01/04/2006 Ecologia profonda  
Ecologia profonda: Il materialismo e lo sviluppo di Guido Dalla Casa

Premesse
Non credo che l’attuale modo di vivere dei popoli di cultura occidentale sia nato soprattutto da decisioni “pratiche”: è stato piuttosto l’affermarsi di un modo di pensare che ha causato il sorgere di un modo di vivere.

Cartesio – Bacone – Locke
Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.
La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione delle scienze fisiche ad opera di Newton. La causa principale sono state le idee di Cartesio.
Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente, ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso sul Pianeta: la civiltà industriale. E con essa è scoppiato il dramma ecologico.
Come noto, nel pensiero cartesiano vi è una netta distinzione fra lo “spirito” e la “materia”: l’uomo è l’unico essere dotato di spirito. Tutto il resto, vivente o non vivente, è solo materia bruta, quindi manipolabile senza conseguenze e senza problemi morali. Così la fisica di Newton poteva rivolgersi a sistemare il mondo della materia che diveniva una specie di gigantesca Macchina, retta da rigide leggi meccaniche.
Il meccanicismo, nato in tal modo, ha guidato la scienza ufficiale fino al ventesimo secolo ed è la base dell’attuale pensiero corrente delle genti di cultura occidentale: da questo sottofondo è sorta la civiltà industriale.
Si noti che nella più famosa relazione matematica di Newton, cioè la formulazione del secondo principio della dinamica (F=m.a) viene cartesianamente affermato che la massa (materia) è inerte e che la forza che la fa muovere proviene dall’esterno, causando implicitamente la fine di ogni immanenza.
Tra i numerosi motivi di adesione alla teoria cartesiana, la considerazione dei vantaggi che ne sarebbero derivati alla fede e alla teologia non fu certamente irrilevante. La filosofia di Cartesio, con la sua radicale separazione di spirito e materia, di anima e corpo, relegava i “bruti” nel regno della materia estesa, priva di “anima”, di coscienza e di sensibilità, geometricamente quantificabile e spiegabile, in ogni sua manifestazione, con l’esclusivo ricorso a leggi meccaniche. (20)
Per quanto riguarda poi il pensiero di Locke, è sufficiente riportare questo brano:

A ciò si aggiunga che chi si appropria col suo lavoro della terra non assottiglia ma accresce le provvigioni comuni dell’umanità: infatti i beni atti al sostentamento della vita umana che sono prodotti da un acro di terra cintata e coltivata sono, a dir poco, dieci volte quelli forniti da un acro di terra altrettanto ricca ma lasciata incolta e comune. Perciò si può veramente dire che colui che recinta un terreno, e da dieci acri trae maggior quantità di mezzi di sussistenza di quanto potrebbe trarre da cento lasciati allo stato naturale, dona novanta acri all’umanità. (21)

Come si vede, nessuna considerazione per tutta la vita che viene distrutta, né per la bellezza del mondo. Manca inoltre ogni forma di percezione dell’equilibrio globale e del complesso di relazioni che legano tutti gli organismi viventi.
Purtroppo siamo andati su quella strada e ancora oggi il mondo economico-industriale la pensa sostanzialmente in quel modo.

Locke disprezzava i nativi dell’America del Nord perché non riusciva a capire come - con tante risorse naturali a disposizione - vivessero “peggio di un bracciante inglese”. Non riusciva a vedere altro metro di misura che quello strettamente economico-monetario: considerava quindi “più felici” i salariati inglesi delle prime catene di montaggio (!) che i sereni Lakota che si godevano la natura delle grandi praterie. Era incapace di concepire scale di valori che non fossero basate sul reddito e sulla proprietà.
Da idee simili sono derivati il primato dell’economico e la visione economicistica della vita che caratterizzano la civiltà industriale.
Per quanto riguarda Bacone, è noto il fondamento del suo pensiero che indicava come unico scopo quello di dominare la natura, vista come forza contrapposta e ostile, che andava piegata ai voleri umani. Ormai, dopo Cartesio, la natura era vista come materia inerte e manipolabile.
E’ in questo periodo che inizia a prendere forma quel concetto di progresso visto come spinta “naturale” dell’umanità, considerata in marcia continua verso un futuro sempre migliore.
Anche se ora qualcuno comincia a diffidare di queste concezioni, in pratica esse sono ancora integralmente ed entusiasticamente seguite, con i risultati ben noti.

Opinioni diverse del 17° e 18° secolo
Non sono mancate - anche in quei secoli - forme di pensiero ben diverse da quelle accennate, ma sono rimaste idee di minoranza e non si sono diffuse nelle masse, non hanno influenzato il modo di vivere collettivo.
Un esempio notevole di tali concezioni di minoranza è dato da Leibniz, secondo il quale la creazione è il risultato di un’operazione mentale con cui Dio, considerati tutti i possibili mondi, avrebbe scelto quello con il maggior numero di beni e la minor quantità di mali. Per il filosofo, infatti, ogni evento particolare è inserito in una concatenazione di fatti, dove il positivo e il negativo si intrecciano, essendo tra loro consequenziali ed interdipendenti. Nel giudicare la creazione non dobbiamo guardare solo il nostro particolare interesse, poiché Dio, tenendo conto del bene generale, ha creato il migliore dei mondi possibili.
Consapevolmente critico nei confronti dei “moderni” e della dilagante interpretazione geometrico-quantitativa della natura, Leibniz concepisce la forza come l’essenza stessa della res corporea, fonte del movimento, dell’estensione, della corporeità. La nozione di “forza”, quale principio interno ai corpi, frantuma l’omogeneità della materia cartesiana, dando luogo ad una ben più dinamica intuizione. L’universo si popola così di punti inestesi ed immateriali, principi teleologici di sviluppo e di attività. Pensiero ed estensione, spirito e natura, che per Cartesio sono radicalmente distinti, trovano, in questi principi metafisici immanenti al mondo fisico, una loro linea di comunicazione.

Agli automatismi cartesiani, privi di vita e di soggettività, Leibniz oppone un universo organico in ogni sua parte, disseminato di principi psichici e vitali.
Contro la riduzione cartesiana della natura a termini intellegibili, Leibniz rivendica la profondità inesauribile di ogni individualità vivente, ma la sua filosofia è di tale portata che, come abbiamo visto, va ben oltre la critica al sistema di Descartes. (24)
La differenza fra Leibniz e Cartesio è quella fra mondo-organismo e mondo-macchina, fra mondo della complessità e mondo della schematizzazione, fra qualità e quantità, fra la bellezza-forma-vita e un mondo senza forma, opaco, inerte.[….]


Fra le altre opinioni “di minoranza” di quei secoli, citeremo poi quella di Giordano Bruno che, con l’espressione Mens insita rebus intendeva che la Mente è in tutti i processi, è onnipervadente: tutto è dotato di Mente. Ogni essere partecipa all’Anima universale secondo la formazione del corpo (serpente, uccello, pesce, uomo): tutti gli enti naturali partecipano di una medesima Anima.
E’ nota poi la posizione di Spinoza, che con l’espressione sive Deus sive Natura indicava che l’Entità universale poteva essere chiamata indifferentemente Dio oppure Natura.[….]


Lo sviluppo
Dal sottofondo culturale cartesiano è nato il moderno concetto di sviluppo, di cui passeremo in rassegna alcune caratteristiche:

1 – Distruzione delle altre specie di esseri viventi

Lo sviluppo provoca estinzione di specie ed ecosistemi su larga scala. L’obiezione che ci sono sempre state estinzioni in natura non è rilevante perché l’entità e la scala dei tempi sono completamente diverse. Il cambiamento degli ecosistemi e le estinzioni per cause naturali avvengono in genere su un arco temporale dell’ordine del milione di anni. Anche le teorie sull’estinzione dei dinosauri, a parte quella “repentina” dello scontro con un asteroide, richiedono almeno un milione di anni come tempo di passaggio dal Cretaceo al Cenozoico. Anche le modalità sono completamente diverse, perché le estinzioni naturali non sono accompagnate dagli altri fenomeni correlati.
Si ha oggi - per la prima volta - un processo di depauperamento globale della vita, perché nelle estinzioni naturali la complessità relazionale dei viventi è sempre cresciuta, cioè c’è stato un aumento della varietà sistemica e quindi della “spiritualizzazione” della vita.
Nel caso attuale di estinzioni massicce dovute alla civiltà industriale, la varietà vivente è in netta diminuzione, gli ecosistemi scompaiono riducendosi a pochissimi tipi. La complessità relazionale sistemica tende a sparire.
Infatti, dopo tre miliardi di anni di evoluzione, la Vita mostrava una varietà, un equilibrio e un’armonia mirabili con milioni di specie; ogni nicchia ecologica pullulava di vita. La varietà, la variabilità e le relazioni erano il segno dello spirito vitale, che raggiungeva il massimo nella foresta equatoriale, ma era comunque notevolissimo anche nelle paludi, negli ambienti acquatici, nel bosco sub-artico.
Tutto questo fino all’Ottocento: ora l’inarrestabile tendenza del cosiddetto progresso è di trasformare tutto in una struttura rigida e disarmonica in cui sono rappresentate poche specie: quella umana, alcuni suoi “compagni” resi nevrotici, alcune specie animali allevate e degenerate, qualche specie vegetale estesa a monocoltura.

2 – Distruzione delle culture umane

Abbiamo già accennato al fatto che l’Occidente, con la pretesa dell’universalità, impone la sua scala di valori e il suo modo di vivere a tutta l’umanità. Lo schema industriale pone al vertice l’incremento indefinito dei beni materiali, visto come apportatore di felicità. Ma la fine della varietà culturale significa anche la fine di numerose possibilità di vita diversa, la scomparsa di tesori di conoscenza e di pensiero.
Inoltre l’estensione a tutta l’umanità del modello occidentale è semplicemente impossibile perché la Terra non può sopportare miliardi di persone che vivono con il perenne miraggio del consumo. A parole si nega ogni integralismo, ma poi si considera evidente, ovvio e vero il desiderio consumistico, non accettando alcun modo di vita al di fuori di esso.

3 – Distruzione del bello e della varietà del mondo

Un ecosistema naturale è fonte di ispirazione ed è religiosamente bello. Invece una distesa disarmonica ed uniforme di poche specie (monocolture, allevamenti in serie, umanità densa) mette angoscia.
Sembra che il senso estetico-religioso sia correlato alla salute ecologica del sistema, probabilmente per effetti mentali, di cui faremo cenno in seguito.
Le specie uniche delle monocolture e degli allevamenti sono inoltre degenerate e private di ogni dignità e spiritualità. Non costituiscono un ecosistema.
Inoltre in Natura non esistono due individui uguali in nessuna specie. La Natura non agisce mai in serie: questa è una caratteristica della civiltà industriale.
In un Kmq di foresta pluviale ci sono migliaia e migliaia di specie diverse, un complesso armonico di vita-morte che si mantiene in equilibrio dinamico al di là del tempo. In un Kmq di area “rifatta” dalla nostra civiltà ci sono o una distesa di inerti, o una esagerata densità umana produttrice di angoscia, o una moltitudine di esemplari ripetuti di un’unica specie tenuta in vita con sostanze estranee, che hanno inoltre degradato il mondo da qualche altra parte.
Se le tendenze ora in corso dovessero continuare e la natura spontanea dovesse quasi-sparire o comunque essere antropizzata, le differenze fra le varie aree del mondo si ridurrebbero sempre più.
Già oggi questo accade per l’ambiente umano costruito: le periferie delle grandi città del mondo sono tutte uguali, i grandi alberghi sono ovunque gli stessi, gli aeroporti si assomigliano tutti. L’aria condizionata rende uniforme anche il clima. Ma allora, a cosa giova fare il giro del mondo in pochi giorni per ritrovare ovunque la stessa uniformità e la stessa noia?
C’è da chiedersi dove siano finite le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, tanto celebrate nell’Ottocento.

4 – Introduzione dei concetti di risorse e rifiuti

La Natura è caratterizzata da cicli chiusi, al termine dei quali si riproducono le condizioni iniziali, così che i processi possono durare per un tempo indefinito. Almeno se non si considerano tempi astronomici, la Natura si alimenta su un incessante fluire dinamico di energia in un mondo complesso e sistemico. Questo fluire costituisce anche le menti o la Mente del sistema naturale. Le condizioni si ripristinano - o quasi - al termine di ogni ciclo. L’antica cultura agricola e le civiltà tradizionali funzionavano anch’esse in questo modo.
Invece i processi industriali funzionano in modo “aperto”, cioè prelevano qualcosa di fisso e insostituibile (le cosiddette risorse) e scaricano prodotti (i rifiuti) in ambienti che vengono considerati per definizione “infiniti”. E’ da processi di questo tipo che proviene l’inquinamento: qualunque provvedimento che mantenga questo modo di funzionare è solo un palliativo che rinvia il problema nel tempo e sposta l’inquinamento da un ambiente all’altro (dall’acqua all’aria o alla terra, o viceversa): non può risolvere il problema in modo permanente.
Non ci devono essere né risorse né rifiuti: nei cicli naturali e tradizionali quelli che possono sembrare rifiuti sono risorse per qualcos’altro. I due concetti non sono necessari.

5 – Diminuzione del lavoro fisico

La nostra civiltà ha diffuso l’idea che uno degli scopi naturali della persona umana sia quello di evitare completamente il lavoro fisico: poi si è riempita di palestre, percorsi ginnici e attrezzi vari per farci passare il “tempo libero” facendo fatica. In tal modo si rendono massimi i consumi, che sono il vero scopo di questa società.
Chi fa fatica per portare una gerla di fieno sulle spalle è considerato un “poveretto” ridotto a fare “quella vita dura”, chi gli passa accanto con un sacco sulle spalle per salire una montagna è considerato - o vuole considerarsi - un “ardimentoso”.
Lo stesso vale per il sottofondo psicologico che accompagna i lavori fisici in confronto alla fatica di chi va a sudare nelle palestre a pagamento.
Invece i lavori fisici e intellettuali sono componenti complementari entrambi necessari alla completezza del vivere. I concetti di superiore e inferiore sono un’invenzione dell’Occidente.

6 – Sostituzione di materia inerte a sostanza vivente

La trasformazione di un ecosistema naturale in un’area industrializzata consiste nel sostituire gruppi di inerti (cemento, metalli, fabbriche, impianti, ecc.) a un complesso di viventi, nel sostituire l’inorganico all’organico.
Macchine, impianti, strade, al posto di foreste, paludi, savane.

7 – Aumento della vita media umana

Lo sviluppo porta in genere l’aumento della durata media della vita umana, ottenuto in gran parte da una diminuzione della mortalità infantile: infatti l’attesa di vita di un bambino che abbia già raggiunto i cinque anni di età non è molto diversa nelle varie culture umane.
Se la diminuzione della mortalità non è accompagnata da un corrispondente calo della natalità, si ha uno squilibrio non sostenibile e l’allungamento diviene illusorio su tempi lunghi: ai bambini salvati corrisponderanno, in altra parte del mondo o in generazioni successive, altrettanti bambini condannati a morte per l’eccesso numerico, oltre alla degradazione del complesso dei viventi.
Anche il cosiddetto “invecchiamento” della popolazione che si ha quando calano le nascite è un fenomeno transitorio: è evidente che, passato quel paio di generazioni nelle quali l’eccesso di anziani è dovuto al fatto che c’erano troppe nascite sessanta o settanta anni prima, il rapporto fra le fasce di età viene ristabilito; si ritorna ad un equilibrio dinamico in cui la popolazione fluttua attorno a valori stabili, unica condizione che può durare per un tempo indefinito, se la densità non è eccessiva.
Secondo una ricerca dell’Istituto di Ecologia dell’Università Cornell (U.S.A.) la popolazione umana complessiva sostenibile in permanenza dall’ecosistema terrestre è di circa due miliardi di persone.
______________

Riassumendo, si può dire che quando arriva il concetto di sviluppo economico, scompaiono l’equilibrio dell’animo e l’armonia del mondo.
In realtà, la crescita materiale di qualcosa è sempre accompagnata dal degrado di qualcos’altro nello spazio o nel tempo. La locuzione “sviluppo equilibrato” è solo una contraddizione di termini, oppure è priva di significato, essendo concettualmente diversa dall’espressione “equilibrio dinamico”, che denota situazioni in cui i parametri economici fluttuano continuamente attorno a valori stabili. Del resto i pregi di un’economia stazionaria erano già stati messi in evidenza da John Stuart Mill nel 1858, ma tale bellezza colpì solo rari spiriti isolati, mentre l’Occidente era ormai lanciato nella religione della crescita.
Come già accennato in un capitolo precedente, la locuzione “sviluppo sostenibile” andrebbe sostituita con l’espressione “sistema sostenibile”, cioè appunto un sistema variabile, ma sempre in equilibrio, o meglio stazionario.
Quando poi si sente parlare di contrasto fra le esigenze dell’economia e quelle dell’ecologia, non si dimentichi che:

- le cosiddette “esigenze dell’economia” non esistono, perché dipendono esclusivamente dalla scala di valori di ogni modello culturale. L’economia è un fatto umano e sociale controllabile: niente impone che debba essere “in crescita”;

- le “esigenze dell’ecologia” sono leggi fondamentali fisiche e biologiche ben al di sopra di quelle che possono essere le smanie passeggere della nostra specie.

Quindi, anche al di là di considerazioni morali ed estetiche, è indispensabile che il sistema economico sia compatibile con il funzionamento del Complesso dei Viventi per un tempo indefinito.
E’ poi utile una breve riflessione sul concetto di benessere, che è essenzialmente uno stato mentale e non un mucchio di oggetti. Per ottenere qualcosa in tal senso, sarebbe logico uno studio preliminare sulla natura della mente, piuttosto che la forsennata spirale dell’eterno desiderio imposta dal modello attuale.
Per quanto riguarda il futuro, l’ipotesi più catastrofica che si può fare è che lo sviluppo continui ad oltranza, perché in tal caso si arriverebbe ad un mondo estremamente degradato. Il fenomeno non potrebbe comunque continuare per l’impossibilità di persistenza dei processi vitali.
Come alternative, occorre prendere in considerazione anche le utopie.

Basi dell’industrialesimo
Vediamo ora su quali correnti filosofiche o di pensiero si basa la società industriale (i vari punti, distinti solo per chiarezza espositiva, sono intercollegati e parzialmente sovrapposti):

- il positivismo, in cui viene negata ogni metafisica; anzi si pretende di cancellarne l’esigenza nell’essere umano, con il pretesto di attenersi solo alle cose “reali” e “positive”, come se non fossero anch’esse creazioni della mente. Ritiene che ciò che si percepisce sia “vero” e “indiscutibile”. Secondo il positivismo, esistono “i fatti” e bisogna attenersi solo a quelli;

- il materialismo, per il quale gli unici scopi della vita sono di natura materiale, cioè si riducono a una ricerca di oggetti e soddisfazioni individuali sul piano fisico. Viene in pratica negata ogni esigenza spirituale come una fastidiosa aggiunta che distoglie dallo scopo “vero”, quello tecnologico-economico-produttivo;

- il meccanicismo, in cui si considera il mondo e qualunque sua parte, anche vivente, come una specie di orologio smontabile, un meccanismo che funziona in base a rigide leggi esistenti in sé e indipendenti dal pensiero, ridotto a una specie di secrezione cerebrale. Una metafisica meccanicista pone problemi di funzionamento e non di responsabilità morale verso il mondo vivente;

- il riduzionismo, secondo il quale le proprietà di un sistema complesso si comprendono studiando il comportamento delle sue parti componenti. Le scienze sono in sostanza riportabili alla fisica delle particelle, tutto è riconducibile a uno schema di tanti individui in interazione fra loro: la materia è fatta di atomi, gli atomi sono fatti di particelle più piccole, la società è fatta di individui; viene negato ogni effetto dovuto alla complessità e alla rete di relazioni. Tutto sarebbe divisibile e schematizzabile;

- il determinismo, cioè l’assunzione secondo la quale gli eventi sono determinati completamente da altri eventi precedenti. Si ha come conseguenza che lo stato del mondo in un certo momento è sufficiente a stabilire il suo stato in un momento successivo.[…]

- il cartesianesimo, cui si è già accennato più volte e sul quale farò poi alcuni commenti: afferma il primato assoluto della ragione e la separazione drastica fra spirito e materia. E’ evidente ad esempio l’abuso che viene fatto normalmente del termine “più razionale” nel significato di “migliore”.
Si dà per scontato che il “razionale” sia un superamento migliorativo dell’ “istintivo” e dell’“emotivo”, senza analizzare il contenuto e il significato dei termini. Si può affermare che il cartesianesimo è la base filosofica dell’attuale civiltà occidentale. E’ evidente quali enormi conseguenze ha avuto, ad esempio, nella medicina la separazione mente-materia, che ha portato a considerare il corpo come una macchina con vita propria. Solo molto recentemente è nata una medicina un po’ diversa, appena tollerata, battezzata come “psicosomatica”, termine ancora abbastanza rassicurante per la ragione.
………………………………

Come prima osservazione ai punti sopra elencati, ricordiamo che Bateson chiama “follia riduzionista” l’idea che si possa descrivere con pienezza ontologica la Natura, che è molto più ricca di significato di quanto non sia possibile rappresentare. La complessità fisico-spirituale del mondo naturale è infinita: solo con la percezione intuitiva se ne può avere una pallida idea.
Il paradigma della semplificazione si basa su quella che è stata chiamata la “schizofrenica dicotomia cartesiana”, il dualismo fra il cogito soggettivo e la res extensa oggettiva. La scienza occidentale è stata fondata (fino alla prima metà del ventesimo secolo) sull’eliminazione del soggetto, nella convinzione illusoria che gli oggetti, esistendo indipendentemente dal soggetto, possano essere studiati in quanto tali.[….]

Note sui punti fondamentali della filosofia cartesiana
• Il dualismo spirito-materia è smentito dalla fisica moderna (come vedremo) e in particolare dall’interpretazione di Bohr-Heisenberg che nega l’esistenza di una realtà oggettiva esterna, cioè di un mondo energetico-materiale indipendente dalla psiche. Spirito e materia sono inscindibili.

• Il primato della ragione su emozione e sentimento è smentito dalla psicoanalisi. Il richiamo all’inconscio fa svanire in gran parte l’idea che il comportamento è conseguenza dei ragionamenti. Secondo le correnti psicoanalitiche più “estreme” tutto è guidato dall’inconscio che si costruisce i ragionamenti come giustificazioni apparenti.

• Il “Cogito. Ergo sum” è una proposizione illusoria. Già nella premessa (Penso) è implicita la conclusione (Quindi sono).

Infatti non è evidente un “io” pensante, ma soltanto un pensiero variabile. La sua condensazione in un ego distinto e autonomo è un passaggio arbitrario, perché in realtà non viene constatata l’esistenza di una entità permanente chiamata “io”, ma solo un flusso di pensieri in perenne mutamento, una successione incessante di stati mentali in continua variazione. In altre parole, dal fluire di pensiero (nel divenire), Cartesio fa un passaggio arbitrario ad una entità stabile (nell’essere).
Pensare è un processo. Essere è uno stato. Quando penso, il mio stato mentale cambia nel tempo. Come può l’ego cui si riferisce restare lo stesso?
Dall’idea di un ego individuale, autonomo e permanente è nato poi il concetto di società come somma di tante individualità che interagiscono.

Osservazioni all’idea corrente di progresso
Ciò che viene automaticamente chiamato progresso, cioè un aumento di tecnologia, non corrisponde sempre a un miglioramento: viene visto come tale solo in base a una scala di valori precostituita ed arbitraria.
In particolare, in seguito al cosiddetto progresso:

- i luoghi diventano sempre più brutti: basta rivedere un posto a distanza di anni per rendersene conto;

- non è vero che il cosiddetto “tempo libero” sia aumentato: le popolazioni tribali, o civiltà tradizionali, passano la maggior parte del loro tempo dedicandosi all’aspetto spirituale-magico della vita e non a “sgobbare” per la sopravvivenza;

- aumentano psicopatie, criminalità, droghe, suicidi, depressioni: ciò significa che la serenità mentale peggiora decisamente; del resto non è tenuta in alcun conto nella scala di valori della civiltà industriale;

- si manifesta necessariamente una sorta di razzismo culturale, dato che si viene a considerare la civiltà occidentale “migliore” delle altre, perché la sua scala di valori e
il suo modo di vivere vengono imposti a tutta l’umanità.

Anche l’idea che le culture dove si conosce la scrittura siano migliori delle culture tramandate oralmente non è poi così evidente: le modalità orale e scritta sono aspetti complementari di pari dignità. Dove si è interiorizzata completamente la scrittura si sono perse le “modalità” e le percezioni della trasmissione orale.
Si tratta di equilibrare i due aspetti, non di “progredire” da uno all’altro. Anche l’idea della “storia” fa parte di un retaggio culturale particolare: spesso i cosiddetti “popoli rimasti fuori dalla storia” sono semplicemente quelli che non hanno mai fatto guerre.[…]


Non c’è quindi alcun parametro per valutare una cultura migliore o “più avanzata” di un’altra. Il concetto di progresso è un’invenzione di qualche modello, non un fatto evidente.
Comunque, anche nella cultura occidentale, ci sono alcuni segni che indicano l’inizio di un lento tramonto del concetto di progresso.

Riassunto
Riassumiamo le origini del concetto di sviluppo e quindi della crisi ecologica:

- L’idea biblica di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi. Con la concezione di un “Dio distinto dal mondo” è stato facile togliere di mezzo la Divinità (materialismo-marxismo) e sostituire il “diritto divino” con il “merito selettivo”. Così non è cambiato nulla: la stessa mano distrugge la foresta amazzonica e la taiga siberiana.

- Solo la nostra specie “ha l’anima”. Il concetto è stato aggravato dalla filosofia cartesiana, secondo la quale c’è una distinzione netta e insanabile fra lo spirito e la materia, che non si incontrano e non interferiscono: l’uomo sarebbe anche “spirito” (oltre che corpo), mentre gli altri esseri viventi sarebbero solo “materia”, cioè macchine. Il pensatore francese ne era così convinto, che pare abbia gettato un gatto dalla finestra per dimostrare la sua certezza che “non poteva soffrire”.
Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea ha aggravato il preesistente “diritto divino”. Con il materialismo, ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia, vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi di “natura originaria” per allietarsi la vita: questa è l’ecologia di superficie.



Note al Capitolo

(20) Vilma Baricalla – Gli animali hanno un’anima? da Lo specchio oscuro – Ed. Satyagraha, 1993
(21) La citazione di Locke è tratta dal libro: Jeremy Rifkin - Entropia – Ed. Mondadori, 1980.
(24) Vilma Baricalla - Gli animali hanno un’anima? da Lo specchio oscuro - Ed. Satyagraha, 1993.


Per integrare cliccare su: ECOLOGIA PROFONDA


Fonte: Libro "Ecologia profonda" (Pangea edizioni, 1996)
 

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