30/12/2005 Filosofia  
Hans Jonas: Natura e natura umana di Mattia Speranza (introduzione)

Fino a qualche decennio fa il sapere ed il potere dell’uomo non erano abbastanza accresciuti da poter includere il futuro e l’intera biosfera all’interno della propria coscienza causale. Ma l’odierna tecnologia, dinamica e totalizzante tanto quanto ambivalente, ha raggiunto ormai una decisiva rilevanza causale e predittiva tale da mostrarci (senza alcun pudore di sorta) l’irreversibilità di molte sue conseguenze a medio e lungo termine. Tutto, a riguardo, è oggi nuovo: dal genere alle dimensioni.
Spinti da scienza ed economia, attraverso processi planetari “insignificanti” (A. Dal Lago: introduzione a: H. Jonas: “Dalla fede antica all’uomo tecnologico”, p.23) stiamo realizzando il sogno baconiano-faustiano di dominio sul mondo; e siamo giunti così ad una situazione in cui “il massimo di potere si unisce al massimo di vuoto, il massimo di capacità al minimo di sapere intorno agli scopi”. (H. Jonas: “Il principio responsabilità”, p.31).
Il percorso della moderna rivoluzione scientifica (da Cartesio in poi, per intendersi), dall’iniziale e radicale cambiamento del nostro modo di pensare, è approdata (tutt’altro che accidentalmente) ad un altrettanto radicale cambiamento del nostro modo di agire.
Ma se la rivoluzione fu avviata dai rivoluzionari, ora, benché sia ancora una rivoluzione, essa viene continuata dagli ortodossi (H. Jonas: “Dopo il XVII secolo”, in “Dalla fede antica all’uomo tecnologico”, p.99), esecutori di un “funzionalismo” e di un “utopismo” perlopiù automatico ed inconsapevole, e perciò tanto più pericoloso. La mente umana, troppo spesso autoglorificatasi, si trova ora emarginata dai suoi stessi prodotti, e diventa oramai difficile attribuire a questi ultimi un senso specificamente umano. Prima la natura ed ora l’uomo stesso sono stati “neutralizzati” rispetto al loro valore “in sè”. E così, assistiamo da un lato ad una minaccia costante, per l’uomo stesso, che non viene più dalla natura (come egli ha sempre, forse erroneamente, creduto), ma dall’uso quotidiano e “legittimo” del suo ultimo prodotto, la tecnica; dall’altro (nonostante gli sforzi teorico-razionali compiuti in direzione opposta) all’arresto della morale a prassi collettive in larga parte irrazionali o relativiste, con l’inevitabile diffusione di una sempre maggiore insicurezza tra gli uomini.
Se l’etica deve esistere, poiché necessaria a ordinare e regolare il nostro potere di agire (H. Jonas: “Tecnologia e responsabilità”, in “Dalla fede antica all’uomo tecnologico”, p.62), la più che delicata (e quasi sconfortante) situazione attuale esige un’etica auto-restrittiva; tale etica dovrà essere nuova rispetto al passato (come nuova è oramai la natura del nostro agire), dovrà prendere le mosse da un sano sentimento di paura e mettere al centro della riflessione il concetto di responsabilità. Si tratta del destino ma anche dell’immagine dell’uomo, della salvaguardia ma anche dell’integrità dell’essere del mondo; si tratta di prudenza, ma anche di umiltà, e soprattutto di rispetto.
E’ questa, in sintesi, la denuncia rivolta all’odierno progresso tecnologico da Hans Jonas, e il fulcro motivazionale che lo ha indotto alla pubblicazione, nel 1979, di: “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica.”
Hans Jonas, versatile pensatore ebraico poco considerato in Italia fino agli anni ’90, si è occupato di filosofia, teologia, storia delle religioni, biologia, medicina, tecnologia, ecologia e bioetica; il suo pensiero è una delle maggiori espressioni filosofiche della coscienza ecologista del XX secolo. Nasce in Germania nel 1903, è allievo di Heidegger e Bultmann, studia con Arendt ed Anders; partecipa come volontario alla 2^guerra mondiale tra le fila dell’esercito britannico; muore negli Stati Uniti nel 1993.
Pur non essendo un discepolo di Heidegger in senso stretto, nelle sue opere giovanili (sul problema del libero arbitrio in S.Paolo e S.Agostino e sullo gnosticismo) Jonas mostra una certa impronta esistenzialista. La gnosi viene vista come primo e radicale movimento nichilista della storia occidentale, caratterizzato da un sistema conoscitivo basato sulla conoscenza di sé, un forte dualismo (Dio contro Uomo e Mondo, Uomo contro Mondo) ed una radicata sfiducia acosmica; è proprio attraverso queste caratteristiche che Jonas nota, fatte salve la dovute e consistenti differenze, una sorta di circolo ermeneutico tra la gnosi antica e la crisi esistenzialista moderna; concetto unificante è l’”essere-gettati” in una “vita-straniera”, ma mentre l’uomo gnostico si sente abbandonato in una natura antagonista, per quello moderno la natura è indifferente, e la crisi di conseguenza più profonda e disperata. Contro questo radicale dualismo il progetto di Jonas è quello di un monismo antiriduzionistico, estraneo tanto all’idealismo della coscienza (vedi neokantismo, fenomenologia ed esistenzialismo) quanto al materialismo. E’ qui che entra in gioco, nel pensiero di Jonas, l’importanza dell’idea di natura; la “Naturphilosophie” scomparsa con il romanticismo di Goethe e Schelling riemerge nella prospettiva di una filosofia dell’organismo che oltrepassi il soggettivismo (o viceversa la storicismo) che da Cartesio in poi ha monopolizzato il pensiero occidentale abbandonando la natura alla scienza. Per Jonas il soggetto è impensabile indipendentemente dal suo rapporto con l’ambiente naturale e dalla sua complessità di essere organico vivente; lungi dall’essere un naturalista o un organicista, Jonas si fa sostenitore di un’antropologia (prendendo anche spunti da Gehlen e Plessner) che rispetti e consideri la natura da un punto di vista ontologico anziché meramente utilitarista o finalistico. Ciò che la filosofia chiama “uomo” non è altro che coscienza, ovvero funzione di un essere più ampio irriducibile alla sfera mentale e soggettiva. (A. Dal Lago: p.14)
Dopo aver recuperato l’unità psicofisica della vita, Jonas si addentra nel terreno normativo nel tentativo di riunificare un ulteriore dualismo residuo della gnosi, quello tra essere e dover essere, che si traduce a sua volta nella riunificazione di verità e valori (P. Portinaro: Introduzione a: H. Jonas: “Il principio responsabilità”, p. XIX.).
Il nesso fondamentale tra teoria dell’organismo ed etica è la necessaria e reciproca implicazione tra conoscenza e salvaguardia dell’integrità dell’essere, così come tra lo studio della gnosi e l’interesse per natura e vita lo era il problema dualistico ed il concetto di “crisi” (H. Jonas: Premessa a: “Dalla fede antica all’uomo tecnologico”, pp. 34-36).
Deluse le sue speranze in un rinnovamento ed in un miglioramento dell’umanità post-bellica, Jonas si appresta dunque a svolgere il suo ultimo compito filosofico: la delineazione di un’etica che affondi le sue radici nella globalità dell’essere e dia una risposta teorica esauriente alle nuove ed immense problematiche poste all’umanità dalla civiltà tecnologica. Bisogna ripensare, secondo Jonas, la posizione dell’uomo nel mondo ed i valori che la definiscono.
Ed è così che alla tradizionale etica, antropocentrica e rivolta alla prossimità, Jonas propone di sostituire un’etica che si interessi dell’intera biosfera e dell’esistenza dei posteri; assicurare la conservazione di ogni forma di vita sulla terra, la sua integrità e specificità all’interno del “sistema-mondo”, e ancora la sua possibilità di poter continuare ad esistere anche in un ipotetico futuro: è questa la sfida che Jonas lancia all’umanità, e più nello specifico alla razionalità “occidentale” oramai affermatasi senza freni a livello globale. Ma è proprio qui che si pone un problema di ampia portata filosofica: alla domanda del se e perché debbano esistere l’umanità e il mondo e debbano continuare a farlo, una volta accantonata la religione non si può rispondere altrimenti che attraverso la “vecchia” metafisica. Due premesse divengono indispensabili per l’intero progetto concettuale jonasiano: struttura teleologica dell’essere e superiorità dello scopo sull’assenza di scopo; da ciò deriverebbe poi abbastanza facilmente il dovere di volere (attraverso l’azione, in quanto soggetti causali) l’autoaffermazione e la preservazione di questo stesso essere (prima provvisoria definizione di responsabilità).
Jonas elude qui in maniera evidente la famigerata “legge di Hume” sul rapporto fra essere e dover-essere, ma fa ciò consapevolmente: è proprio da tale elusione, infatti, che prende corpo il suo progetto, quello di far scaturire un’etica (ovvero un dover-essere) dalla struttura teleologica dell’essere, attraverso un passaggio concettuale dal piano ontologico a quello normativo. Quella di Jonas può inoltre sembrare la proposta di un impianto “quasi-aristotelico”, e quindi di un problematico ritorno alla metafisica, all’idea di comunità ed individuo capaci di darsi fini, valori e limiti, ed ancora all’importanza dell’aspetto cognitivo dell’agire morale.
Incurante comunque delle numerose obiezioni e perplessità suscitate, Jonas va avanti per la sua strada, spinto dall’urgenza del compito che si è prefisso. E’ egli stesso a dichiarare “arcaici” il linguaggio e la filosofia de “Il principio responsabilità” e a considerare il suo come un “Tractatus tecnologico-ethicus” alieno da buoni propositi e indirizzato ad una rigida sistematicità (H. Jonas: Prefazione a: “Il principio responsabilità”, pp. XXIX-XXX).
Poste dunque le premesse metafisiche, si tratta ora innanzitutto di confrontarsi con l’unico filone di pensiero che fino ad ora si sia mai concretamente interessato insieme di tecnica e futuro: il pensiero utopico, e più specificatamente quello blochiano-marxista; ricostruzione tecnologica senza limiti quantitativi, teorizzazione di un “paradiso del tempo libero” e messianica attesa dell’uomo autentico costituiscono, per Jonas, la sue tre maggiori ingenuità.
Critico con il “principio-speranza” e la teoria del “non-ancora” (così come con il “principio-disperazione” e la teoria del “non-più”), Jonas opta per un minimalismo programmatico che ponga come obiettivo la sopravvivenza del “già-sempre” e come sfondo motivazionale una paura attiva che riesca a trarre il positivo dalla previsione del negativo. A realizzare e mettere in pratica tale programma interviene poi il concetto-chiave dell’intera morale jonasiana, la responsabilità: un nuovo imperativo categorico, un’obbligazione oggettiva a non fare dell’esistenza e dell’essenza del vivente una posta in gioco nelle scommesse dell’agire; la ricognizione degli immani danni inflitti alla natura deve educarci ad una prassi che sappia scegliere e limitare i suoi obiettivi, consapevole della sua potenzialità degenerativa rispetto al presente.
Il paradigma ontico di tale responsabilità è rappresentato, per Jonas, dalla cura parentale sul piano individuale prima, e dall’attenzione ed impegno dell’uomo di Stato sul piano collettivo poi; ci accorgiamo che viene così a mancare uno dei presupposti-base di ogni morale precedente: la reciprocità del rapporto.
In ogni caso, come immaginare una prassi responsabile collettiva? A chi affidare potere decisionale a riguardo? Come limitare equamente gli obiettivi economici e scientifici nelle diverse parti del mondo? E come coniugare libero mercato e libertà individuali con pianificazioni e responsabilità collettive? Il moderno sistema liberista e capitalista non sembra certo dare a noi né a Jonas sufficienti garanzie.
E così, affidato alla filosofia l’unico (e ahimè riduttivo…) compito di tenere vivi gli stimoli etici ed ecologici del genere umano, Jonas si appella alla stessa scienza (insieme causa, strumento di definizione e fonte di soluzione dei nostri problemi), senza disdegnare l’ipotesi di un’ecodittatura, ipotesi provocatoria che sembra piuttosto voler mettere a nudo, attraverso un’accurata e moderata riflessione, le gravi lacune ed ambivalenze dell’odierna democrazia occidentale e delle sue deprecabili idee di progresso, sviluppo e civiltà.




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