20/02/2006 Ecologia profonda  
Ecologia profonda di S. Bartolommei

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L'ecologia profonda, o Deep Ecology, intende collocarsi oltre la contrapposizione antropocentrismo-antiantropocentrismo perché non considera il rapporto uomo-natura da un punto di vista teorico, secondo categorie etiche, ossia utilizzando i concetti di diritti, di doveri o di responsabilità. Lo scopo degli ecologisti profondi è quello di modificare il modo di vivere dell’uomo in rapporto all’ambiente: questo cambiamento, che dovrebbe interessare nel profondo l’essere dell’uomo, dovrebbe portare a basare la relazione con il mondo naturale su fondamenti emozionali e affettivi, piuttosto che su motivi razionali, etici o estetici.

La natura si presenta come una rete di relazioni interdipendenti, di cui l’uomo è uno degli elementi. In questa prospettiva la difesa dell’Io individuale viene a coincidere con la tutele del Sé cosmico, grazie ad un sentimento universale preetico. Scrive Naess che “siamo vincolati all’ordine ecosferico come la circonferenza è vincolata a pi greco”.

«La auto-denominazione di “ecologisti profondi” (o “eco-sofisti”) serve loro per prendere le distanze da quanti, pur opponendosi alla tesi dell'indifferenza morale del rapporto uomo-natura, pongono poi la questione dei nuovi rapporti con l'ambiente solo in termini di benessere umano (materiale e non materiale).

Gli ecologisti profondi mettono in discussione, in primo luogo, la legittimità della stessa distinzione tra interessi dell'uomo e interessi del mondo per valorizzare piuttosto il “bene”, o “perfezione” dell’eco-sfera come un tutto. A tale scopo ritengono di capitale importanza assumere la nuova raffigurazione del mondo offerta dall'ecologia. Essa rifiuta la tradizionale immagine dell'uomo come ente a parte dalla natura e della natura come mera aggregazione di enti separati; propone al contrario un'immagine dell'uomo come parte della natura, e della natura come “rete” o “campo” di relazioni interdipendenti in base alla quale sono le relazioni a definire forme, identità e caratteri dei loro costituenti.

In secondo luogo gli ecologisti profondi ritengono, sulla base di quanto appena detto, che il conflitto tra coloro che da una parte sostengono il “dispotismo umano” sulla natura o l’uso saggio e razionale delle risorse e coloro che, dall'altra, si battono per preservare la natura dagli interventi umani non è tanto un conflitto etico, quanto di paradigmi concettuali, o di Gestalt, nella percezione e raffigurazione del mondo. In altre parole, a loro giudizio non è perché si ritiene che la natura sia a disposizione dell'uomo che la concepiamo come “cosa” giustapposta ad un “soggetto” che o la smonta e la rimonta a suo piacere (“dispotismo”}, o la tratta con “rispetto” (“amministrazione saggia e responsabile”). È vero esattamente il contrario: poiché concepiamo la natura come qualcosa di altro da noi, ne facciamo quello che vogliamo, oppure ci sforziamo di elaborare norme e principi che riducano le distanze fra uomo e natura e ci vincolino a usarla con prudenza, saggezza, responsabilità, ecc. (salvo attuare, in entrambi i casi, una sorta di colonizzazione della natura - economica e consapevole nel primo caso, etica e inconscia nel secondo -che confermerebbe l'identità e immutabilità della Gestalt di base: l'alterità e diversità io-mondo).

In terzo luogo, e per quanto precede, gli ecologisti profondi ritengono che ciò che conta nella questione dei rapporti uomo-ambiente è proprio un mutamento di Gestalt, una ridefinizione dei modi di percepire il mondo e il posto dell'uomo nel mondo. È qui che gli ecologisti profondi incrociano, per così dire, le posizioni di coloro che guardano all'etica non come elaborazione di norme o imperativi astratti, ma come realizzazione della eccellenza o perfezione del carattere. Essi definiscono questo ideale di eccellenza come “realizzazione del Sé” (con la maiuscola), intendendo con “Sé” non l'io individuale-empirico, o la somma degli io individuali-empirici, bensì l'identità universale o cosmica, 1'”Assoluto”, per cui ogni incremento di perfezione dell’Assoluto è visto come un beneficio anche per l'io, ed ogni violazione della integrità e stabilità del primo come una violazione del secondo - essendo l'io, spinozianamente, solo una parte o diramazione del Sé cosmico.

In quarto e ultimo luogo gli ecologisti profondi misurano il grado di “realizzazione del Sé” in base alla capacità degli esseri umani di ritirarsi dalla Terra come specie dominante, di spogliarsi cioè dei propri panni, di mettersi dal punto di vista del tutto e condividere quanto avviene sia nelle altre forme di vita individuali, sia, più in generale, nei “campi di relazione” biotici. La cosiddetta crisi ambientale nasce, infatti, a loro parere, dal prevalere di una certa Gestalt (quella che vede uomo e natura giustapposti o contrapposti) e, correlativamente, dall'imporsi di un modello di uomo “egoico” il cui carattere si è formato tramite processi di identificazione troppo angusti, umano-centrici (con la propria famiglia, il proprio gruppo, la propria nazione). Le patologie ambientali altro non sarebbero che un riflesso delle patologie educative e psicologiche generate da questo “provincialismo gestaltico”. L'etica, dal canto suo, intesa come istituzione che fonda la sua stessa esistenza sul presupposto di «centri» di scelta o di attività volizionali (gli io empirici-individuali come agenti liberi e razionali) sarebbe parassitaria rispetto a tale Gestalt e avrebbe contribuito alla contrazione dei processi di identificazione, riducendoli agli altri “centri” di attività volizionale. Valorizzando e incrementando le esperienze concrete di confronto e di contatto pratico con la natura, i processi di identificazione possono invece essere intensificati e allargati in modo “trans-personale”, sino ad ottenere un tipo di uomo “eroico”, con un senso dell'esistenza cioè in virtù del quale tutte le entità dell'universo (individuali o collettive, umane e nonumane, organiche e inorganiche) verrebbero percepite come anelli di un'unica, ininterrotta catena. Correlativamente l’etica, come istituzione, si renderebbe superflua, poiché la difesa dell'io (empirico-individuale) coinciderebbe con la tutela del “Sé” (cosmico), e la protezione della natura sarebbe avvertita come protezione del “noi”; non vi sarebbe cioè alcun bisogno di esortare qualcuno a “prendersi cura di ...”, perché ciascuno sentirebbe questo compito come suo proprio, senza dover subire pressioni o raccomandazioni (morali) di sorta».


(S. Bartolommei, Etica e natura, Laterza, Roma-Bari,1995, pp. 76-79)



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