29/01/2006 Ecologia  
Quale cultura per l'ecologismo, di Eduardo Zarelli

La difesa dell'ambiente è un concetto che, oltre a rappresentare il fondamento dell'attività dei movimenti verdi, è oramai diffuso nella demagogia programmatica della maggior parte dei partiti politici occidentali e delle burocrazie amministrative che ne conseguono nei più diversi livelli di responsabilità territoriale.

I "costi dello sviluppo" sono presi in considerazione dai governi locali, nazionali e sovranazionali e dalla stessa organizzazione economica industriale, che tentano di sfruttare il pianeta in forme compatibili al mercato e alle risorse presenti; un bel rompicapo, tanto più se allarghiamo l'ottuso sguardo d'Occidente ai restanti 3/4 dell'umanità.

L'ecologia - la scienza delle relazioni tra gli organismi viventi e il loro ambiente naturale - ha generato molti figli e, soprattutto, un fraintendimento ed una eterogenesi dei fini. Il suo utilizzo strumentale ne ha snaturato il significato di critica complessiva al modello di sviluppo industriale.

Ambientalismo: un'ecologia funzionale?

Il tentativo di conciliare la produttività industriale con la gestione dell'ambiente è l'ambientalismo. Esso si colloca in una prospettiva antropocentrica, grazie ad una visione scientifico-riduzionista della natura, per cui il deterioramento dell'ambiente compromette gli interessi umani di sopravvivenza. L'atteggiamento culturale, che ne consegue è largamente maggioritario, limitandosi a concepire la natura come un capitale da preservare da parte di un uomo "responsabile" e "preveggente". Su questa base, le politiche liberiste tentano di inserire il principio chi inquina paga nelle giurisdizioni più avanzate, inconsapevoli di generare un ancor più perverso "mercato dell'inquinamento", che mette d'accordo inquinatori ed inquinati fissando il prezzo per il danno causato. Le aziende vengono semplicemente indotte ad aggiungere il costo inquinamento tra i costi di produzione. Più articolata la proposta riformista per un "ecosviluppo" o modello di sviluppo sostenibile. La filosofia che sorregge questa proposta si basa sulla presa di coscienza che i costi della protezione della natura sono sempre inferiori ai danni che ne risulterebbero qualora non venissero adottati. In questo senso, si proietta lo sfruttamento dell'ambiente in una prospettiva temporale futura, per cui risulta necessario non compromettere la capacità delle prossime generazioni di far fronte alle proprie necessità.

In pratica si vuole semplicemente posticipare una scadenza ineluttabile. Nel frattempo, nonostante conferenze internazionali e grandi petizioni di principio, si è ovviamente incapaci di modificare il compromissorio modello di sviluppo dominante che, anzi, si arricchisce di un vero e proprio "mercato dell'ambiente" o eco-business, che mantiene l'ambientalismo all'interno di un sistema di produzione e consumo dissipatore, causa prima dei danni a cui tenta di porre rimedio.

L'ecologia radicale

L'unica posizione ecologista minoritaria, che non accetta compromissioni con il modello di sviluppo dominante e la tecnocrazia che ne è severa esecutrice è l'ecologia del profondo. Il termine "ecologia profonda" fu coniato da Arne Naess, nel tentativo di descrivere un approccio alla natura spirituale esemplificato negli scritti dei precursori americani Aldo Leopold e Rachel Carson. Naess cercava un approccio sostanziale alla natura tramite una apertura e una sensibilità fondante per noi stessi e la vita umana che ci circonda.

L'ecologia profonda oltrepassa l'approccio scientifico fattuale per raggiungere la consapevolezza del sé e della saggezza della terra. La critica all'antropocentrismo è fondamentale, l'uomo - olisticamente - viene inteso come parte di un tutto "cosmico". L'implicazione di questo principio è l'ecocentrismo per cui la natura va protetta di per sé, per un suo valore intrinseco, indipendentemente da qualsivoglia utilità umana. Se arrechiamo danni alla natura, danneggiamo noi stessi.

Il tipo di approccio ecologico alla realtà, che se ne ricava, è radicale: bisogna interamente ripensare l'attuale società, le forme culturali e il posto dell'uomo nella natura, uscire dall'industrialismo, dall'utilitarismo individualista, dal paradigma tecno-scientifico dominante. In pratica occorre agire sulle cause invece che sugli effetti.

Non c'è bisogno di nulla di nuovo, ma di riscoprire qualcosa di molto antico, arcaico: la comprensione della Saggezza della Terra, la consapevolezza del rapporto di simbiosi e armonia del vivente. Andare all'origine delle cose significa, conseguenzialmente, decostruire la macchina tecnomorfa creata dalla scienza moderna, superando l'approccio parziale e riduzionista e immedesimandosi con il senso perduto dell'armonia tra uomo e natura, la visione metafisica della realtà divulgata nel contemporaneo dagli scienziati Fritjof Capra e Gregory Bateson.

Una visione sacrale

La maggior parte delle forme di religiosità ilemorfiche politeistiche ha un carattere cosmico. L'universo viene da esse inteso come un insieme vivente correlato, del quale l'uomo è parte per il solo fatto di esistere. La natura è animata, il territorio si compone di luoghi sacri, il tempo è connaturato ai cicli cosmici celebrati con i riti e i sacrifici, che uniscono in un'eterna spirale il dare e il ricevere della vita e della morte, in una solidarietà profonda tra l'uomo e l'esistente.

La natura è emanazione spirituale a differenza dei monoteismi che subentreranno universalisticamente nella storia della umanità. Questi ultimi, infatti, intendono la natura come creato, prodotto del libero volere di un Dio. L'universo viene desacralizzato e svuotato delle sue forze magiche o spirituali, aprendo la strada - in una visione deterministica dello sviluppo storico - allo scientismo, che priverà di Dio una materia già morta e renderà l'uomo razionale un riferimento assoluto e disincantato. Il messaggio dell'ecologia profonda reagisce ad un antropocentrismo che fa dell'uomo un valore supremo, riallacciandosi a una concezione del mondo tipica delle forme di religiosità cosmogoniche tradizionali. Quest'ultime, da sempre giudicate superficialmente come fautrici di "società chiuse", si rivelano, al contrario, aperte alla totalità del cosmo e quindi malleabili, nell'organizzazione del corpo sociale, in una varietà di sfumature e di significati profondi che permeavano il senso del vivere quotidiano. La famosa allocuzione del capo pellerossa Duvamish al presidente statunitense Pierce nel 1855 risulta nella sua semplicità, ermeneutica: "Noi siamo una parte di questa terra ed essa è parte di noi. Non è stato l'uomo a creare il tessuto della vita; ne è solo un filo. Ciò che voi farete al tessuto, lo farete a voi stessi".

Partendo da questa interpretazione tradizionale della natura è possibile completare il concetto di uguaglianza biocentrica che altrimenti potrebbe essere intesa moralisticamente come una improbabile parità di diritti giuridico formali. In realtà, la natura vale per quello che è, non esiste una natura buona o cattiva, che risente di una proiezione umanistica e, quindi antropocentrica. Conseguentemente, l'uomo, pur non essendo l'unico essere "biocosciente", è sicuramente l'unico ad avere coscienza di questa coscienza ed è per questo che sulla base dei suoi presupposti naturali biologici, genetici, istintuali, rimane spiritualmente indeterminato e libero di scegliere. Il tentativo di una riconversione ecologica deve consistere nel tentativo di ricreare nell'uomo la profonda consapevolezza di essere parte della natura, lasciandogli la libera volontà di decidere di farne parte armonicamente, sacralmente.

Il concetto di limite

Una cultura ecologista conseguente deve identificarsi con una opposizione all'ideologia economica dominante e ai suoi presupposti tecnologici e scientifici, ovvero alla concezione secondo cui la società degli individui - intesi come produttori e consumatori razionali - si fonda sul meccanismo autoregolativo del mercato.

In controtendenza, è possibile ritrovare un rapporto armonico tra cultura e natura in ambiti di reciprocità comunitaria, che, in chiave locale, subentri al contrattualismo individualistico e riducano la scala delle necessità fino a ricreare una situazione di interdipendenze tra regioni naturali. Vanno riconosciuti i "diritti universali" degli abitanti, radicati al proprio territorio da un legame culturale, empatico, che si avvalga di tecnologie appropriate, e di un'economia che conviva con le risorse locali completandosi nel limite fisiologico dell'interdipendenza, con beni di e produzioni esterne. Il senso del limite, la sobrietà, la cultura delle differenze quale logica conseguenza della biodiversità, devono imperniare l'azione diretta ed esemplare di chiunque, gruppo o singolo, voglia sentirsi in connessione con la saggezza "omeostatica" della terra.


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