26/09/2006 Wilderness  
Un omaggio ad alcune figure dello spirito Wilderness

Una dedica ad alcune autorevoli figure dello spirito Wilderness: Henry David Thoreau, John Muir, Sigur Ferdinand Olson, Robert “Bob” Marshall e Aldo Leopold
(estrapolato da scritti di Franco Zunino tratti da: documenti Wilderness anno XI n°4 ottobre/dicembre 1996, anno XIV n°4 ottobre/dicembre 1999, anno XV n°4 ottobre/dicembre 2000, anno XVII n°1 gennaio-marzo 2002, anno XX n°4 ottobre-dicembre 2005)

1. H. D. Thoreau

“Ecco, ecco Walden, lo stesso lago tra i boschi che scopersi tanti anni fa; dove lo scorso inverno fu abbattuta una foresta, un’altra ne sta sorgendo, presso la riva, e più rigogliosa che mai” - H. D. Thoreau.
Prima di Thoreau altri parlarono della natura selvaggia da un punto di vista filosofico, ma Thoreau è stato il primo a parlare espressamente della natura selvaggia come “Wilderness”, terra vergine e sconosciuta, e soprattutto il primo a sentire la necessità di una conservazione da farsi con atti del governo politico dei paesi. Molti conoscono il saggio di Thorea Walden; or, Life in the Wood, tradotto e pubblicato forse in ogni parte del mondo........
La natura selvaggia, e soprattutto la semplicità della vita in essa, lontano dal consumismo e dalle mille esigenze della civiltà, sono il perno della sua riflessione diffusa in Walden, un saggio che, sebbene contempli sublimi pagine di argomenti conservazionistici ed il lettore ambientalista possa estasiarsi a leggerle, scoprendo quanto attuali esse siano ancora oggi, e nella descrizione della natura si possa intuire quanto amore Thoreau le portasse di per sé, al naturalista può anche risultare prolisso e noioso come ogni trattato di filosofia.
A mio parere, invece, il vero saggio naturalista e conservazionista in senso moderno, dove essere espresse le vere radici della filosofia e dell’Idea Wilderness, sono racchiuse in un altro libro nel quale si può pienamente comprendere il pensiero conservazionista di Thoreau ed il suo istintivo legame con la natura selvaggia,...... un libro che tratta la naturalistica narrazione delle sue esplorazioni per diletto nei boschi selvaggi del nord est degli Stati Uniti: Maine Woods (I boschi del Maine).
E’ in questo volume che si può meglio comprendere il Thoreau naturalista e ambientalista, etnografo e geografo; qui egli ha riportato le sue più profonde riflessioni sulla natura selvaggia e sull’esigenza di una sua conservazione mediante leggi prima che essa sparisca del tutto; qui egli ha scritto che In wilderness is the preservation of the world (La salvezza del mondo sta nella natura selvaggia), la frase che più lo ha reso famoso tra gli ambientalisti; qui egli già parla espressamente di conservazione, giungendo a proporre la costituzione dei Parchi Nazionali, ad “inventarli” oserei dire, per difendere le foreste selvagge dallo sviluppo e per preservare la gente pellerossa che ancora le vivevano e che già in buona parte si era estinta in quella zona dell’America settentrionale con l’incalzante avanzare della civiltà dei bianchi che lui vedeva come nefasta........
Henry David Thoreau, naturalista, filosofo ed agrimensore (come viene presentato nelle biografie) nasce a Concord, nel Massachusetts, il 2 luglio 1817. Si laurea in letteratura nel 1837. Dopo gli studi diviene discepolo dell’allora già famoso filosofo Ralph Waldo Emerson, un’altro dei cosiddetti filosofi della natura selvaggia, nell’abitazione del quale poi si stabilì per un certo periodo, divenendone una specie di maggiordomo. Il 4 luglio del 1845 si trasferisce sulle rive del lago Walden (poco più di uno stagno) a soli alcuni chilometri da Concord, di proprietà degli Emerson, dove si costruisce una capanna e dove vivrà in una specie di eremitaggio e più o meno stabilmente per circa due anni; soggiorno e riflessioni di questo periodo diverranno poi argomento del suo libro più famoso, Walden, che uscirà nel 1854.
Nel frattempo (nel 1846), già avvezzo a viaggiare per esplorare il mondo della natura che lo circondava......., ed anche in seguito nel 1853 e nel 1857, effettuerà alcune escursioni nei boschi (ma sarebbe meglio dire foreste, data lo loro composizione ed estensione) del Maine, dai cui appunti di viaggio trarrà poi quello che è il suo libro più incline alla wildeness come percezione filosofica, maturando anche le prime ideee per una sua conservazione mediante atti governativi quale unica possibilità per impedirne l’incivilimento.
Ammalatosi di tisi a causa di un’infreddattura contratta trascorrendo all’aperto una fredda giornata di dicembre per contare gli anelli di due ceppaie di noce americano e di quercia bianca, dopo un ultimo viaggio naturalistico e curativo nel Minnesota, muore il 6 maggio del 1862, lasciandosi dietro una immeritata fama di scrittore fallito.
Non è il caso qui di aggiungere altro su questo padre di un’idea che solo di lì ad un secolo avrebbe trovato i suoi massimi sostenitori. Thoreau è passato, ma ha lasciato una traccia indelebile dietro di sé, una traccia che, come la foresta che egli cita nella frase che è riportata nel sottotitolo di questa iniziale nota, risulterà comunque vincitrice sull’invadenza dell’uomo; perché il seme delle sue idee è germogliato e la foresta di pensiero che ha creato non solo vive ancora oggi, a quasi centocinquantanni dalla sua morte, ma è saldamente proiettata nel futuro.

2. John Muir

In effetti John Muir può certamente considerarsi il primo vero conservazionista d’America e del mondo. Prima di lui ci sono stati dei grandi ed emeriti naturalisti, studiosi delle scienze naturali e viaggiatori, esploratori e geografi, ecc, ma mai nessuno fece quel salto di qualità che spinse John Muir a divenire un tale fervente conservazionista come pochi poi se ne videro sul finire del secolo IX° e nella prima metà del XX°. Se non ideò lui il concetto di Parco Nazionale, fu certamente lui quello che ne interpretò maggiormente la funzione preservazionista, di “isola” del mondo naturale da difendere dall’invadenza dell’uomo. Basti ricordare che già nel 1869 pur lieto dell’interesse della gente verso le bellezze della natura, sembrava preoccuparsi degli aspetti negativi del nascenti fenomeno turistico cui assistette, mentre ancora oggi ci si ostina a considerare il turismo un fattore positivo per i Parchi solo per il fatto che queste istituzioni vengono considerate aziende capaci anche di creare economia e posti di lavoro (come se ci fosse bisogno per un Parco per ciò!). Fautore della protezione integrale dei boschi di Sequoia e della Sierra Nevada, quale inestimabile valore naturalistico, così ebbe a scrivere del fenomeno turistico che già stava prendendo piede in quell’abbozzo di Parco chiamato Yosemiti Valley: “Curioso spettacolo questa gente che procede in fila indiana in mezzo alla foresta in abiti vistosi, spaventando gli animali selvatici; si direbbe che perfino i grandi pini ne siano disturbati e gemano di sgomento”.
Era nato in Scozia nel 1838, trasferitosi giovanissimo negli Stati Uniti, sulla trentina iniziò a viaggiare come studioso della natura, dopo che per un incidente presso l’officina in cui lavorava (e dove, novello Leonardo, inventò anche apparecchiature meccaniche) stette per perdere la vista; quel fatto lo trasformò, facendogli comprendere quanto importante fosse la bellezza del Creato, e spingendolo a decidere di dedicare il resto della sua vita ad essa.
Da studioso delle scienze naturali viaggiò per tutti gli Stati Uniti, dal Winsconsin alla Florida, alla California e fino alla lontana Alaska ed anche nell’America meridionale, osservando e annotando di fiori, piante, animali, rocce e ghiacciai; eppure più interessato alle emozioni che tutto ciò gli dava che non ai dati scientifici: “parte della bellezza del mondo è costantemente sotto i nostri occhi e basta a far fremere ogni nostra più intima fibra; tante ne sappiamo godere, anche se i nodi della creazione sono al di là della nostra comprensione”. Un amore verso le cose del creato che ebbe il culmine quando visitò la California e letteralmente rimase affascinato della bellezza di alcune delle vallate divenute poi famose, come quella di Yosemite, con le loro alte pareti rupestri incise dai ghiacciai, scroscianti di cascate ed ombrate da foreste di Sequoia. Tale fu il suo fervore in loro difesa, da convincere infine il governo degli Stati Uniti ad istituirvi uno dei primi Parchi Nazionali, ampliando il preesistente nucleo protetto della vallata di Yosemite - che prima ancora del Parco di Yellowstone per la sua bellezza già era stata sottoposta a tutela nel 1861. E qui avrebbe gettato la pietra miliare del moderno ambientalismo quando, dopo aver ottenuto l’istituzione di altri due Parchi Nazionali, solo di lì a pochi anni, dovette battersi contro tutti i poteri e gli uomini che anche lo avevano aiutato ad istituirli, i quali cedettero alle lusinghe della civiltà che avanzava e diedero il permesso di costruire una diga nella vallata gemella di Yosemite, la Hetch Hetchy, allagandola per poter rifornire d’acqua la sempre più esigente città di San Francisco in forte espansione. Fu una battaglia persa per John Muir, l’ultima perché sarebbe morto l’anno dopo, nel 1914, all’età di 76 anni.
A sostegno delle sue idee aveva fondato il Sierra Club, la ancora oggi nota associazione posta tra ambientalismo ed alpinismo, la prima che in America inizò a battersi per la preservazione della natura selvaggia, ed ancora oggi una di quelle più emerite. Se Thoreau fu solo un filosofo della Wildeness, Muir fu il primo a battersi espressamente per la sua preservazione. Per lui i grandi spazi dell’America che fino ad allora tutti cercavano di conquistare erano la casa in cui vivere (“andare in montagna è tornare a casa”) e la causa per cui vivere: “la battaglia per la conservazione della natura continuirà indefinitivamente. Essa è parte della universale battaglia tra il giusto e l’errore”.
“... (i suoi schizzi, ndr) poco infatti possono dire a chi non abbia a sua volta veduta tanta natura selvaggia, e come un linguaggio abbia imparato a decifrarla. Questi monti benedetti sono così colmi della bellezza di Dio che non v’è spazio per le nostre meschine speranze ed esperienze personali. Bere quest’acqua spiumeggiante, respirare quest’aria che freme di vita è puro piacere e il corpo intero percepisce il calore del fuoco e i raggi del sole non solo con gli occhi, ma con tutta la pelle. Ma non si può spiegare a parole quest’aura di piacere estatico e appassionato in cui si muove. Si ha l’impressione in questi momenti che il corpo sia omogeneo ad essa e solido come cristallo”.

3. Sigurd F. Olson

Figlio di emigrati svedesi, nacque a Chicago nel 1899 e morì nel Minnesota nel 1982. E’ stato uno dei leader storici del movimento Wilderness, ma è anche ritenuto il massimo scrittore/naturalista d’America…….. Olson aveva una capanna su di un promontorio in uno dei tanti laghi che costellano il Minnesota ai confini col Canada; lì egli scrisse la maggior parte dei suoi libri. Quel promontorio, che egli aveva battezzato Listening Point (“promontorio di ascolto”, letteralmente tradotto, anche se il senso vero – ed ormai filosofico – che Olson gli ha poi voluto dare è piuttosto quello di “posto di ascolto”), divenne il luogo dove egli si ritirava a vivere e ad ascoltare il mondo della natura…..
Se Aldo Leopold aveva della Wilderness un senso di etica ecologica, l’idea di Sigurd Olson era basata su una “sensazione di bellezza”. Questa definizione racchiude emblamaticamente tutto lo spirito di Olson……..
Crebbe nella zona dei grandi laghi tra il Wisconsin ed il Minnesota, ma “fu la vasta regione di oscure foreste ed intricata serie di laghi e fiumi della Boundary Waters Canoe Area (BWCA) che divenne infine la casa del suo cuore e lo sfogo della sua passione: Durante gli anni del mio girovagare nel grande Nord canadese, egli ricordava, scoprii l’importanza degli spazi aperti. In quelle spedizioni c’era il tempo di pensare durante lunghe ore di ininterrotto pagaiare, ed io appresi che la vita è una serie di orizzonti aperti, senza che mai uno termini prima che in lontananza già ne appaia un altro”.
“Per quasi sessant’anni, da che l’aveva conosciuta (la zona della BWCA, n.d.r.), Olson si sarebbe battuto per mantenerla priva di strade, di dighe, di barche a motore, di alberghi, ed i suoi cieli privi di aereoplani”. Aveva quell’amore verso il mondo naturale che può sentire solo chi vi è cresciuto dentro, quasi mai visitatore nel senso che oggi si dà al termine, quanto parte integrante di quei grandi spazi in cui amava perdersi per lunghi periodi in interminabili viaggi, quasi sempre in canoa, attraverso fiumi e laghi del nord Minnesota e del Canada. In quei luoghi egli viveva alla pari con tutto quanto lo circondava, accomunato ad essi, cogliendo non soltanto la visione di paesaggi, di posti, di animali e di fiori, ma anche apprezzando tanto la visione di un cervo o di uno scoiattolo quanto il suono del vento o lo scrosciare della pioggia, la luminosità delle stelle, o il silenzio di quelle immensità selvagge; cogliendo quella che lui definì “singing wilderness” nel suo primo libro: il suono, la voce, la musica della wildeness, il suo canto: l’armonia dei luoghi selvaggi, che è uguale per tutti quanti lo sappiano ascoltare, perché, come egli scrisse, “everyone has a listening point somewhere” (ognuno ha un posto di ascolto da qualche parte).
Questa è la sua lezione più grande, quella che ha diffuso nei suoi tanti scritti e libri: la sua eredità per tutti noi.
Egli fu un “profeta di gioia”, un poeta della Wilderness”. E, forse, per chi lo ha conosciuto intimamente, quest’ultima potrebbe essere la più bella definizione del suo personaggio……
Là dove tutti parlavano di natura in termini tecnici e scientifici, egli aveva riempito le pagine dei suoi libri con descrizione emotive, facendo vivere anche al lettore quei luoghi e quei momenti che egli descriveva.
“Senza amore per l’ambiente naturale, la conservazione è priva di significato o scopo, perché solamente un profondo ed intrinseco sentimento per l’ambiente può giustificare la sua preservazione” (Sigurd Ferdinand Olson).

4 - Robert “Bob” Marhall

La storia di Robert “Bob” Marshall, ritenuto “uno degli americani che più ha influenzato l’evoluzione della conservazione della Wilderness”, fondatore della Wilderness Society americana, la prima organizzazione al mondo totalmente dedita alla preservazione della Wilderness, ha inizio propro là dove il “Forever Wild”, il “Concetto di Wlderness, il selvaggio per sempre, trovò la sua prima applicazione: nell’Adirondack Forest Preserve. Fu lì che egli scoprì la sua grande passione per gli spazi aperti e fece le sue prime esperienze di vita nella natura selvaggia, soprattutto vero maniaco delle escursioni che oggi verrebbero definite alpinistche e delle lunghe camminate. Per tutta la sua breve vita egli soffrì del fatto di non essere nato cent’anni prima, all’epoca dei grandi esploratori Lewis e Clark……..ma si appasionò eccezionalmente per gli sconfinati spazi dell’Alaska.
Robert Marshall nacque a New York il 2 gennaio 1902, figlio di un noto avvocato costituzionalista e convinto conservazionista. L’impegno conservazionista di suo padre finì ovviamente per influenzare lo spririto di Bob Marshall, essendo egli stato uno dei maggiori promotori della Adirondack Forest Preserve (ogg nell’Adirondack State Park) dello stato di New York. Fu, infatti, suo padre Louis, ad “inventare” quello che poi passerà alla storia come il Concetto del “ferever wild” o Concetto di Wilderness; cioè impegni legislativi per una tutela la più duratura possibile di almeno alcune zone selvaggie…….
Fu però la sua leggendaria passione per il camminare ad iniziarlo alla Wilderness…… Si laureò in scenze forestali e nel 1933 entrò nel Servizio Forestale Nazionale. Fu inviato a Missoula, nel Montana, dove fece le sue prime esperienze come giovane forestale ed assistente. Lì trascorse i suoi anni più gioiosi, dove potè soddisfare la sua passione di camminatore instacabile nella natura selvaggia delle foreste demaniali circostanti. Oggi quei luoghi fanno parte di una delle più vaste Aree Wilderness d’America, a lui dedicata……. Fu poi nominato Direttore Forestale dell’ufficio per gli Affari Indiani, poi la sua attività nel settore pubblico si espanse nel 1937 quando venne spostato a dirigere la Divisione per la Ricreazione ed i Terreni, un incarico che fu praticamente creato apposta per lui.
Marshall era un uomo pratico, ed un conservazionista convinto, che si battè non tanto per la diffusone della filosofa Wilderness medante libri ed altri scritti (che pure lo resero famoso, con titoli quali: The People’s Forests, Artic Village, Alaska Wilderness) quando per ottenere la protezione delle rimanenti aree di Wilderness degli Stati Uniti. Con dovizia di precisione preparò un inventario quando più completo possibile delle potenziali Aree Wilderness e quando, nel 1939, il Servzio Forestale prese infine in considerazione la sua idea e quella di Leopold di riconoscere come protette delle aree Wlderness, fu propro dall’elenco di Robert Marshall che vennero estrapolate e protette le prime Primitive Areas, Wild Areas e Wilderness Areas…….
Ma il grande merito di Robert Marshall resta la sua decisione di far nascere un’associazione che si dedicasse espressamente alla protezione della Wilderness….. e così nacque la The Wilderness Society….. Fu, infatti, grazie all’impegno di quest’Associazione e degli amici e compagni di Marshall, se di lì a quasi trent’anni il Congresso americano potè approvare il famoso Wilderness Act, dando finalmente un ufficiale riconoscimento nazionale alle Aree Wilderness, con una legge che prevede un impegno di vincolo tra i più sicuri e severi del mondo.
Come detto il suo grande amore fu l’Alaska ed era da poco tornato da uno dei suoi quattro viaggi in quelle terre selvagge quando Robert “Bob” Marshall improvvisamente morì, l’11 novembre del 1939, per un attacco di cuore. Aveva 37 anni.
Sigurd Olson definì Marshall “uno dei migliori scorridori della wlderness del continente, con nel sangue l’amore per i grandi spazi aperti; uno dei pù grandi campioni che la causa della wilderness abba perso, un uomo il cui amore per le zone selvagge era profondo e sincero, un uomo che ha avuto il coraggio di battersi per le cose in cui credeva”.

5 – Aldo Leopold

Aldo Leopold nacque nel 1887 a Burligton, Iowa, figlio di immigranti di origine tedesca. Iniziò ad occuparsi dell’ambiente come naturalista e cacciatore, per finire convinto conservazionista: “La conservazione è uno stato di armonia tra l’uomo e la natura”, sosteneva. Per approfondire questo suo interesse si iscrisse a quella che fu la prima facoltà di scienze forestali americana, aperta presso la prestigiosa Università di Yale. Nel 1909, appena laureatosi, venne assunto nel Servizio Forestale degli Stati Uniti d’America. In un’epoca che si era appena lasciata alle spalle il mito della Frontiera, fu mandato a prendere servizio come Supervisore delle Foreste Demaniali del Nuovo Messico. Laggiù scoprì il valore delle zone selvagge rendendosi conto del patrimonio che di esse era compreso nelle terre federali e di come stesse velocemente riducendosi. Ma in quegli anni Leopold ebbe modo di vivere anche un’esperienza che lo marchiò nel profondo, quando sparò ad una lupa e vedendola morire ebbe la sensazione di leggere negli occhi di quell’animale una condanna per ciò che aveva fatto e stava ancora facendo nel sostenere lo sterminio dei pradatori, ovunque considerati nocivi. Su questa esperienza scrisse allora uno dei saggi più noti, dal titolo “Thinking like a mountain” (Pensare come una montagna”)…….. pensieri che furono il punto di svolta di tante sue cognizioni, che poi lo portarono al concetto dell’Etica della Terra dove in natura nulla è inutile e tutto è collegato.
Fu però solo nel 1919 che Aldo Leopold maturò il convincimento che almeno una quota di quelle zone selvagge dovevano e potevano essere preservate, fermare almeno in qualche luogo lo sviluppo, mettendo da parte il valore commerciale delle foreste viste solo come fornitrici di legname…… maturò quindi in lui l’idea di lasciare allo stato wilderness particolari luoghi, perché Wilderness era il termine che in America si usava per indicare i luoghi rimasti selvaggi, inesplorati, vergini o comunqque non manipolati dall’uomo…….
Ma se l’impegno per divulgare e preservare sempre più aree di Widerness fu fatto proprio dall’amico Robert “Bob” Marshall, Aldo Leopold preferì poi approfondire l’aspetto filosofico del conservazionismo, dell’ecologia e della biologia della selvaggina. Nel 1933 lasciò il Servizio Forestale per divenire Professsore di Gestione della Selvaggina presso l’Università del Wisconsin…….
Attraverso una multitudine di esperienze e di analisi dei suoi interessi, finì per scoprire, ma forse si potrebbe dire “inventare”, l’ecologia moderna, lo studio dell’insieme dei fattori e delle cose, animate ed inanimate, che formano lo scenario vitale che infine lo portarono a quell’Etica della Terra per cui divenne famoso…….. The “Land Ethic” è ritenuto il suo saggio più profondo, composto riunendone tre che già aveva scritto sulla conservaazione e l’ecologia: per una biografo, questo saggio “fu, e rimane, uno straordinario documento, il punto fermo del tragitto geografico e spirituale di Leopold”.
Ma la fama maggiore Aldo Leopold la dovette all’ultima delle sue opere, ed esplose dopo la sua morte, quando il volume al quale aveva lavorato in infinite revisioni negli ultimi anni di vita venne infine edito: “A Sand County Almanac”. Un’opera che racchiude temi che spaziano dalla poetica letteratura ambientalista, alle scienze naturali, alla preservazione della Wildderness, alla caccia, all’emotività che spinge l’uomo al mondo della natura. Un’opera più nata dal cuore e dallo spirito che non dalle conoscenze tecnico-scintifiche che aveva riservato agli altri volumi; un grido d’amore verso quel mondo naturale per il quale aveva vissuto e che aveva nella Widerness il suo fondamento…… Una Bibbia ecologica ancora oggi insuperata e continuamente stampata in nuove edizioni. Come gà scritto si deve ricordare che Leopold fu “l’inventore” delle Wilderness Areas ed artefice della prima di esse. Ma lui fu anche convinto cacciatore, ma ciò non stride con i principi di conservazione poiché egli praticava un’attività venatoria quasi filosofica, ricca di elementi agnostici, atavici, di sensazioni spirituali, di pareteticità con la preda, ben lungi, nella maggior parte dei casi, dall’attuale modo di praticare la caccia sportiva (scrisse numerosi trattati dedicati all’aspetto venatorio della natura).
Aldo Leopold cessò di vivere il 21 aprile del 1948, per un attacco di cuore (su Aldo Leopold si legga anche quanto scritto nei capitoli: ecologia, il concetto di wilderness, etica della terra).


Fonte:
 

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