosofica della complessità: la sensibilità alle condizioni iniziali. Mentre nel mondo di Galileo, piccole variazioni nelle condizioni iniziali producevano piccoli spostamenti nei risultati finali, nel mondo della complessità piccoli spostamenti nelle condizioni iniziali producono grandi cambiamenti nei risultati finali. E allora un piccolo evento come l’ inserimento di un gene estraneo, potrebbe finire per avere una importante conseguenza finale, cioè la riorganizzazione globale del genoma.

E’ uno scenario ancora tutto da verificare e che potrebbe sembrare ancora più vicino alla fumosità della fantascienza che non alla concretezza del dato scientifico. Occorre però cominciare a indagare anche su queste piste e quindi cominciare a rifletterci anche in una prospettiva etica.

Qui il principio di precauzione sarebbe fondamentale, perché non sappiamo ancora a medio e lungo termine le conseguenze di fenomeni di riorganizzazione del genoma in presenza di geni estranei e inseriti in maniera artificiale.

MI addentro in questa pista con una certa preoccupazione, perché il rischio di affrontare il problema in maniera superficiale è enorme, vorrei però suggerire una nuova riflessione. Il vivente, visto come un oggetto complesso, ha dei fini ben precisi, quello di garantirsi la sopravvivenza e quello di garantire la sopravvivenza della specie. Per fare questo il vivente ha una caratteristica particolare: il metabolismo, che consiste fondamentalmente nel far si che molecole dall’ esterno, superino i bordi che delimitano l’ organismo o le sue cellule e acquistino il fine dell’ oggetto complesso a cui andranno ad appartenere. Da un punto di vista filosofico il metabolismo consiste nel fatto che la parte, andando a far parte di un tutto, ne acquista i fini. Questo, dal punto di vista biologico vuol dire che il passaggio del bordo, cioè più specificamente di una epidermide o di una membrana, cambia l’ oggetto che viene dall’ esterno, proprio perché lo fa divenire parte dell’ organismo e della cellula.

Quanto questi passaggi possano essere ricostruiti artificialmente con le biotecnologie senza alterare drasticamente anche l’ oggetto complesso che riceve la componente in maniera diversa da quella consolidata in milioni di anni di evoluzione è dunque problema aperto e che deve essere fonte di riflessione in particolare nella prospettiva dell’ autoorganizzazione, ma anche nel dibattito più generale sul fine dei viventi e della vita.

La teoria biosfero-centrica

Come terzo e più importante aspetto della nostra presentazione, vogliamo sviluppare e discutere in maniera costruttiva le potenzialità che la terza teoria, la cosiddetta teoria Biosferocentrica ha nei riguardi dell’ etica ambientale.

La teoria Biosferocentrica, come dice il suo stesso nome, considera come oggetto ultimo dello studio della biologia evolutiva l’ intera Biosfera. E’ chiaro che in questo modo si tenta di unire l’ approccio olista ( è in fondo uno strumento per indagare un evento, l’ evoluzione, nella sua globalità, l’ intera Biosfera) che la complessità. E’ infatti l’ intera Biosfera che si evolve l’ oggetto a cui si possono applicare le tecniche di studio della complessità.

Ovviamente le sue origini vanno ricercate ben prima del dibattito sulla complessità, nella definizione di Biosfera che viene data da Suess nella seconda metà dell’ ottocento e nel concetto di stabilità sviluppato dal geologo italiano Antonio Stoppani. Su questo autore ci permettiamo di aprire una piccola parentesi, non solo perché si tratta del maggiore geologo italiano della seconda metà dell’ ottocento, ma anche perché fu una delle più interessanti figure del rinnovamento cattolico e quindi una figura di riferimento dell’ ambiente culturale italiano. A lui si deve la fondazione del Museo di Storia Naturale di Milano e la pubblicazione di un libro: "Il bel paese" che diverrà uno strumento fondamentale per far conoscere agli scolari di tutta Italia gli aspetti geologici e geografici di un paese appena unificato.

Antonio Stoppani era un sacerdote, che si inseriva nella tradizione culturale di Antonio Rosmini e che parteciperà alle grandi battaglie intellettuali e politiche, che porteranno all’ unità d’ Italia e al tentativo di rinnovamento della chiesa di fine secolo diciannovesimo. Però non riusciva ad accettare l’ evoluzione dei viventi. D’ altra parte era troppo buon geologo per non rendersi conto che, in fondo, la storia geologica della terra era storia di trasformazione continua. Come poteva dunque questa visione di cambiamento continuo non estendersi anche alla storia della vita? Secondo Stoppani la vita, considerata a livello planetario, (ecco la Biosfera) agisce attivamente con le altre sfere, per mantenere costanti i principali parametri chimico fisici (temperatura, salinità dei mari etc.) Ecco quindi che, una volta che la vita, si è formata, emerge una nuova qualità: quella della stabilità; la stabilità dei parametri, mantenuta attivamente dalla vita, fa si che non vi sia più ragione per estendere alla vita i continui cambiamenti osservati e descritti dalla geologia. Emergono quindi due punti chiave della teoria biosferocentrica: cioè l’ attenzione all’ intera Biosfera e alle sue interazioni, a livello globale, con le altre sfere ( atmosfera, litosfera, idrosfera) che compongono il pianeta Terra e la stabilità.

Paradossalmente, una delle idee guida della ricerca evolutiva contemporanea, quella sulla stabilità della Biosfera, nasce grazie ad una preoccupazione decisamente antievolutiva!

Un salto di qualità si avrà comunque con l’ opera di Vladimir Vernadskij e Pierre Teilhard de Chardin. Figure diversissime sia per approccio scientifico (geochimico l’uno, paleontologo l’ altro) sia per impostazione filosofica (scienziato di fama mondiale nella Russia di Stalin l’ uno, gesuita che considera parte integrante della sua vocazione seguire piste di integrazione tra la scienza e la fede, l’ altro) hanno però in comune la necessità di un approccio globale all’ evoluzione. Per Vernadskij la Biosfera andava indagata come un’ unica gigantesca macchina termodinamica, per Teilhard de Chardin, l’ oggetto ultimo di studio della biologia evolutiva era la Biosfera che si evolve come un’ unica entità complessa. Ma Teilhard come abbiamo visto non è solo un paleontologo e se da una parte cerca di studiare l’ evoluzione in una prospettiva biosferocentrica ed è tra l’ altro uno dei primi ad applicare la problematica della complessità all’ evoluzione, dall’ altra tenta la prima sintesi compiuta e strutturata dell’ evoluzione biologica con la teologia cristiana.

Questo apre una prospettiva importante. In Teilhard infatti ci sono tutti gli strumenti che permetteranno l’approccio più ricco della biologia contemporanea: il dato di fondo dell’ evoluzione, ma inteso come un muoversi verso la formazione di strutture sempre più complesse, la consapevolezza anche epistemologica che la biologia non è scienza debole, ma è addirittura la scienza della complessità e quindi scienza forte perché la più vicina alla complessità del reale; infine l’ approccio globale, nel senso ultimo che l’ unico modo per fare biologia evolutiva è poi quello di rapportarsi all’ intera Biosfera.

Ciò che ci interessa, in questa sede è che la sua sintesi finisce per suggerire piste che andranno a formare una struttura teorica importante non solo per i rapporti tra biologia evolutiva e complessità, ma anche nella prospettiva di un approccio globale al problema dell’ evoluzione della vita e quindi punto di riferimento robusto per l’ etica ambientale. In effetti l’ evoluzione della vita, in particolare nella interpretazione teilhardiana, implica alcune riflessioni di filosofia della natura che sono fondamentali per impostare un progetto di etica ambientale nell’ ottica globale. Non vogliamo entrare nel problema se sia lecito o meno fare filosofia della natura. Ma in un’ ottica più ampia, l’ etica ambientale, per confrontarsi con la biologia evolutiva, richiede delle mediazioni che non possono che venire dalla filosofia della natura. Da questa opera di mediazione si traggono fuori dei concetti universali che poi, proprio perché universali possono divenire un punto di riferimento del dibattito etico.

Il primo universale è come abbiamo visto, quello dell’ evoluzione, cioè della trasformazione irreversibile nel tempo, che è caratterizzata dall’ emergenza del nuovo. Il secondo valore è quello del muoversi verso, e come abbiamo visto, almeno nella impostazione teilhardiana è un muoversi verso la complessità e la coscienza. Infine vi è un terzo valore fondamentale: il muoversi verso non si ottiene grazie a leggi strettamente deterministiche, ma grazie a meccanismi in parte casuali e non deterministici. In fondo possiamo affermare che il terzo valore ontologico che l’ evoluzione biologica suggerisce ad una riflessione di filosofia naturale è quello della libertà.

Lo studio della natura, vista da un punto di vista evolutivo e attraverso la lezione teilhardiana, ci dice che c’è dunque un muoversi verso che permette l’ emergenza della sfera pensante: la Noosfera. La Noosfera deriva dunque dall’ evoluzione della Biosfera, una Biosfera che si evolve, riprendendo anche l’ impostazione di Lovelock, per mantenere costanti alcuni parametri di fondo che le permettono di sopravvivere.

Qui abbiamo dunque il primo punto forte su cui riflettere. L’ evoluzione della Biosfera si arricchisce, oltre che della prospettiva globale teilhardiana, della prospettiva di Lovelock e della cosi-detta ipotesi Gaia.

L’ ipotesi Gaia recupera molti temi presenti nel dibattito scientifico e unifica in una prospettiva generale di interpretazione della Biosfera, tutte gli spunti che abbiamo fin qua visto.

Innanzitutto si recupera l’idea dell’ approccio globale alla Biosfera: La Biosfera non è smontabile o interpretabile in maniera frammentaria, ma va indagata come un’ unica entità. L’ approccio riduzionista, per quanto importante ed euristicamente valido dal punto di vista storico e con un forte potere esplicativo per indagare singoli problemi, fallisce a livelli più alti.

Da questo punto di vista può essere interessante un parallelo con la farmacologia. In fondo un farmaco viene prodotto con un approccio fortemente riduzionista: si cerca di capire il funzionamento e l’ efficacia di una singola molecola, all’ interno di un singolo problema dell’ organismo. Quando pero’ si va a testarne l’ efficacia, ecco che, per quanto ampia e importante sia stata la sperimentazione sulla molecola, essa va poi vista nel suo funzionamento attivo nel confronto con quella scatola nera o se vogliamo con quell’ oggetto complesso che è l’ organismo. Dapprima su sistemi in vitro, poi in vivo su vari sistemi evolutivamente sempre più vicini all’ uomo (roditori, primati), poi su pazienti ed infine, l’ ultimo controllo è dato dal monitoraggio continuo dell’ efficacia e dei rischi durante l’ utilizzo nella pratica medica quotidiana.

Anche quindi il test più raffinato che confronta in laboratorio e nelle simulazioni il singolo farmaco col singolo problema non dà informazioni definitiva quando si vuole comprenderne l’ efficacia e il livello di rischio, nella prospettiva di funzionamento nel confronto con quell’ oggetto complesso che è l’ organismo umano.

E’ chiaro che a questo punto il controllo dell’ efficacia di un prodotto geneticamente modificato deve confrontarsi con una entità che possa in qualche modo essere paragonata con quello che è l’ organismo per il singolo farmaco, cioè con l’ intera Biosfera considerata proprio come_un organismo.

E allora occorre approfondire questo aspetto. Innanzitutto con il termine come_un intendiamo utilizzare una metafora. Una metafora non è altro che uno strumento epistemologico che cerca, collegando due oggetti con la relazione come_un ( as_a in inglese), di avere delle indicazioni che permettano di sviluppare piste di indagine per conoscere l’ oggetto meno noto grazie alle conoscenze che invece si hanno sul più noto. Procedendo nella metafora possiamo affermare che come_un organismo la Biosfera è costituita di parti che interagiscono per un fine. E qui bisogna spiegarsi con attenzione. La Biosfera intesa come un tutto va considerata come un entità che collega insieme viventi e non viventi che dunque appartengono allo stesso sistema. Qui emerge dunque una delle novità di Lovelock: l’ applicazione del concetto di sistema alla Biosfera. Il concetto di sistema viene proposto in termini moderni da Van Bertallanfy che considera un oggetto fatto di parti un sistema quando queste parti non sono solo individuate e descritte sulla base di qualità e quantità, ma anche sulla base delle relazioni che le collegano. Quindi non contano solo le parti, ma anche quantità e qualità delle relazioni tra le parti. E ciò che conta fondamentalmente e’ che il sistema deve rimanere stabile, almeno per un tempo apprezzabile. Quindi le relazioni hanno la funzione – o per usare un termine su cui dovremo ritornate – il fine di interagire per mantenere stabile l’ oggetto complesso.. E’ un entusiasmante ritorno ad alcuni temi della biologia Aristotelica e per evitare confusioni indebite, ci riferiremo al fine con il termine greco di t e l o V .

Anche ad una riflessione superficiale, ma fondata, non può sfuggire il fatto che le parti del vivente hanno senso in quanto collegate da relazioni che premettono di realizzare dei fini.

Ed in fondo il vivente, da questo punto di vista, ha chiaramente due fini: quello collegato alla propria sopravvivenza che è determinato dalla nutrizione e dal metabolismo e quello collegato alla sopravvivenza della specie che è quello relativo alla riproduzione Non vogliamo andare oltre su questa pista, ma è interessane notare come, la discussione sui fini, fa fare un vero e proprio salto di qualità alla biologia. Anche nella prospettiva più avanzata e positiva del riduzionismo, la biologia, in quanto scienza dei fini del vivente, rimane scienza autonoma e non riducibile. La riduzione a concetti fisici o chimici automaticamente taglia fuori la riflessione sui fini, perché la fisica e la chimica non hanno le competenze per questo tipo di indagine.

Ma una interfaccia con l’ etica non può farne a meno. Nell’ottica della complessità, quando il vivente viene considerato come un sistema complesso, emerge un vero e proprio valore aggiunto, cioè quello dei fini, che non è riducibile a concetti matematici o a strumenti di indagine della fisica o della chimica.

Possiamo a questo punto andare avanti nella metafora e porci il problema chiave della nostra discussione. Se usiamo la metafora: la Biosfera come_un organismo, dal momento che abbiamo visto l’ organismo ha dei fini, possiamo trasferire questa parte della metafora anche alla Biosfera? E che informazioni ci può dare?

Conclusioni

Abbiamo visto che nella ipotesi di Lovelock viventi e non viventi sono collegati da anelli di retroazione: veri e propri sistemi di feedback che, quando l’ anello si chiude con un feedback negativo, tendono a mantenere stabili i parametri di fondo chimico fisici della Biosfera stessa anche in presenza di fattori di perturbazione.

E qui occorre ricordare, e esplicitiamo meglio il titolo, le reti alimentari e le catene trofiche della tradizionale ecologia e gli stessi cicli biogeochimici cambiano completamente di significato nell’ ottica di Lovelock: divengono infatti parti di un sistema collegate da meccanismi di feedback. In questo senso la ricerca fondamentale diviene quella di comprendere quantità e qualità dei sistemi di feedback per cercare di capire se il loro risultato sia o meno la stabilità del sistema Biosfera.
L’ approccio all’ ecologia e ai cicli biogeochimici cambia dunque completamente: non basta solo descriverli, occorre capire la qualità dei loro feedback e collegarli con il problema della stabilità. Ma la stabilità del sistema ci collega alla riflessione etica perché di fatto, con infinite precauzioni e cautele ci ripropone il problema del fine.

La grande novità di Lovelock è collegata dunque al fatto che la vita si evolve per mantenere la vita. Vi è, nella natura, uno scopo a livello superiore all’ organismo ed è quello della Biosfera che si evolve per mantenere stabili i parametri che permettono il mantenimento della vita. Ai fini tradizionali del vivente, cioè quello di sopravvivere ( il metabolismo) e quello di far sopravvivere la specie, (cioè la riproduzione), la Biosfera aggiunge quello di mantenere la vita.

E qui possiamo riprendere la riflessione etica, ponendoci il problema dell’azione dell’ Uomo all’ interno della Biosfera. Per far questo useremo il concetto di Noosfera, cioe’ la sfera pensante, che, come abbiamo già detto è termine coniato a Parigi, negli anni venti, da E. Le Roy, V. Vernadskij e P. Teilhard de Chardin.

Tutta la storia dell’ evoluzione biologica ci rammenta in fondo che la Noosfera deriva dalla Biosfera.

Ma la Noosfera non è collegata alla Biosfera solo da un rapporto di generazione, ma anche di simbiosi: può sopravvivere solo se sopravvive la Biosfera, ma la qualità del suo agire è fondamentale per permettere alla Biosfera di sopravvivere. La Noosfera ha dunque un fine evolutivo ben preciso, quello di mantenere, in maniera attiva, le condizioni che permettono la sopravvivenza della vita sulla Terra e dell’Umanità assieme alla vita. Non vogliamo entrare in dettaglio nei meccanismi scientifici che del resto abbiamo, in parte, già discusso. Vogliamo solo concludere sottolineando che costruire la Terra, nella prospettiva teilhardiana, ma più in generale all’ interno della teoria biosferocentrica, vuol dire non solo cercare di rimuovere le fonti di dolore e sofferenza, (ad esempio anche con il farmaco o i nuove tecniche di coltivazione), ma innanzitutto seguire quei meccanismi di biologia evolutiva che hanno permesso e permettono la sopravvivenza della Biosfera e della Noosfera con essa. Il contesto all’ interno del cui orizzonte esperienziale la Biosfera diviene oggetto, ma anche soggetto di etica, grazie alla sua sfera pensante, è quello della conservazione della vita.

E, dal momento che, fino ad oggi, uno dei miei interessi principali è stata l’ opera di Teilhard de Chardin e il suo impatto sulla teologia della natura, mi si permetta di concludere riprendendo questi temi.

La sintesi della lezione teilhardiana, è quella di costruire la Terra in una prospettiva che è il punto Omega, cioè la seconda venuta di Cristo; ma questo processo non è solo collegato al cammino in alto, verso il paradiso che rappresenta la salvezza escatologica del singolo, ma al cammino in avanti, di tutta l’ Umanità, per costruire una Terra che è essa sì, in prospettiva futura, il segno visibile di quell’ ordine che lo scrittore biblico, ignorando la storia evolutiva della Terra e della Vita, poneva all’ inizio. Il giardino dell’ Eden è la prospettiva finale della Terra costruita nell’ alleanza ma anche nella libertà. Questa prospettiva può essere posto a rischio dal rifiuto della Noosfera di lavorare nei limiti e nei meccanismi che la Biosfera si è data autoorganizzandosi.

Quindi sia in un approccio laico, di stabilità della Biosfera per la sopravvivenza della vita, sia in un approccio di teologia della natura, di costruire la terra, per la seconda venuta di Cristo, rimane il valore di fondo di confrontare ogni nostra azione con la necessità di mantenere la stabilità dei parametri della Biosfera.

Le odierne prospettiva di interazione globale con la Biosfera e di manipolazione della vita aprono dunque preoccupanti scenari, sotto ogni punto di vista, sia più genericamente laico, che nella prospettiva di un’ etica cristiana.

L ‘ etica ambientale, diventa una disciplina fondamentale, come etica della conservazione della vita sulla terra, ma anche in una prospettiva che sia anche sintesi di culture.

Come conclusioni torniamo rapidamente al dibattito sulla complessità e ricordiamo quanto abbiamo appena scritto sui problemi del fine.

In effetti una delle caratteristiche della complessità e’ quella che asserisce che l’ oggetto complesso, preso nel suo insieme, ha caratteristiche che non sono presenti nelle sue singole parti. In fondo se un oggetto complesso e’ un sistema alla van Bertallanfy, è fatto di parti distinte e individuabili per qualità e quantità, ma anche per qualità delle relazioni tra le parti. E le relazioni tra le parti non sono tutte ricostruibili dall’ analisi delle parti prese una ad una, ma possono essere comprese solo considerando l’ oggetto complesso nel suo insieme. Ma vi e’ un altro aspetto, ben più importante: l’ oggetto complesso non presenta solo relazioni tra le parti che si perdono con gli strumenti del riduzionismo, ma un vero e proprio aumento di significato: l’ oggetto complesso ha qualità nuove, presenta emergenza di significati, che le sue parti non mettono in evidenza.

In fondo, ancora ricorrendo al concetto di sistema, possiamo esemplificare abbastanza bene il problema. Un sistema per poter sopravvivere, ha bisogno che le parti interagiscano per mantenerlo stabile. Ecco dunque che emerge, nell’ approccio globale, un aspetto nuovo e importante: le parti hanno il fine di mantenere la stabilità del tutto.

Da questo punto di vista la discussione sugli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) acquista allora tutta un’ altra valenza. Queste strutture, immesse nell’ ambiente, aumentano o diminuiscono la stabilità della Biosfera? Abbiamo strumenti e tecniche per fare previsioni su questo problema o in mancanza di queste possiamo correre il rischio?

Ma qual’ è il fine dell’ OGM, quello di partecipare al progetto piu’ generale della Noosfera per la conservazione della Biosfera o più banalmente quello di concentrare in poche mani le fonti di cibo e quindi aumentare la ricchezza ed il potere dei pochi a scapito di molti?

Questo è lo snodo di fondo del problema degli OGM e di altri interventi sulla struttura ecologica del pianeta. E qui emerge, quasi come cartina di tornasole il problema della brevettabilità: se la vita ha il fine di mantenere la vita e la Biosfera si muove verso la stabilità, ecco che il brevetto del vivente non e’ piu’ eticamente lecito. Il brevetto infatti toglie il vivente dal proprio fine primario, quello di mantenere la stabilità e quindi le condizioni che permettono la vita per indirizzarlo verso il fine, decisamente secondario in una visione globale, di difendere la proprietà intellettuale di chi lo propone e gli investimenti di chi ha lavorato sul problema.

E qui non possiamo non fare una ulteriore riflessione. In un momento in cui è sempre più necessaria la riscoperta della pluralità culturale della Noosfera non si può non notare come la scienza sia ormai solo e semplicemente la scienza occidentale. Questo problema, in effetti, non è banale né secondario in un momento in cui, come abbiamo appena visto, la discussione sui brevetti fa pensare che la scienza occidentale si arroghi il diritto di brevettare i viventi e le fonti di cibo sulla base di una presunta capacità di manipolazione del vivente che altre culture non avrebbero. Qui il discorso si fa improvvisamente serio e drammatico. Abbiamo già mostrato come il primo concetto di specie sia stato definito da una cultura tipica del paleolitico superiore. Questo segna l’ inizio della biologia come scienza. Questo risultato scientifico fa sì che si possa sviluppare un’ attitudine di rispetto e di attenzione verso la natura che è anche essa il risultato di un procedimento scientifico altrettanto valido quanto le biotecnologie. Da questo punto di vista non si vede perché le biotecnologie autorizzino il diritto al brevetto mentre millenni di attenta e scrupolosa osservazione della natura collegata al suo mantenimento debbano essere considerate senza valore alcuno.

Come ha saggiamente scritto Rifkin:

"I Paesi del Sud del mondo affermano che quelle che le società del Nord chiamano "scoperte" sono in realtà veri e propri furti delle conoscenze accumulate dai popoli e dalle culture indigene. E’ vero che le industrie del Nord ne integrano il valore modificando la composizione genetica delle piante, nonché isolando, purificando, distillando e producendo in massa ( mediante la propagazione clonale ed altri mezzi) geni che codificano proteine utili nella produzione di alimenti, farmaci, fibre e tinture.

Ancora oggi, i Paesi del Sud sostengono che una piccola modifica genetica di un seme o di un’ erba è piuttosto insignificante, soprattutto se la si confronta con i secoli di diligente amministrazione richiesti per allevare e per preservare gli organismi contenenti quelle caratteristiche uniche e preziose così desiderate dagli scienziati per le loro ricerche"

L’ assunto di fondo della brevettabilità è dunque che la biologia è scienza giovane e che quindi solo la biologia degli ultimi decenni ha realizzato le tecniche che ammettono la possibilità di un brevetto. Secondo noi, al contrario, la biologia, come abbiamo già dimostrato, è antica quanto l’ uomo e quindi non può essere semplicemente considerata come una scienza giovane e di matrice occidentale. E’ la scienza più antica ed è nata in parallelo in culture lontane. Le conquiste odierne sono la somma e la sintesi di millenni di osservazioni e quindi la brevettabilità non è patrimonio di nessuna cultura.

Chi dunque ha diritti sulla vita? : non certo la tecnologia occidentale. E’ la vita nella sua interezza che ha diritti su se stessa. Quindi il lavoro tecnologico non apporta nessun valore aggiunto alla complessità della vita che si e’ formata in miliardi di anni di evoluzione biologica, ma anzi la distoglie dal suo fine primario.

Quindi il brevetto del vivente in particolare quando viene immesso nella Biosfera, va considerato contrario a quelle norme etiche che derivano dall’ approccio biosferocentrico dell’ evoluzione.



Fonte:
 

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