24/10/2006 Conservazione dell  
L'Ecologia profonda e le aree protette

L’istituzione di aree protette rappresenta un passo importante e decisivo per la salvaguardia di interi ecosistemi e per la protezione della flora e della fauna. Tuttavia tali aree non possono essere considerate sufficienti ad una vera conservazione del mondo naturale se non sono accompagnate da una visione unitaria, profonda ed ecocentrica di tutta la realtà biotica e abiotica. Fermarsi alla protezione superficiale di questa e quella area senza mutare radicalmente il pensiero antropocentrico, non solo non garantirà realmente alcun successo alla conservazione del mondo, ma vanificherà la stessa creazione delle specifiche aree “protette”.
L’istituzione di tali aree muove dalla necessità di assicurare una valida difesa degli spazi vitali ancora totalmente o parzialmente incontaminati, al solo scopo di proteggere la natura. Ma occorre purtroppo rilevare che nella realtà storica tale nobile intento è spesso prevaricato da motivazioni derivanti da interessi antropici di tipo turistico-ricreativo; non a caso il primo parco nazionale istituito nel mondo, quello di Yellowstone, nacque sotto il segno di una siffatta ambiguità originaria. Accade a volte che, aree nate col genuino intento di salvare la natura vedano successivamente stravolgere il loro “status” a causa “dell’esplosione” turistica che inevitabilmente apporta costruzione di strade, di punti di ricezione, di rifugi, di sentieri e di altre strutture, spesso sollecitate dagli interessi economici delle popolazioni che vivono in contiguità col parco. E' soltanto da sperare che una siffatta contaminazione di intenti non coinvolga col passare degli anni i grandi parchi che si estendono in zone disabitate come quelle del Canada e della Siberia, ma non si pecca di eccessivo pessimismo se si profetizza anche per quelle aree un futuro gravido di insidie. Per quanto attiene in particolare alle problematiche afferenti alle aree protette che si sviluppano in territorio italiano, occorre sconsolatamente osservare che l’alta densità demografica della penisola genera spesso situazioni conflittuali tra l’amministrazione dell’area e le popolazioni locali, da cui consegue un confronto dialettico che si conclude spesso con compromessi che vanno immancabilmente a scapito della natura (occorre “indennizzare” le popolazioni locali per evitare o ridurre lo sviluppo di attività non compatibili con l’ambiente o finanziare invece ogni iniziativa compatibile con la tutela del territorio). E' perciò auspicabile che nel futuro non vengano vanificati gli statuti dei parchi, né si verifichino cedimenti nei confronti di egoistiche pressioni di tipo economico. Ovviamente, occorre ricordare, le popolazioni locali non vengono affatto considerate quando si opera in località del terzo mondo o in ogni caso in località dove gli abitanti del luogo non hanno un “peso” politico e sociale. L’uomo occidentale distrugge l’ambiente e poi chiede ai “locali” i sacrifici. Perché spesso si parla di spostare interi villaggi da un luogo all’altro per determinati interessi (per esempio per la deviazione di un corso d’acqua o per la costruzione di una diga) ma stranamente quegli spostamenti non riguardano mai luoghi “altolocati” (proviamo a chiedere di spostare Manhattan!!!). Il “peso” che un’area protetta scarica sulle eventuali popolazioni locali deve essere assorbito da tutta la comunità che deve farsi carico delle operazioni nell’interesse collettivo. Mettere in condizioni di “far produrre” un’area protetta per favorire i locali, significa, sicuramente favorire i locali, ma significa anche distruggere l’obiettivo che si era posto per la conservazione reale di un territorio (leggasi in prima istanza “sviluppo turistico”). Quindi, come si esporrà più compiutamente poco oltre, occorre operare con la politica dell’indennizzo e del decentramento delle attività a forte impatto in luoghi a bassa valenza ambientale.
E' importante notare che l’istituzione di aree protette può assolvere anche il compito di scongiurare l’estinzione di animali o di piante che soltanto con un’adeguata tutela possono sopravvivere. Un emblematico esempio di protezione di specie animali conseguente all’istituzione di un’area protetta è il salvataggio dell’orso bruno marsicano e del camoscio d’Abruzzo grazie alla creazione del Parco Nazionale d’Abruzzo.
Da queste considerazioni appare chiaro che, attesa la estrema gravità del degrado ambientale, occorre intervenire radicalmente, senza compromessi, ponendo la salvaguardia dell’ambiente in posizione preminente rispetto a qualsiasi altro interesse; ciò può essere spesso conseguito, almeno in parte del territorio, attraverso l’istituzione di aree protette, nelle quali non solo è limitato o precluso l’intervento umano, ma a volte la presenza dell’uomo è tassativamente vietata (riserve di tipo integrale). E' da tenere inoltre presente che, ove una riserva voglia effettivamente esplicare la propria funzione protettiva, deve inglobare una vasta porzione di un territorio che si configuri come un’espressione completa, armonica ed omogenea sotto l’aspetto territoriale, fitologico e zoologico (un’area protetta deve essere più grande possibile, ma sempre in riferimento alla qualità ambientale e non alla “strumentalizzazione” del territorio per estendere fortemente la superficie del parco con chiari intenti “speculativi” economici). E' inoltre necessario che l’area protetta sia circoscritta entro una fascia di rispetto esterna che funga da ammortizzatore tra l’area protetta stessa e il restante territorio antropizzato. Purtroppo però aree realmente protette di tipo integrale, oltre che limitate numericamente, hanno quasi sempre un’estensione di scarso rilievo, il che deriva certamente dal fatto che questo tipo di protezione tutela realmente l'ambiente ma non indulge ad interessi di natura economica. Scrive Dorst (1988): “Agli occhi dei naturalisti, la prima e più importante misura da adottare è la costituzione di riserve naturali integrali poste sotto il controllo dell’amministrazione pubblica e in cui sia tassativamente proibita qualsiasi azione umana, tendente a modificare gli habitat o ad apportare perturbazioni di qualsivoglia genere ed entità alla fauna o alla flora. In queste riserve la natura deve essere lasciata a se stessa, come se - in teoria - l’uomo non esistesse”.
Con quanto detto sinora non si vuole affatto affermare che tutte le aree protette debbano essere precluse alle persone, trascurando in tal modo l’importante funzione educativa e di ricreazione spirituale che a volte quelle possono svolgere per la sensibilizzazione delle masse alla protezione dell’ambiente. Ma, per fare ciò è necessario imporre severi vincoli poiché un’area protetta è un’oasi di natura, e non un giardino pubblico. Quindi si consideri pure l’apertura di parchi nazionali e di riserve naturali almeno nelle parti meno delicate, ma a condizione che la presenza umana, vuoi quella connessa ai visitatori occasionali, vuoi quella rappresentata dalle comunità locali, sia rigidamente controllata ed armonizzata al ritmo della natura.
Alcune volte appare utile l’istituzione di aree protette “orientate” nelle quali si mira a ripristinare le condizioni naturali compromesse dall’attività antropica; tale obiettivo si consegue a volte mediante la reintroduzione di specie faunistiche presenti in epoche anteriori e distrutte dall'uomo, altre volte attraverso l'eliminazione di opere umane come strade, dighe, costruzione di altri manufatti, ecc. Ovviamente questo tipo di intervento potrà essere attuato solamente in quelle aree che presentino condizioni abbastanza integre, che abbiano un minimo di capacità di ripresa e conservino la potenzialità necessaria ad accogliere le precedenti forme di vita. In altri termini se in un’area si vuole reintrodurre una specie faunistica che era presente in passato, non basta proteggere solamente tale area per procedere senz'altro alla reintroduzione della specie, ma è necessario accertarsi che in quelle località ci siano ancora le condizioni necessarie a che la specie animale reintrodotta possa affermarsi e prosperare nuovamente. Se la gestione reputasse utile dar corso ad una qualche forma di reintroduzione all'interno dell'area protetta, dovrebbe far precedere gli eventuali interventi da lunghi e meticolosi studi, come ad esempio: raccolta delle testimonianze storiche sulla passata presenza della specie, individuazione delle cause che hanno determinato la scomparsa della specie, rilievi sulle esistenti condizioni ecologiche dell’area al fine di appurarne la compatibilità con le specie da reintrodurre (se la specie reintrodotta ha un vasto areale di spostamento, occorre valutare anche le “reali” condizioni ambientali e protezionistiche dei territori circostanti al fine di garantire condizioni idonee alla specie reintrodotta anche se sconfina dalla Riserva/Parco). Gli interventi ritenuti scientificamente attuabili dovranno ridurre al minimo le manomissioni del territorio (se p.e. sarà necessario costruire recinti di acclimatazione, occorre ubicarli in luoghi a basso impatto ambientale, preoccupandosi altresì di costruirli con strutture poco appariscenti).
Sarebbe gravissimo errore procedere all'introduzione o reintroduzione di specie animali o vegetali storicamente assenti nella zona oppure reintrodurre specie animali che, pur non trovando nella Riserva le condizioni ecologiche necessarie per la loro sopravvivenza (p.e. le fonti alimentari), vengano mantenute esclusivamente con aiuti umani artificiali. Altrettanto grave errore sarebbe quello di reintrodurre una specie per soli fini estetici (molti esempi ci vengono offerti dall’operato degli Anglosassoni come in Gran Bretagna, in Nuova Zelanda, in Australia).
La nascita di un’area protetta dovrebbe quindi essere motivata esclusivamente dall’esigenza di conservare il territorio fine a se stesso, ponendo da parte qualsiasi fine utilitaristico diretto. La realtà dei fatti però smentisce in molti casi questa considerazione perché, come già detto in premessa, ancora non si avverte la mutazione del pensiero umano, sempre rivolto ai propri egoistici e miopi interessi. E’ quanto mai opportuno ricordare le parole scritte in merito da Franco Zunino che ci aiutano, senza altri approfondimenti, ad esporre chiaramente il nostro punto di vista (da Wilderness Documenti Anno IX n°2, 1994). “La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita”.
Lo spirito che sta all’origine dell’istituzione delle aree protette non può essere stato che questo: decidere di non interferire con l’intelligenza nella logica delle cose naturali che succedono in un certo luogo. Almeno, questo è quello che si coglie leggendo più di una relazione, discorso od atto relativo alla nascita dei primi parchi nazionali del mondo sul finire del secolo scorso e all’inizio del nuovo. Ed è questo il significato vero, originario, che, solo, dovremmo dare al termine conservare: lasciare tutto come è!
E’ ovvio che sia poi stata la logica dello sviluppo a prendere comunque il sopravvento, a fare in modo che questo semplicissimo concetto venisse alterato, riportando le istituzioni che sono i parchi nella logica del profitto dalla quale idealmente le avevamo sottratte. John Muir alla fine del secolo scorso disse che “la battaglia per la conservazione della natura continuerà indefinitivamente, perché essa è parte dell’universale battaglia tra il giusto e l’errore”. Aveva ragione, perché da allora nulla è cambiato! Solo, per meglio comprenderlo, bisognerebbe sostituire i termini: giusto = conservazione, errore = sviluppo.
Ovviamente la decisione di voler conservare un certo luogo per sè e di per sè, se non altro come conseguenza o come scopo per questa scelta, può anche scaturire da disparate motivazioni: perché il luogo è insolito per bellezza, o perché è l’ultimo lembo di uno stato ambientale che a causa di un sovrasviluppo è sparito quasi ovunque, o perché ne siamo innamorati per la sua usualità nella nostra vita. Se questo principio, perché un principio ritengo che sia, fosse sempre stato tenuto presente quando si sono costituiti parchi e riserve, pur riconoscendo l’esistenza delle dette motivazioni come spunto per la sua applicazione, sono certo che sì, oggi avremmo un numero assai minore di “aree protette” ed “aree protette” più piccole, che potremmo realmente definire, considerare e presentare al mondo come tali!
Settant’anni dopo la nascita dei nostri parchi nazionali storici, Abruzzo e Gran Paradiso, anche la difesa, la conservazione dei loro angoli più belli, più di valore scientifico, più amati, è ancora in forse! Questa è la conseguenza della continua mancata osservanza di quel principio.
Ancora assistiamo quotidianamente alla battaglia interpretativa sul perché di quelle leggi istitutive e sul come vadano applicate per realizzare le finalità che premettevano e promettevano. Ancora ritorniamo a visitare questi parchi scoprendo sempre qualcosa di antropico in più là dove ricordavamo essere natura. Sempre meno natura e sempre più “umanità”, un processo ripetitivo propagatosi di parco in parco come una malattia inarrestabile. Ciò perché nel nostro Paese il principio di cui ho detto non è stato praticamente mai realmente posto come fondamento alla progettazione ed istituzione di un parco o di una riserva naturale.
Nella stragrande maggioranza dei casi i parchi nazionali, regionali ed altre aree protette, sono stati voluti, progettati ed istituiti con alla base un principio economicista piuttosto che conservativo. Si sono istituiti dei parchi come si sarebbe potuto creare delle strutture o “holding” turistiche. Si è tentato di dare o voler dare, con un parco, quelle stesse cose che hanno dato o si vorrebbe dare con certe iniziative di promozione turistica quali bacini sciistici, centri residenziali, porticcioli, eccetera. Ed è in ciò che sta l’errore di base perché, mentre nulla impedisce ad un centro turistico di adeguarsi sempre di più per soddisfare la richiesta di mercato, per un parco si finisce per creare attorno ai parchi o nei parchi stessi, tanti piccoli centri che producono economia, cosicché il parco divenga anch’esso una fonte di guadagno, di posti di lavoro, di soddisfazione turistico-ricreativa, eccetera; in buona fine, si viene a fare di un parco tutto l’opposto di quello che un parco dovrebbe divenire. Tutto ciò perché, si sono sempre confusi i due principi - quello conservativo e quello economico - mettendoli su un piano di parità, mentre il secondo dovrebbe essere solo subalterno. E, addirittura, per le forze politiche subalterno è finito per divenire il primo! E’ sufficiente leggere certi rapporti, articoli giornalistici, interviste a politici ed autorità, per comprendere come nella nascita di ogni nuovo parco la logica prima non è già di conservare un angolo di natura per motivazioni etiche, bensì di risolvere i problemi economici e occupazionali di una regione.
Ancora oggi questa logica domina in assoluto tra le forze politiche e tra quelle, ed è più grave, ambientaliste più politicizzate: parco uguale a risorsa economica per lo sviluppo di aree depresse. E’ un binomio consuetudinario. Ecco quindi parchi con territori enormi per tutelare aree di scarso valore; ecco quindi vincoli che non esistono o talmente “adattabili” da permettere ogni forma di intervento; ecco quindi che questo “male di non protezione” vengono a soffrire anche quelle parti centrali dei parchi che invece, uniche, meritavano il parco e la rigida tutela che un parco presuppone. Certo, inversamente facendo si sarebbe salvato, conservato, un territorio con vincoli severi su minore spazio: ma nella logica dei politici e politicanti non si sarebbero stanziati miliardi e miliardi per “valorizzare” il parco, per fare del parco un centro turistico e grande resa economica.
Parco come investimento, quindi, non già come garanzia di tutela di un qualcosa di bello, unico, o di valore scientifico a prescindere dal prezzo economico che potrebbe avere per la società o vi si potrebbe ricavare “valorizzandolo”............
Ci si continua a chiedere cosa debba rappresentare un’area protetta, quando questa domanda è quasi pleonastica tanto è semplice la risposta: ovvero, alla difesa di un luogo affinché non muti mai più nell’aspetto esteriore.
Si continua a legare strettamente la concezione di parco alla politica economica, i parchi come investimento, mentre i parchi sono e dovrebbero restare solo cultura e valori interiori in quanto dovrebbero sempre prescindere da quello che di economico potrebbero anche dare.
Ecco quindi e perché la logica del profitto legata ai parchi. I parchi che devono rendere. Così in questa logica, per farli rendere, si scende ai compromessi più deleteri se non per essi come istituzioni, almeno per i complessi ideologici che devono preservare, per la bellezza dei luoghi, per le aspettative dei visitatori più sensibili i quali vengono a perdere in qualità di sentimenti, di emotività, di gioia.
Una delle certezze degli ambientalisti è il non voler riconoscere che i parchi rappresentano dei sacrifici per chi li vive; che i parchi facciano paura agli abitanti locali per i vincoli che impongono. Ed è su questa certezza che poi viene basata la logica dei parchi legata al profitto. Ma è vero invece il contrario! E il problema va risolto non già istituendo dei parchi che non facciano paura (quello che si sta facendo da noi): perché sarebbero ( e sono) dei falsi parchi! Va risolto istituendo dei parchi coscienti del fatto che i parchi sono un lusso, se lo vogliamo dire con un brutto termine. Quindi è giusto che questo lusso lo paghi la società tutta facendo in modo che ciò non avvenga solo sulle spalle di chi li abita, di chi ne è “proprietario” per radici sociali.
Alla logica del profitto va opposta la logica che ovunque un parco arrechi un danno, un aggravio, questo danno e questo aggravio vanno pagati, indennizzati, operando quindi con una logica esattamente opposta a quella del profitto. Solo così i parchi potranno essere degli organismi democratici inseriti in un sistema democratico senza che perdano la loro funzione primaria.
Che un parco possa portare ricchezza a piccoli centri o a singoli individui od anche a nuclei famigliari è un dato assodato ed anche estremamente ovvio, ma non bisogna fare di questo fatto, o fatti, delle motivazioni con valori assoluti e ripetibili per giustificare l’istituzione di altri parchi, perché non potrà mai essere così per tutti i parchi, per tutti i centri dei parchi, per tutti gli abitanti dei parchi.
I parchi devono essere concepiti ed esistere come valori culturali, spirituali; se poi da tali valori ne sprigionano anche degli interessi tangibili, ma senza che li si debba prostituire a questo fine, allora ben vengano questi interessi: ma solo come si offre una mancia per un buon servizio, non per pagare il conto!
E’ illusorio ritenere che un parco possa “pagare il conto”, portare tanta ricchezza quanta ne porterebbe la stessa area lasciata allo sviluppo normale ed imprenditoriale del libero mercato. E’ questa la grande menzogna che accompagna la nascita dei nostri parchi; il male oscuro per cui si continua a lottare prima per istituire i parchi, poi per salvarli da questa logica della “valorizzazione”, del profitto, su cui vengono fondati.
Toccasana di questa logica è il turismo. Del turismo ebbe a dire lo scrittore francese Jean Mistler: “è quell’attività consistente nel trasportare persone che starebbero meglio a casa propria in luoghi che sarebbero migliori senza di loro”. C’è in questa frase la filosofia più profonda del perché di un parco che “rende” secondo la logica del profitto, finisce col non essere più quell’istituzione la cui finalità doveva essere la conservazione di un luogo, l’istaurazione di un qualcosa di per sé, divenendo invece solo un qualcosa al servizio del turismo e del sistema economico.
I parchi vanno invece prioritariamente istituiti per salvare, conservare un luogo.......”.
In alcune regioni italiane, paradossalmente, gli assessorati alle aree protette sono a volte associati al turismo e allo sport. Ciò la dice lunga! Inoltre, le regioni presentano le proprie aree protette non come realtà territoriali di vera e disinteressata conservazione della natura, ma piuttosto come aree destinate a “produrre” a “rendere” ad essere “utilizzate”. La “produttività dei parchi”, uno dei slogan che sta più a cuore degli amministratori, ma anche a buona parte degli ambientalisti, si realizza appieno con le guide regionali ai servizi e alla fruizione turistica. Le aree protette, infatti, vengono presentate secondo ciò che “offrono” di più umano possibile: aree attrezzate, centri visita, musei, sentieri autoguidati, percorsi ciclabili, percorsi ginnici, percorsi a cavallo, piste per sci di fondo, sentieri segnati, ecc. La logica è ancora una volta quella dell’ “uso” della natura, magari ricreativo, turistico, ma sempre dell’uso. Occorre però ricordare che la parola conservazione è sempre in contrasto con qualsiasi attività di massa dell’uomo. Un po’ di minimalismo non farebbe certo male alla società contemporanea.


Fonte:
 

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