01/03/2006 Ecologia profonda  
L'Ecologia profonda per una filosofia ambientale

"La civiltà, non è altro che il distacco dell'uomo dalla natura. Quando l'uomo viene distaccato dalla natura perde l'innocenza naturale, perde la semplicità della vita e conseguentemente aumenta le proprie ambizioni e miserie..." (Lao-Tse).
“Mi sembra inconcepibile che un rapporto etico con la terra possa esistere senza provare per essa amore, rispetto e ammirazione, e senza un’alta considerazione del suo valore. Parlando di valore mi riferisco, naturalmente, a qualcosa di molto più vasto del semplice valore economico, intendendo quindi il termine in senso filosofico.
Forse il pericolo che minaccia più gravemente l’evoluzione di un’etica della terra è il fatto che i nostri sistemi educativi ed economici vanno nella direzione opposta a quella che li condurrebbe verso lo sviluppo di un’intensa consapevolezza della terra. L’uomo moderno è separato dalla terra da troppi intermediari e arnesi; non ha un rapporto vitale con essa e per lui ‘terra’ significa solo la spazio fra una città e l’altra, dove si producono i raccolti. Se lo si lascia libero un giorno in campagna, in un luogo che non sia un campo da golf o un belvedere, si annoierà a morte..... In poche parole, la terra ormai gli va stretta”
(A. Leopold, 1949-1997).

La svolta filosofica, sociale ed economica impressa dall’Illuminismo al mondo occidentale a partire dal XVIIIº secolo, poi continuata col positivismo, è approdata nei nostri giorni nell’acritico trionfo del razionalismo tecnologico. Effetti così radicali, prodotti da una sì complessa weltanschauung, non possono essere contrastati che mediante una diversa filosofia. Ma è purtroppo vero che all’interno del pensiero filosofico di cui il mondo occidentale si è nutrito sin dal tempo dell’antica Grecia, si cercherebbe invano una visione della vita sottratta al determinante influsso dell’antropocentrismo espresso dal gruppo ed ispirata ad una concezione unitaria e paritetica del rapporto uomo-natura. Occorrerebbe eliminare dalla mente il “razionalismo eccessivo” ed uscire dalla simmetria degli elementi e degli eventi. Uno “status asimmetrico”, genererebbe continue variabili che, come detto in precedenza, favorirebbero la compenetrazione degli opposti fusi in un tutto unico all’interno della dialettica della natura. “E’ così triste vedere la gente cercare di uniformarsi agli altri. Per essere tutti la stessa cosa. Ebbene, noi siamo come i fiori della terra. Sarebbe davvero una noia uscire dalla propria casa e non vedere che pratoline, pratoline nere e bianche. Un popolo diverso, delle idee e delle credenze diverse: ecco ciò che rende la vita molto più interessante” (Cecilia Pitchell, Mohawk - in AA. VV., 1995).
Da qualche parte si è tuttavia pensato di poter individuare nel pensiero anarchico una costruzione filosofica che per i suoi stessi presupposti riesce ad affrancarsi all’idolatria del potere esercitato dall’uomo nelle sue varie forme associative, che vanno dalla famiglia, al clan, allo Stato. Occorre però chiarire senza indugio che le poche tendenze ambientalistiche inclini alle seduzioni dell’antica matrice anarchica, si rifanno soltanto all’anarchia intesa come costruzione filosofica, non certamente all’anarchia che, come movimento politico, ha fatto parlare a lungo di sé, attraverso la voce di William Godwin, Max Stirner, Michail Bakunin, Petr Kropotkin, e lo stesso Pierre Joseph Proudhon. Proprio lo Stirner, pur esponente della sinistra egheliana, si opponeva fermamente alle conclusioni del grande filosofo tedesco che vedeva dissolversi nella onnicomprensività dello Spirito infinito anche l’individuo, che è invece, per lo Stirner, l’unica realtà e l’unico valore.
All’interno della filosofia anarchica si sviluppa, per così dire, il dominio assoluto dell’individuo e della personalità singola, che per esprimere le sue esigenze primarie non ha bisogno di delegarle alla famiglia, al clan o allo Stato, in quanto può e deve esprimerle in prima persona, certo che la somma delle felicità individuali fanno la felicità dell’intera collettività. In tal modo si pensa di poter rovesciare il rapporto società-ambiente, nel senso che sono da ritenere inutili i precetti imperativi se ogni singolo individuo non regola liberamente sé stesso, così che sarà il singolo individuo a determinare il comportamento del gruppo, e non viceversa. In questo senso appare assai appropriato ed efficace quanto scrive Odin (in Boussinot, 1978): “Noi vogliamo che l’umanità sia felice. Ma l’umanità non è un’entità reale, solo gli individui che lo compongono sono delle entità reali. Quindi quando dico: voglio che l’umanità sia felice, voglio che gli individui siano felici. Contrariamente alle apparenze non si tratta della famosa felicità di ognuno grazie alla felicità di tutti, ma esattamente dell’inverso: puramente e semplicemente la felicità di ognuno (e tutti gli ognuno riuniti fanno effettivamente tutti). Questa felicità di ognuno ha ognuno come agente. La società deve quindi essere concepita in tale maniera da far sì che, nella più totale libertà indispensabile, ognuno sia l’agente della propria felicità.......Dato che ogni individuo è unico, insostituibile e incarna l’umanità intera, che faccia prima di ogni altra cosa la sua rivoluzione personale! Che si liberi per primo e che aiuti gli altri a liberarsi, uno dopo l’altro!”. Tuttavia, a proposito dell’anarchismo storico, occorre dire che esso, nelle grandi linee, non ha trasferito sulle problematiche ambientali le “rivoluzionarie” idee sociali. Forse il periodo temporale dello sviluppo di quelle idee, la visione antropocentrica di fondo e la mancanza delle basi “naturali” della filosofia occidentale, possono aver causato un tale “silenzio”. Resta comunque il fatto che le idee anarchiche hanno in un certo qual modo contribuito a mettere in discussione le “certezze” della socialità borghese occidentale. La scuola anarchica contemporanea, probabilmente conscia della profonda crisi ecologica della sociatà attuale, ha però inserito nelle proprie argomentazioni libertarie il riferimento al mondo naturale. Ne è un vivido esempio Murray Bookchin più volte citato nel testo con la sua “ecologia sociale” e Paul Goodman che “elaborò la sua critica al sistema opponendo alla ‘civiltà tecnologica’ l’idea della natura e della realtà umana come un tutto funzionale e unitario, in cui domina l’interazione e la simbiosi tra l’individuo e l’ambiente. Ecco perché non è allo specialista che tocca pianificare la vita sociale: così si perderà di vista l’unitarietà del fenomeno con il rischio perenne di distruggere la comunità originaria esistente” (Zanantoni, 1996).
Scrive Bookchin a proposito dello spirito rivoluzionario: “Per quanto inquinati, ideali di libertà continuano ad esistere fra noi. Eppure il progetto rivoluzionario non è mai stato così compromesso dall’’imborghesimento’ temuto da Bakunin nell’ultimo periodo della sua vita. Né si è presentato in termini tanto ambigui come oggi. Parole come ‘radicalismo’ e ‘sinistra’ sono diventate di significato misterioso, ed esiste il serio pericolo che perdano completamente di senso. Quanto oggi passa per rivoluzione, radicalismo e sinistra, solo un paio di generazioni fa sarebbe stato rifiutato come riformismo ed opportunismo politico. Il pensiero sociale si è lasciato attrarre così addentro le viscere dell’attuale società che le persone che si considerano ‘di sinistra’ (socialisti, marxisti o radical che siano) rischiano di venirne digeriti senza neppure accorgersene”.
Riferendoci ancora a Murray Bookchin, scrive Berti (1998): “Portando all’estrema coerenza teorica i presupposti fondamentali del pensiero ecologico, di cui è stato un pioniere, Bookchin dimostra che il principio informatore di tutta la civiltà esistente - il principio del dominio - è la causa della rovina totale dell’uomo. Non si tratta di una rovina morale, o religiosa, o sociale, o culturale, o psicologica, ma di una rovina totale dal momento che la catastrofe ecologica finirà col disseccare le fonti stesse della vita umana. Se ne deve dedurre che la salvezza dell’umanità sta nel dissolvimento del principio su cui si fonda la civiltà esistente: il principio del dominio.
Secondo Bookchin solo l’idea anarchica riflette per intero una concezione ecologica coerente perché il suo principio è universale. Esso non è più espressione di un movimento storico-sociale, ma l’unico altro modo di intendere e di organizzare la vita umana. A fronte della civiltà del dominio sta contrapposta la civiltà della vita presa nella sua interezza. Ecologia radicale, ovvero consapevolezza teorica delle interconnessioni necessitanti che ‘tengono’ il sistema natura-uomo-società, ovvero assunzione etica dei diritti dell’esistente in tutta la complessità delle sue forme, che sono, in termini ecologici, la garanzia dell’equilibrio e quindi dell’infinità multiformità del reale. Con Bookchin ritornano le grandi intuizioni di Kropotkin, soprattutto quella difficile equazione secondo cui la forma culturale più alta della socialità è quella che (paradossalmente) riflette la forma più alta di autentica naturalità”.
Tra le nostre considerazioni non possiamo esimerci dal ribadire che la primaria soluzione dei problemi ambientali si fonda soprattutto su una revisione radicale o meglio in una ricostruzione ex novo del pensiero e conseguentemente del modello di vita personale e sociale, ed è con una siffatta convinzione che ci piace citare qui di seguito quanto scrive C.G. Jung con una saggezza spartana degna di essere imitata: “Ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non ho acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici!”. La profonda riflessione di Jung ci apre una piccola speranza perché: “Le api vivono nell’ombra dell’alveare, ma ritrovano sempre la strada per la luce”
E sulle critiche di coloro che vogliono annullare il significato dei pensieri radicalmente opposti all’attuale modo di fare si riporta un passo molto significativo di Devall e Sessions (1989): “Inventare un futuro ecotopico ha un valore pratico. Ci aiuta a puntualizzare i nostri obiettivi, offre un ideale, che, se non si realizzerà forse mai completamente, mantiene sempre desta però l’attenzione verso la sua realizzazione. In base a questo ideale possiamo anche orientare le azioni personali e le decisioni di politica collettiva su controversie specifiche…… Grazie a quessta visione possiamo cogliere la distanza fra come la realtà dovrebbe essere e com’è oggi nella società industrial-tecnocratica”.

“Da qualche parte a est un lupo ululò in tono leggermente interrogativo. Riconobbi la voce perché l’avevo udita molte volte in precedenza..... Ma per me era una voce che parlava del mondo perduto un tempo nostro, prima che scegliessimo un ruolo in contrasto con esso; un mondo di cui avevo avuto un barlume e in cui era quasi entrato ..... soltanto per restarne escluso, alla fine, dal mio stesso io”(F. Mowat, 1973).



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