03/02/2006 Ecologia profonda  
Le ragioni profonde della crisi ambientale, di Bedini Alessandro

Fonte: Fareverde

Nelle “Sottigliezze della natura”, Ildegarda di Bingen sembra prenderci per mano per farci apprezzare le virtù ignorate di tutto ciò che ci circonda: piante, erbe, alberi, animali, ci guida attraverso le immense riserve della natura per insegnarci a discernere ciò che a prima vista sfugge ai nostri sensi. Per lei ogni elemento della natura possiede un suo specifico valore. Ogni pianta ha una sua qualità e, potremmo dire, un suo temperamento: calda o fredda, secca o umida, secondo la classica definizione aristotelica.
Ildegarda introduce inoltre un concetto fondamentale che chiama “viridità”, ossia la potenza di vita presente non solo nelle piante e nel mondo vegetale, ma in tutti gli esseri viventi. La viridità è per l’uomo come la linfa per le piante, è soffio di vita, opportunità di stare nel mondo, forse sarebbe meglio dire col mondo, nel modo migliore possibile.
Se epuriamo i messaggi di Ildegarda dalla paccottiglia new age e da un certo ecologismo di maniera, volto solo a un gusto radical chic privo di qualunque valenza etica, ci accorgiamo come l’idea dominante fin dal Medioevo riguardo al rapporto uomo-natura, sia quella di empatia, ovvero di simbiosi tra tutte le forme viventi.
Non solo, Ildegarda è particolarmente attenta al rapporto tra gli stati d’animo dell’uomo e i suoi malesseri fisici e non separa gli uni dagli altri. “Ritrovare, mantenere, proteggere la salute naturale dell’uomo, assicurare il pieno esercizio delle sue capacità, è compito di vigilanza quotidiana, cosa insieme dello spirito e del corpo” afferma Regine Pernoud nel suo splendido Storia e visioni di Sant’Ildegarda . Quella di Ildegarda è in una parola la meraviglia, nel senso etimologico del termine, di fronte alla complessità dell’universo.
La prima enciclopedia presente nella nostra letteratura relativa all’agricoltura, all’agrimensura, all’astronomia, è della badessa alsaziana Herrade de Landesberg, che la redasse tra il 1175 e il 1185 ed è un vero compendio estratto dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa, dove si segue la storia della Creazione e dalla quale gli storici delle tecniche medievali hanno tratto la maggior parte delle loro conoscenze.
Questa premessa serve a far capire come le nostre radici, mi riferisco a noi come europei, figli della tradizione cristiano-occidentale, formatasi dalla contaminazione con il pensiero e la tradizione arabo-islamica e ebraica, siano profondamente segnate da una visione che poggia sull’armonia all’interno del mondo creato. La rottura dell’unità dell’uomo e conseguentemente del rapporto uomo-natura, prodottasi con le tesi scientiste affermatesi a partire dal XVII secolo e tradottesi sul piano socio-politico-filosofico con l’individualismo, con il cosiddetto razionalismo e in ultimo con l’impianto ateo della civiltà dei consumi, ha come immediata conseguenza la perdita del senso di appartenenza, lo sradicamento dalla comunità , l’abbandono della ricchezza data dalle specificità, l’incapacità di pensare al plurale, sintomo patologico dell’omologazione e della globalizzazione che imperversano.
E’ dunque facile constatare come a una visione del mondo fondata sul materialismo, sull’utilitarismo, sul metro razionalista quale unico paradigma esistenziale degno di cittadinanza, corrisponda il modello sociale basato sulla legge del mercato, sullo sfruttamento dissennato delle risorse presenti sul pianeta, in una parola sul modello capitalista che, come ha detto il Santo Padre, è il sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Esistono vari modi di reagire a questo stato di cose, c’è l’idea a dire il vero assai paradossale del cosiddetto “sviluppo sostenibile” avanzata anche da una buona parte dei movimenti ecologisti, e quella che viene definita ecologia profonda, in lingua inglese deep ecology, secondo la quale occorre invertire il modello di sviluppo e per farlo occorre ripensare/rifondare i valori di riferimento delle nostre società.
In merito allo sviluppo sostenibile o durevole, Jean-Marie Harribey su Le monde diplomatique afferma che “L'incapacità a pensare il futuro al di fuori del paradigma della crescita economica permanente costituisce senza dubbio la falla principale del discorso ufficiale sullo sviluppo durevole. Malgrado i guasti sociali ed ecologici, la crescita, dalla quale nessun responsabile politico o economico vuole dissociare lo sviluppo, funziona come una droga pesante”.
Il pensiero politico e filosofico occidentale ha teso a separare, a dividere, a frazionare l’insieme armonico di tutto ciò che costituisce l’universo. In questo modo lo ha dissacrato, nel significato etimologico del termine, ha creato le basi per un sistema che ignorando Dio finisce per ignorare il mondo inteso come dono della creazione. Michel Serres ha proposto un’immagine convincente di quello che sta succedendo: è come se noi stessimo viaggiando su un treno che va verso un burrone, gli accorgimenti rispetto all’ambiente e più vastamente all’ecosistema sono in grado solo di rallentare la marcia, ma la direzione è la stessa e prima o dopo il treno precipiterà. Per evitarlo occorre invertire la direzione, bisogna che il treno cambi marcia, questa è l’unica via percorribile per evitare il disastro. Riusciremo a farlo? O i soliti furbi osserveranno semplicemente che basta scendere dal treno?



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