30/03/2006 Racconti  
L'Ecologia profonda nella narrativa: Lupa blanca

“Fu come un’improvvisa folgorazione. Un sincero e profondo sentimento nacque per una lupa selvaggia chiamata da me “Lupa blanca”, questo per l’indissolubile legame di simbolico amore che mi unì subito a lei dopo averla incontrata in una silente foresta a nord della mia capanna. La chiamai “blanca” perché il suo mantello ero candidamente bianco e, come in ogni essere non umano, il suo cuore era privo di maschere e di menzogne. Si accese un amore speciale, direi indescrivibile e profondissimo. Forse fu la sua pura ed assoluta selvaticità, la sua continua nettezza, la sua amorevolezza, il suo elegante portamento, per tutto in blocco…. Non so. Quello che so è che in ogni caso mi appassionai perdutamente di lei. Lupa blanca era, per me, un essere unico, irripetibile che, con leggiadri balzi, svaniva tra le ombrose foreste della taiga come per ricordarmi ognora l’evanescenza delle nostre effimere quanto false “certezze”. Emetteva una sorta di attrazione sublime. Sentivo un sincero legame che mi univa alla sua profonda anima. I giorni trascorsi con il suo spirito mi rimandavano continuamente al suo essere. Arrivai a volte ad “associare” a lei molti eventi, ritrovando, nei più disparati reconditi recessi della realtà, le sue fattezze e la sua amorevolezza. Giunsi a concepire il tempo in un’altra dimensione tanto che avevo l’impressione di averla sempre conosciuta e vissuta. Ero stato con lei in indescrivibili significativi momenti e non credo di cadere nella retorica se dico i più belli in assoluto. Fu tutto molto intenso, passionevole, infinito e c’era, tra noi, una sorta di affinità elettiva. Era per me qualcosa di non definibile. Lupa blanca era sempre nel mio spirito e, grazie al suo esistere, la mia vita poteva continuare il suo piacevole decorso.
Una sera, stando vicino ad un fuoco, Lupa blanca si avvicinò, si strinse a me con il suo candido mantello e mi trasmise una sorte di energia telepatica così intensa che mi causò un fervido brivido vitale. Poi girò intorno al fuoco, mi guardò, ululò brevemente e con un agile balzo superò il tronco in cui ero seduto e velocemente se ne tornò nella sua foresta. Quel grande amore per Lupa blanca mi stava insegnando molte cose, forse le più importanti della vita e portava il mio cuore ad innalzarsi alle più alte vette dei sentimenti. Riflettei a lungo, a tratti pensavo amaramente ciò che Lupa blanca voleva anche farmi idealmente capire. La distruzione della terra, la fine delle foreste, l’alienazione dei sentimenti di amore e di comprensione. Con il suo diretto esempio e con quelle che elettivamente mi trasmetteva cominciai poco a poco a comprendere meglio e più a fondo i molti segnali di avvertimento sulla distruzione della wilderness della terra.
Lupa blanca era la sublimazione assoluta della selvatichezza allo stato puro, e mi faceva anche percepire quell’armoniosa melodia che poteva vibrare tra lo spirito dei popoli, tra lo spirito unitario tra uomo e natura. Sembrava voler riconnettere un legame brutalmente reciso dall’uomo verso l’anima della vita. Lupa blanca creò con me un feeling indissolubile anche perché vi leggevo nei suoi profondi occhi una passione di grande verità e, quando mi sembravano lucidi, li immaginavo che si commuovevano anche per me. Era praticamente nato un indefesso amore transpersonale dove Lupa blanca recitava la parte dello spirito sensoriale del femminile e io, ovviamente, quello maschile, la cui sensibilità poteva solo essere presa in dono. Era proprio così infatti: l’anima femminile consente in genere di far trasmigrare in quella maschile quel senso di buono che può regnare nell’animo dell’essere.
Una sera, stanco e affaticato, dopo una lunga giornata di cammino e di lavoro, caddi esausto accanto al fuoco che ero riuscito, a mala pena, ad accendere per cucinare qualcosa; nella successiva dormienza ebbi un turbinio di sogni molti dei quali il giorno seguente non li ricordavo affatto, ma, alcune scene in cui io e Lupa blanca correvamo liberi e leggiadri nella foresta di abeti, me le ritrovai tutte nitide e scandite nella riposata mente del mattino e fu un tutt’uno recitare, entro me stesso, mentre il mio pensiero era sempre per Lupa blanca, un bellissimo canto d’amore Inuit che conoscevo da molti anni…..“Questa notte ti ho sognata. Nel sogno camminavi sui ciottoli della riva, e io camminavo con te. Ti ho sognata, e sembrava fossi sveglio: ti inseguivo, ti desideravo, e tu eri desiderabile...... Così ti ho sognata, così eri desiderabile”.
Trascorsero molte lune e, tranne qualche pausa, mi capitava spesso di incrociare lo sguardo di Lupa blanca, anche se a tratti gli eventi della vita ci portavano lontano o ci facevano cangiare i nostri sentieri altrimenti quasi sempre congiunti. Quando ci rincontravamo dopo qualche tempo i suoi balzi di gioia e le mie lacrime di giubilo erano gli istanti più esaltanti dell’incontro; poi spesso Lupa blanca prendeva a correre sulle rive di un lago o sembrava che giocasse a nascondino tra i colonnati dei secolari abeti della foresta. Io cercavo di seguirla, di osservarla, di gioire con lei e, ogni tanto, ad essere sinceri, anche in quei momenti di positività trasaliva nel mio dentro una sorta di mancamento perché mi veniva di pensare o meglio di ricordare che Lupa blanca era una lupa selvaggia e prima o poi avrebbe anche potuto prendere una sua strada che l’avrebbe condotta verso lidi lontani dai miei. Quegli attimi di improvviso dolore mi smarrivano non poco anche se comprendevo la reale possibilità dell’evento. Mi ricordo che un giorno, mentre la pioggia con gran forza veniva giù, Lupa blanca passò vicino alla mia capanna, annusò l’aria, si volse verso me che nel frattempo mi ero precipitato sull’uscio e, come per non farlo sembrare una sorta di addio, si allontanò senza rivolgermi nessuna attenzione. Ricordo i miei momenti di panico quando la vidi svanire nella foresta …… Mi girai intorno, gridai il suo nome, corsi nel bosco e Lupa blanca non c’era più…. Tornai sconsolato nella capanna e mi raccolsi in un intrinseco dolore. Pensai che non l’avrei mai più rivista. Non so il perché, ma ebbi quella sensazione. Passarono settimane di sofferenza, di triste tristezza, di abbandono di me stesso….. poi improvvisamente una notte, era una notte stellata, la sentii ululare non lontano dalla capanna. Uscii di getto, corsi quasi senza direzione e, sotto le grandi ombre degli alberi illuminati dalla limpida luce della luna, il biancore di Lupa blanca apparve come un angelo avvolto in un simbolico mantello fosforescente. Mi corse incontro, gli corsi incontro e, quando arrivò ad un metro da me, si sollevò con le zampe posteriori e poggiò quelle anteriori sulle mie spalle. Io l’abbracciai con tutta la forza che avevo e non mi fu possibile trattenere la commozione e lunghe righe di lacrime scesero sulle guance. Fu un altro ennesimo momento di gioia che Lupa blanca mi offriva nella più totale spontaneità.
Trascorse qualche settimana, poi un giorno ciò che da tempo sommessamente pensavo prese maggior vigore dentro il mio cuore. Pensavo: Lupa blanca è un essere libero, perché la tengo legata a me che forse non possiedo più il mio lato selvatico? Non era certo un legame di forza, era un “patto” di amore ma cosa gli davo io effettivamente? Nulla. Proprio nulla. Era Lupa blanca che dava tutto a me e da parte mia mai nulla. Entrai in un tunnel di profondo sconcerto, di pacata rassegnazione e pensai che forse era meglio che io sparissi da lei per lasciarla volare sulle ali della sua libertà. Era pur vero che la mia presenza era fortemente accettata dalla lupa che a suo modo certamente mi amava, ma lei chissà se in tutto questo trovava qualche sofferenza o impedimento nel dispiegamento dei ritmi della sua esistenza? Avevo dubbi, incertezze, contorsioni esistenziali….. poi però feci scemare il tutto anche perché era sempre Lupa blanca che spontaneamente si presentava a me.
Trascorse qualche settimana e furono molti gli eventi che accaddero. Un giorno Lupa blanca aveva catturato un gallo forcello e la trovai vicino al letto del fiume mentre tenacemente ne smembrava le carni. Io mi avvicinai e lei, ma, ignorandomi del tutto, proseguì il suo da farsi. Io per contrappasso, andai a prendere la canna da pesca e, raggiunto nuovamente il fiume, in meno di un quarto d’ora, catturai una trota di un paio di chili. La cucinai proprio sulla riva del fiume, mentre Lupa blanca, posta ad una decina di metri di distanza, avendo ultimato il suo pasto, si era coricata su un fianco, ed ogni tanto mi dava una occhiata. Quando la trota fu ben cotta e parzialmente affumicata, ne lanciai un pezzo alla lupa che senza troppo entusiasmo lo mangiò con estrema calma. Probabilmente era sazia o non voleva darmi la soddisfazione di divorare con solerzia un boccone offerto da me. Ovviamente questi erano pensieri scherzosi, ma non facevano altro che contribuire ad unire sempre più il nostro legame di particolare amicizia.
Qualche giorno dopo accadde un fatto, tanto per cambiare, alquanto strano. Era mattina presto ed io ero vicino al lago ad osservare con il cannocchiale le strolaghe ed i cigni selvatici che arricchivano, con la loro amena e armoniosa presenza, le bellezze di quello specchio d’acqua, specchio d’acqua lambito in tutto il suo perimetro da una maestosa foresta fatta di pini i silvestri, abeti rossi, betulle ed ontani. Mentre era intento a quella piacevole incombenza, sopraggiunse Lupa blanca, con un andamento così felpato, tanto che non mi accorsi della sua venuta. Portava con la bocca un rametto di betulla adorno di gemme e, accostatasi a me, me lo depositò al mio fianco sinistro. Poi, allontanatasi di qualche metro per entrare nel sottobosco, raccolse una pigna di pino silvestre e fece lo stesso gesto. Quindi, rientrata nel bosco, dopo qualche minuto mi portò una pigna di abete. E fece sempre lo stesso gesto. Io tralasciai le mie osservazioni ornitologiche e, stupito per quel comportamento, chiamai a me Lupa blanca e le chiesi, ovviamente fittiziamente (non pensavo proprio che potesse comprendere il mio parlare), che cosa volesse farmi capire. Come palesavo non manifestò nessuna reazione al mio dire e si coricò tranquillamente ad un metro da me. Io meditati qualche minuto, poi mi alzai, presi i tre “reperti”, ed istintivamente andai a sotterrarli ai margini del bosco. Ovviamente la mia interpretazione fantastica fu quella che il gesto voleva simboleggiare il rinnovarsi della vita della foresta e nel contempo la salvaguardia della sua esistenza. Mi venne spontaneo chiedermi come faceva Lupa blanca a concepire qualcosa del genere, ma facilmente approdai alla conclusione che tutti quei suoi gesti rituali, forse non significavano proprio nulla, ma a me piacque pensare che invece erano un monito, un avvertimento sottile, sulla distruzione delle foreste che procedeva, nel mondo, ad una ritmo incalcolabile. Ovviamente l’immensa taiga era a pieno titolo, come le foreste tropicali, soggetta a quella incontrollata annientazione e giorno dopo giorno, immoti giganti di quell’immenso mare verde, venivano giù sotto la “scure” dei moderni buldozer taglia alberi.
Fu una sensazione spiacevole, ma purtroppo sin troppo veritiera. Il mondo selvaggio non era da tempo più presente nella mente umana e, gli immensi doni che ci offriva la natura, erano visti solo come un qualcosa di esterno da sfruttare per le più infime necessità di una società squilibrata, una società che vedeva solo ed esclusivamente il cosiddetto “sviluppo”. La mente malsana dell’uomo lo concepiva sempre assolutamente in continua crescita, altrimenti il sistema sarebbe andato in blocco.
La mia, a quel punto, fu una doppia interpretazione. La prima, quella simbolica del comportamento di Lupa blanca, frutto probabilmente della mia fantasia, la seconda, quella realistica e purtroppo inarrestabile cui tendeva con estrema solerzia il genere umano, ormai ingigantito da una incommensurabile globalizzazione. Era nata, ormai già da tempo, una società unica, ma fortemente diseguale che non risparmiava nessuna parte degli esseri umani e dell’intero pianeta terra!
Un altro piccolo evento catturò la mia attenzione. Stavo riscaldandomi la minestra della sera prima, quando sull’uscio di casa, sentii raspare la porta. Era Lupa blanca, probabilmente da tempo arrivata, ma con il mio affaccendarmi in cucina, non ne avevo scorto la presenza. Aprii la porta e, presa con me la gavetta colma di minestra fumante, mi andai a sedere sulla panca esterna, mentre Lupa blanca, dopo essersi avvicinata a me, si diresse verso il limitrofo punto fuoco dove aveva adagiato una lepre bianca, da poco catturata. Io la guardai, posai la gavetta e le dissi che ora voleva occuparsi anche del mio menù alimentare. Rimasi un po’perplesso, poi presi la lepre, la pulii come soleva farsi ed accesi il fuoco. Prima di cuocerla alla brace tagliai un bel trancio e la detti alla lupa. Non esitò un solo istante e con veemenza presa la sua meritata porzione. Io rinunciai alla mia minestra (mi sembrava uno sgarbo verso la lupa non accettare il suo pranzo) e di buon grado mangiai quel prelibato boccone che mi era stato elargito.
Un altro bellissimo esempio di fraterna amicizia profusami da Lupa blanca, mi fu offerto un giorno quando sul calar del sole ella si presentò alla mia capanna con un fare dinamico e pieno di energia. In sé non vi sarebbe nulla di strano poiché la sua forza vitale era sempre palesemente espressa nel suo globale modo di agire. Ma il mistero fu che proprio quel giorno io mi sentivo profondamente melanconico, avevo dentro di me una sensazione angosciosa senza nessuna apparente causa scatenante. Stavo giù di corda e niente più. Lupa blanca, invece, arrivò con un piglio estremamente dinamico, più dinamico del suo normale agire. Mi girò più volte intorno e, ululando in tono interrogativo, pareva chiedermi cosa stesse succedendomi. V’era praticamente in atto tra noi una vera e propria connessione telepatica. Io rimasi immoto, osservandola con un misto di curiosità e di meraviglia. La lupa si avvicinò a me, mi tirò leggermente per i pantaloni come per invitarmi a seguirla. Io interpretai quell’evento a “scoppio ritardato”, tanto che dopo quel tentativo della lupa di scuotermi dal mio torpore, ella stessa esitò sul suo proseguo, visto che da parte mia non vi era nessuna reazione. Ma poco dopo lupa blanca insistette sul suo intento di “trascinarmi” da qualche parte e, alla fine, mi feci prendere dall’evento. La seguii lungo il breve sentiero che ci conduceva al lago e li si fermò bruscamente guardando verso l’altra sponda. Una palla di fuoco illuminava la zona di un rosso purpureo, mentre d’intorno si diffondeva un’aria fresca e cristallina. Io assistetti a quei due semplici eventi: Lupa blanca che guardava il sole al tramonto e la luce che pacatamente trascolorava. Lupa blanca incominciò ad ululare, mentre il sole si andava spegnendo dietro la “grande muraglia” degli abeti. Rimasi in quel momento senza pensiero, e le mie precedenti malinconie, forse perché distratto da quei particolari accadimenti, mi si allontanarono leggermente. Poi, quando il sole tramontò e Lupa blanca cessò di ululare, un gran silenzio sovrastò la scena, ma ormai il concerto cui era stato invitato ad ascoltare stava per manifestarsi in tutte le sue forme. Un improvviso anelito di vento, scosse la stasi immota degli alberi, mentre le strolaghe nel lago emettevano i loro interrogativi e lupini guaiti. La luminosità declinante rese il paesaggio sempre più opalescente e a quel punto la lupa si girò verso di me per poi rivolgere nuovamente lo sguardo verso il lago morente di luce. Rimanemmo in tale stato per circa una mezz’ora ed io stavo avvertendo una sorta di inquietudine, quando, come se fosse un’apparizione improvvisa, si unì al concerto estatico la pienezza della luna. A quel punto le cose mi divennero chiare: Lupa blanca voleva palesarmi che la vita è strutturata con un andamento variante e multiforme e non c’è momento che il cangiarsi delle situazioni non siano ricche di forme e contrasti forti e variegati. A similitudine, anche la vita del singolo aveva questi dinamici connotati e vi era un’unico spazio cui non era consentito entrare, perché era uno spazio che non poteva esistere: era quello della rinuncia al dinamismo della vita, era quello di essere melanconici e pessimisti, era quello di vedere le cose da un solo e opinabile punto di vista. Era un monito chiaro, fattomi palese da semplici e comuni eventi che ogni giorno si manifestano, rinnovati, nella vita.
Presi respiro, guardai Lupa blanca ed ancora una volta constatai la sua particolare sensitività nel carpire i miei a volte sin troppo frequente stati di abbandono e di pacata tristezza. Capii allora che nella vita, pur se sovviene un attimo di smarrimento o di perduta gioia, essa, la gioia appunto, è sempre dietro l’angolo e ci attende con il massimo del suo splendore. Venga pure il pessimismo, la tristezza o la rassegnazione, ma, se daremo ascolto al libero dispiegarsi della vita selvaggia, la gioia e la forza positiva del vivere avrà sempre il sopravvento. In natura, termini come melanconia, tristezza, pessimismo ed altri ancora, non trovano mai alcun spazio cui manifestarsi, perché sono in profonda ed incolmabile antitesi con il dono del quotidiano esistere. La forza del singolo si prova quando deve confrontarsi con un atto di coraggio e di robustezza. Lupa blanca mi aveva insegnato che ciò che di negativo a volte subentra all’interno dell’anima, è normalissimo, ma è solo un brevissimo istante di contrasto su ciò che è la vita vera e su ciò che è l’unico percorso da seguire. Con l’animo ristorato, nel colmo della notte, rientrai nella capanna.
Insomma, come detto, tutti questi piccoli eventi, pur se non spiegabili razionalmente, mi avvicinavano elettivamente sempre più alla cara Lupa blanca e mi pareva cosa estremamente remota, forse per una sorta di rimozione froidiana, che un giorno quella amena amicizia si potesse improvvisamente interrompere. Erano troppi i segni e gli insegnamenti che la lupa mi elargiva ed io cercavo di scorgere in ciascun atteggiamento, anche piccolo che fosse, quale significato vi era celato, se significato doveva esserci.
In un’altra occasione presi a camminare lungo il bosco con la lupa che mi seguiva come un mansueto cagnolino. Mi appariva sempre così strana quella sua confidenza, tanto che una volta feci una prova. Mentre procedevamo sul bordo di una palude distanziati una trentina di metri, mi fermai e la chiamai a me; subito, con una obbedienza militaresca, mi raggiunse prontamente e si fece accarezzare come niente fosse. Un vero e proprio apparente comportamento addomesticato.
Nei meandri degli eventi un giorno arrivai alla fine a pensare che Lupa blanca non era una lupa selvatica, ma forse fuggita da qualche presunto “proprietario” che, avendola presa sin da cucciola, era ormai avvezza alla compagnia umana. Ma il suo modo di fare smascherava facilmente questo mio poco convinto pensiero. Era una abilissima cacciatrice, scompariva per settimane per riapparire improvvisamente a suo piacimento; manteneva, pur nella sua apparente docilità, un’espressione e un modo di agire che le davano tutti i connotati di essere selvaggio e, pur se mi sforzavo di descrivere il suo comportamento, nel profondo non trovavo mai i giusti attributi. Ero inevitabilmente limitato dai miei concetti di essere umano secolarmente addomesticato.
Insomma, i giorni trascorrevano alacremente ed io mi sentivo sempre entusiasta e fiero di me di avere come compagna, sia pure non costante, una lupa selvaggia. A volte infatti mi domandavo se il tutto era vero o il semplice frutto della mia “testarda” fantasia. Di tanto in tanto mi chiedevo se Lupa blanca fosse una essere solitario, come la vedevo io, o apparteneva a qualche branco che frequentava quando spesso era assente dalla mia capanna. Probabilmente, vista la sua forza e il suo carattere era una femmina alfa e a suo volere decideva, quando ne aveva le opportunità, di allontanarsi dal suo gruppo per venire da me. Non sapevo, ma ero dubbioso sulla sua totale solitudine rispetto ai suoi simili. Ma, in ogni caso, non la vidi mai insieme ad altro lupo.
Tuttavia, nel suo complesso, quel mio tangibile legame con Lupa blanca, come già detto, in certi momenti mi sembrava estremamente strano e non vi scorgevo, lo ripeto ancora, il significato della situazione soprattutto da parte del comportamento della lupa.
Passarono ancora diverse settimane ed erano almeno sei mesi che Lupa blanca veniva spesso a stare con me. Ma con il tempo che trascorreva, pur se mi sentivo adagiato sugli allori, ricaddi nuovamente in quella crisi, forse ingiustificata, ma che in ogni caso pervadeva tutto il mio essere. Era veramente cosa buona che Lupa blanca stesse tutto quel tempo insieme alla mia mediocre domestichezza? I dubbi mi si concretizzavano sempre più pur non notando nulla di strano nel comportamento dell’amata lupa. Ma, dopo una sua assenza di cinque giorni, quando ella tornò mi trovò, in uno stato mentale fortemente assente, seduto sulla panca che contornava il punto fuoco. Lupa blanca, come era suo solito, mi girò intorno, emise un piccolo guaito seguito da un breve cenno ululante, come per dirmi di “svegliarmi” ed io, in quella circostanza, le dimostrai una sorta di freddezza, pur se il termine era un po’esagerato. Poi, forse colto da un profondo senso di colpa, non so, la guardai con l’intenzione di scacciarla violentemente, ma mi frenai, perché il mio spirito non se la sentiva di allontanarla…... Ma qualche tempo dopo, d’improvviso, in un giorno di primavera, allo sciogliersi delle ultime nevi, mentre Lupa blanca dopo un’assenza di due giorni veniva verso di me, in una specie di trans, le gridai contro, la intimorii, le brandii un bastone e le continuai ad urlare all’eccesso. La lupa ovviamente con meraviglia si spaventò non poco e, pur con un trotto non eccessivamente sostenuto, si allontanò, prendendo la direzione della foresta…… Il giorno successivo della lupa non v’era traccia ed allora approfittai per riempire la mia sacca da viaggio con l’intenzione di approdare, temporaneamente, in un luogo estremamente remoto dove Lupa blanca non poteva raggiungermi………. Il tempo avrebbe fatto il resto…...!”
Così si dissolse il sogno e questo è quanto annotai su di esso. Tuttavia, il giorno successivo, volli riassumere, sempre sul quaderno, gli accadimenti della giornata precedente con alcune riflessioni aggiuntive: “A quel punto mi destai di soprassalto e, come detto, rimasi particolarmente colpito da quella storia fantastica. Dopo averla trascritta mi soffermai, leggendola più volte, a riflettere per quale motivo quel sogno mi aveva così fortemente turbato, tanto da volergli trovare o forse meglio vedere, nel suo sviluppo, un qualche significato, ammettendo che i sogni ne abbiano qualcuno.
Fu nel tardo pomeriggio che, pensiero sopra pensiero, giunsi alla conclusione che a mio avviso la parte più strana che non vedevo collimare con la mia indole, era la conclusione del sogno, il suo svanire durante un atto inconcepibile, cioè il mio volontario e deciso allontanamento da quella lupa il che era in nettissimo contrasto con la mia vita reale poiché, come più volte espresso, per i lupi e per la vita selvaggia avevo sin dalla tenera età un fortissimo legame sia simbolico che tangibile con mano. In altri termini vi era fors’anche un’esagerata affinità elettiva con questa imperscrutabile specie, ma io nel sogno, nel quale ebbi la grande fortuna di essere “amico” con una lupa, volli volontariamente allontanarmi da lei in forma netta e decisa. Non capivo il senso e mi prese una sorta di autopersecuzione per carpire cosa potesse significare quel mio gesto così forte.
Ma vi era anche un altro elemento non affatto secondario, fattomi percepire nel sogno da Lupa blanca, che mi turbò non poco; fu la consapevolezza del declino della vita selvatica, delle primigenee foreste e della natura nel suo complesso. Allontanando Lupa blanca mi sembrava che tentassi di ignorare anche quella realissima consapevolezza. Mi pareva infatti che Lupa blanca mi avesse fatto comprendere che…… i lupi selvaggi vanno via. Lo spirito del selvaggio va via. Il respiro del selvaggio va via. Foreste silenti e senza fine vanno via. Ogni cosa, libera e selvaggia sta andando via. Il tempo scorre e il selvaggio va via. La luce che illumina il selvaggio trascolora. Tutto ciò che fluisce senza tempo sta andando via. Forse lo stesso ricordo del selvaggio sta andando via. Stiamo perdendo la nostra vera essenza. Stiamo migrando nel vuoto della vita e stiamo, poco a poco, sommessamente spegnendoci. Siamo sempre più poveri della verità del selvaggio, siamo sempre più poveri della stessa vita, siamo ancor più poveri dell’ululato del lupo. Una lontana e flebile melodia vuole cantarci il mondo della wilderness, ma ci sta suonando note di infinita tristezza, perché ci siamo ritratti dinanzi all’assolutezza del selvaggio. Canta pure o melodia e sveglia l’anima assopita del nostro spirito che ormai non contempla più il mondo della natura. Addio lupo fiero e gentile, addio lupo fiero ed indomito, addio luci selvagge dello spirito che, nel dissolversi, portano il nostro cuore verso l’oscurità più tetra e, melanconicamente, verso una strada senza uscita e senza più anima né speranza. Le foreste ci osservano attonite mentre perlustriamo vanamente un mondo che è sempre meno selvaggio, scevro dalla verità dell’ululato del lupo. Io grido con forza contro tutto questo, perché so che perdendo il selvaggio, perdendo l’ultima frontiera della natura vuol anche dire perdere la vita e lasciarsi dietro alle spalle un mondo fatto di bellezze infinite e di silenti foreste. No, io non lo accetto! Il selvaggio deve tornare e, se potrà accadere, dovremo a quel punto riacquistarlo e riviverlo in tutto il suo splendore. Ma ora, dinanzi a questo baratro, sull’ululato del lupo potremo riflettere a lungo e scrivere tante parole e fors’anche diremo tante cose, ma la nostra retorica non ci porterà mai all’essenziale! E’ questo è proprio quello che ci manca: l’essenziale ed allora ci ritroviamo improvvisamente soli. Una solitudine che abbiamo voluto, fortemente voluto perché non abbiamo ormai più l’udito per ascoltare l’ululato del lupo. L’ululato del selvaggio……!”.


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