25/10/2006 Ecologia profonda  
L'Ecologia profonda e un mondo in antitesi alla natura

Lo “sviluppo” tecnologico e scientifico.
Un mondo in antitesi alla natura


“Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold).

Nell’era dei personal computer, e del tutto elettronico, appare quasi anacronistico scrivere una lettera a mano, o leggere un libro di sera, senza guardare la televisione. La vita tecnologica condiziona ormai il modo di vivere e, quel che più preoccupa, la condizionerà maggiormente nell'avvenire, fino a trasformare l’uomo in una sorta di robot, non più mosso dai sentimenti ma soltanto da impulsi elettrici. Alcuni scienziati e sociologi affermano con convinzione che proprio la tecnologia consentirà di salvare il pianeta terra dall’autodistruzione, giacché l’affinamento della ricerca si tradurrà nella realizzazione di macchine poco inquinanti, di basso consumo e più efficienti. Ora, è inutile sottolineare l’inattendibilità di un’affermazione del genere, poiché se può essere vero che l’avanzare della tecnologia porta al miglioramento della qualità, è pur vero che, sotto la spinta della pressione demografica, è inevitabile che non si tenga conto del grado di pericolosità delle nuove scoperte, non osteggiate dall'autorità politica a causa delle rilevanti implicazioni sociali che il problema comporta. Anche la scoperta dell’energia nucleare sembrava immune da effetti nocivi, invece poi - come sappiamo - quella innocua scoperta ha partorito la bomba atomica e il disastroso “effetto Chernobyl”. Alla stessa stregua si asseriva che le ricerche genetiche non avrebbero dato luogo a degenerazioni di sorta, poi da quelle sperimentazioni sono nati mostri che gli apprendisti stregoni non sanno esorcizzare. Qualche cosa di simile accadde nel XVIIIº e XIXº secolo, quando dalle ricerche condotte per puro spirito di conoscenza da Lavoisier, Gay Lussac, Boyle, Mariotte e Avogadro, si arrivò man mano alle applicazioni dei nostri giorni, quando l'abnorme crescita dei consumi collettivi, ha prodotto un grado di inquinamento chimico che, in modo diretto, o mediato, rischia di estinguere la vita sul pianeta terra. E. Goldsmith (1997) ci ricorda che “il progresso è antievolutivo e anti-Via che serve a sconvolgere l’ordine cruciale dell’ecosfera e a ridurne la stabilità”, mentre T. Roszak asserisce che “noi non siamo caduti tra le braccia di Gog e Magog: vi siamo progrediti”. J. Dorst (1990) a proposito dello sviluppo della scienza ci ricorda che “Di questa immensa e ingenua fiducia si è crudelmente abusato. La scienza non ha impedito le guerre, le violenze, le ingiustizie: le ha anzi rese più acute. I vantaggi da essa procurati sembrano controbilanciati dagli inconvenienti. Ogni progresso sembra farsi ripagare, talvolta dispendiosamente, con svantaggi ancora maggiori. La fisica delle particelle ci ha istruito sulla struttura della materia: noi ne abbiamo approfittato per creare l’arma nucleare. La chimica ha permesso di sintetizzare sostanze fino ad allora sconosciute e di proteggere le coltivazioni dagli attacchi dei predatori: ma noi abbiamo inquinato le terre, i mari e i fiumi riversando prodotti indistruttibili, generatori di problemi....”. Basta fare un’altra semplice riflessione: la grande foresta nordica, la Taiga, una volta al riparo dell’azione distruttrice dell’uomo grazie al suo isolamento geografico e ai rigori del suo clima, sta incominciando a vedere la caduta massiccia al suolo dei suoi giganti, al pari di quelli dell’Amazzonia, giacché la dilagante tecnologia produce macchine capaci di lavorare in quelle zone, con quel clima. Esordisce Kaczynskj nel suo manifesto (1997): “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Esse hanno incrementato a dismisura l’aspettativa della vita di coloro che vivono in paesi ‘sviluppati’ ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni, diffuso sofferenze psicologiche, inflitto danni notevoli al mondo naturale..... “. Scrive Dalla Casa (1996): “Il concetto di progresso è invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso solo se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.
Il termine ‘sviluppo’ significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane”. Incalza Charles Russel (in Devall & Sessions, 1989): “Un pionere è un uomo che giunge in una terra vergine, cattura con le trappole tutte le bestie da pellicccia, uccide tutta la selvaggina, estirpa le radici (...). Un pioniere distrugge le cose e chiama questo civiltà”.
Konrad Lorenz (1984) asseriva che l’evoluzione non è di necessità finalizzata a un concetto di “meglio”, i meccanismi di adattamento non si identificano nelle idealizzazioni dell’uomo. L’attuale spinta evolutiva verso la tecnocrazia è una corsa verso il declino. “La società tecnologica estrania gli uomini non solo dal resto della natura, ma anche da se stessi e dagli altri; genera necessariamente finalità e valori distruttivi capaci spesso di compromettere l’interazione fra collettività salde e vitali e il mondo naturale.
La visione tecnologica del mondo ha come immagine ultima la totale conquista e il dominio della natura e dei processi naturali spontanei - l’immagine di un ‘ambiente totalmente artificiale’ rimodellato in base a norme umane e gestito dall’uomo per l’uomo” (Devall & Sessions, 1989).
E’ bene riflettere su quanto scrive Dalla Casa (1996): ” Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.
La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione delle scienze fisiche ad opera di Newton. La causa principale sono state le idee di Cartesio.
Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente, ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso sul Pianeta: la civiltà industriale.
E con essa è scoppiato il dramma ecologico”.
L’aberrante visione antropocentrica di Cartesio prende le mosse dalla sua netta distinzione tra “spirito” e “materia”. Solo l’uomo ha “il possesso” dello spirito, quindi tutto il resto, materia inerte, è a sua completa disposizione, forte anche dell’idea biblica “di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi” (Dalla Casa, 1996). Tutto il mondo naturale vivente o non vivente è una sorta di grande macchina che si muove solamente sotto impulsi meccanici e metodici (gli animali per esempio sono solo degli automi che non provano alcuna sensazione o dolore). Al pensiero di Cartesio si associa quello di Locke, proteso, senza alcun rimorso, alla manipolazione, al controllo ed alla distruzione del mondo naturale. Completa il quadro Bacone che vede nel dominio della natura l’unica vera “missione” dell’uomo. Altri autori di rilievo ebbero invece una visione ben diversa delle cose (p. e. Leibniz), ma le loro filosofie non riuscirono ad imporsi come quella di Cartesio che invece divenne la colonna portante di tutto “lo sviluppo” occidentale (Dalla Casa, 1996). Sulla neutralità della scienza dinanzi alle concezioni metafisiche annota con acutezza Dalla Casa (1996): “La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera ‘ovvio’ ed ‘acquisito’. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza mascroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero ‘ripetibili’”.
Scrive ancora Della Casa (1996): “Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea ha aggravato il preesistente ‘diritto divino’. Con il materialismo, ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia, vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi di ‘natura originaria’ per allietarsi la vita: questa è l’ecologia di superficie”.
A proposito dell’intervento della tecnologia per il superamento dei problemi ambientali scrivono Devall & Sessions (1989): “Chi pratica la resistenza ecologica non accetta che esistano solo soluzioni puramente tecniche a problemi sociali in modo riduttivo (come l’inquinamento atmosferico). Questi problemi non sono altro che sintomi di questioni più ampie. Le soluzioni tecnocratiche presentano tre grandi pericoli. Il primo sta nel credere che far ricorso all’ideologia dominante e alla tecnologia sia l’unica soluzione accettabile. Il secondo pericolo è l’impressione che si stia facendo qualcosa mentre di fatto il problema reale continua a sussistere: aggiustare alla meglio distoglie dal ‘vero lavoro’. Infine c’è il pericolo di credere che nuovi esperti - come gli ecologi professionisti - possano trovare la soluzione al problema, mentre c’è il rischio che diventino gli addetti alle pubbliche relazioni di imprese ed enti con l’unico obiettivo di ottenere potere e profitto”.
Integra il discorso R. Galli (in Gamba & Martignitti, 1995): “Tra i prodotti dell’intelligenza e dell’attività umana la tecnologia è sicuramente quello che più di ogni altro è considerato responsabile del progressivo deterioramento del rapporto tra uomo e ambiente. All’impiego diffuso e persuasivo della tecnologia si attribuiscono infatti, in primo luogo, i grandi mutamenti che l’uomo ha prodotto nel mondo naturale; non a caso per indicare il nuovo ambiente che ne è risultato è stato coniato il termine di tecnosfera. La storia della costruzione della tecnosfera si confonde con la storia dello sviluppo tecnologico ed entrambe con quella dell’emergere della questione ambientale......”.
La società contemporanea non è impostata sulla sobrietà e sull’equilibrio stazionario, ma sul consumo e sullo spreco delle risorse, in netta antitesi con la dinamica degli elementi naturali. Anche l’ex presidente degli Stati Uniti d’America (Clinton), simbolo dell’opulenza, dell’occidentalismo e del consumismo (gli americani sono il 5% della popolazione mondiale e consumano come il 35% - Storer et al., 1984), il 27 giugno 1997 in una dichiarazione alle Nazioni Unite ha asserito che la terra è in allarme rosso, sull’orlo di una crisi ambientale irreversibile. Ma poiché le questioni ambientali sono solo “formali” e non sostanziali, da simili discorsi non segue mai nulla di concreto e di esecutivo ma solo promesse di cambiamenti, parametri ipotetici da rispettare e così via. Nessun intervento radicale e rivoluzionario viene sostenuto anche se siamo in allarme rosso: “l’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno da fare per rendere il viaggio più confortevole” (E. Severino). Gary Snyder (1992) ci ricorda che “Se cercassimo davvero di insegnare loro i valori della civiltà occidentale.....non faremmo che vendere l’ideologia dell’individualismo, dell’unicità umana, della speciale dignità umana, dell’illimitato potenziale dell’Uomo, della gloria che arride al successo...... Dopo il protestantesimo, il capitalismo e la conquista del mondo, tutto sommato è forse questo il punto di arrivo della cultura occidentale”. Doug Peacock (da Snyder, 1992) riassume la cultura occidentale con tre assunti “Introversione ebraica, narcisismo greco, dominio cristiano”. Kaczynskj nel suo manifesto ci ricorda (1997): “Solo con la rivoluzione industriale l’effetto della società umana sulla natura divenne veramente devastante. Per alleviare la pressione sulla natura non è necessario creare un tipo particolare di sistema sociale; occorre solo liberarsi della società industriale. Ma anche quando questo principio fosse accettato esso non risolverebbe tutti i problemi. La società industriale ha recato inoltre un tremendo danno alla natura e passerà molto tempo prima di poterne curare le ferite. Persino le società preindustriali possono arrecare danni significativi alla natura. Nondimeno, liberarsi della società industriale realizzerà un grande progetto. Alleggerirà, nei suoi aspetti più devastanti, la pressione sulla natura così da poter rimarginare le sue ferite. Toglierà alle società organizzate la capacità di aumentare il loro controllo sulla natura (inclusa quella umana). Qualunque tipo di società possa esistere dopo il decesso del sistema industriale è certo che la maggior parte delle persone vivrà vicino alla natura, perché in assenza di tecnologia avanzata non vi è altro modo in cui la gente possa sopravvivere. Per alimentarsi dovranno tornare a essere contadini, pastori, pescatori, cacciatori, ecc. E, in generale, l’autonomia locale dovrà tornare a svolgere un ruolo significativo perché la mancanza di una tecnologia avanzata e di comunicazioni rapide limiteranno la capacità dei governi o delle altre grandi organizzazioni di controllare le comunità locali”.
Anche J. Dorst che è certamente un uomo di scienza e uno strenue difensore della ricerca scientifica sente la necessità di allarmare il mondo, attraverso le sue opere, per il profondo impatto ecologico che l’uomo riversa sull’intero pianeta. Scrive infatti (1990): “La civiltà industriale, spinta fino all’assurdo, sembra così portare in sé i germi della propria distruzione. La sua accelerazione prodigiosa fino al parossismo costituisce un esempio tipico di un fenomeno ben conosciuto dai biologi che studiano l’evoluzione delle stirpi animali. Una caratteristica apparsa con modestia si sviluppa progressivamente favorendo sempre più l’animale; la sua ulteriore esagerazione le fa presto superare i limiti della nocività: essa diventa allora contraria agli interessi stessi della specie, non avendo più alcun valore di adattamento. Molte specie sono sparite, nel corso delle ere geologiche, in seguito allo sviluppo mostruoso di una dello loro caratteristiche. Ciò che è vero per un animale lo è altrettanto per civiltà che hanno creduto per un momento che la loro crescita irragionevole fosse sinonimo di potenza e che sono sparite bruscamente, vittime del loro gigantismo........ Non si pensi dunque con distacco alle culture che sono crollate con il passare dei secoli: la salute della nostra civiltà, così complessa e per questo stesso motivo così fragile, è una pura apparenza. I sintomi, il cui elenco si allunga continuamente, ce lo ripetono con insistenza”.
E’ fuori dubbio che alcune scoperte della scienza ci hanno portato dei vantaggi e del “benessere”, almeno per lo stile di vita contemporaneo (si pensi al campo medico, farmacologico, meccanico o ingegneristico), nè si può obiettare alcunché alla lunga lista di “utilità” che, almeno in apparenza, la scienza ci offre (almeno per coloro che ci credono!). Questo però non dà la licenza ad una fede cieca ed acritica nei riguardi della ricerca scientifica e dell’operato degli addetti ai lavori. Non può certamente farsi di tutta un’erba un fascio ma occorre uscire fuori dagli schemi della mente contemporanea che par muoversi solo sotto gli impulsi del razionalismo e del meccanicismo. Scrive Bates (1970): “Mi sembra inutile, arrivati a questo punto, tentare di compilare una lista dei vantaggi specifici venuti alla civiltà da queste applicazioni della scienza, dato che i vantaggi, la “utilità della scienza” sono stati adeguatamente messi in risalto da tutti coloro che si sono presi il compito di “divulgare” la scienza..........
I vantaggi sono reali, ma mi domando se sono così grandi come i nostri divulgatori ci vorrebbero far credere....... L’intero concetto di progresso è qualche cosa che si è insinuato nella nostra mente con l’avvento e lo sviluppo della scienza, cosicché diviene difficile per gli scienziati sfuggire completamente al compito e alla responsabilità di determinarne la direzione e la velocità......
Soprattutto negli ultimi secoli siamo sfuggiti ai meccanismi che mantengono l’equilibrio e i rapporti nella comunità biotica. Siamo andati a briglia sciolta, come un’erbaccia introdotta in un nuovo continente. Abbiamo conservato il tasso di natalità a cui si era adattata la specie nella sua evoluzione attraverso la vita selvaggia del Pleistocene, e contemporaneamente abbiamo alterato radicalmente la natura e l’incidenza dei fattori che provocano la morte. Il risultato è una densità di popolazione che va al di là di ogni ragione, di qualsiasi possibilità di sostentamento, e non si vede ancora la fine”.
Sulla responsabilità morale della scienza moderna Hosle (1992) evidenzia che “Se paragoniamo il sapere biologico del nostro tempo con quello di Aristotele, il progresso è incommensurabile; ma se paragoniamo la sua consapevolezza della necessità dell’integrazione degli esseri viventi nella totalità dell’essere con il rifiuto da parte della moderna scienza della natura di riflettere sulle premesse filosofiche del proprio operato, allora ci assale il dubbio se questa evoluzione possa essere definita sotto tutti i rispetti come progresso; e per concludere, verrebbe voglia di parlare di decadenza se si paragonasse il senso di responsabilità morale proprio della scienza antica con il rifiuto, anzi con l’incapacità dello scienziato moderno di rispondere sul piano morale delle vaste conseguenze del proprio operato......
Son ben lontano da voler idealizzare il passato......; ma l’uomo non aveva il potere che oggi è nelle sue mani. E’ la sproporzione tra potere e saggezza che dà motivo di preoccupazione; e dal punto di vista storico questa sproporzione non può che coincidere con uno sviluppo del potere dell’uomo sulla natura quale soltanto la società industriale può consentire”.
Tornando ancora al manifesto di Kaczynskj (1997): “Immaginiamo un alcolizzato di fronte a una botte di vino. Immaginiamo che egli cominci col dire a sé stesso: ‘Il vino non ti fa danno se usato con moderazione. Perché, dicono, le piccole dosi di vino ti fanno persino bene! Non mi farà alcun male sorseggiarne un po’’. Sappiamo bene come va a finire. Non dimenticare che la razza umana rispetto alla tecnologia è un alcolizzato di fronte a una botte di vino”.
Concludiamo il paragrafo con una profonda riflessione di Fukuoka (2001): “L’uomo si vanta di essere l’unica creatura con la capacità di pensare. Pretende di conoscere se stesso e il mondo naturale, e crede di poter usare la natura a proprio piacimento. E’anche convinto che intelligenza sia sinonimo di forza e che qualsiasi cosa lui desideri sia alla sua portata.
L’umanità, evolvendosi, compiendo progressi nella scienza e ampliando smisuratamente la sua cultura materialistica, si è via via allontanata dalla natura ed è finita per costruirsi una civiltà propria, come un bambino capriccioso che si ribella alla madre. Tuttavia queste frenetiche attività, queste città gigantesche, hanno portato l’uomo verso gioie vuote e disumanizzate, verso la distruzione del proprio ambiente, mediante lo sfruttamento indiscriminato della natura. La dura punizione per esserci allontanati dalla natura e averla depredata delle sue ricchezze, si è manifestata con l’impoverimento delle risorse naturali e alimentari, gettando un’ombra oscura sul futuro del genere umano. Dopo aver aperto gli occhi sulla gravità della situazione, l’uomo ha finalmente cominciato a considerare il da farsi, ma, a meno che non sia disposto a un serio esame di coscienza, non potrà fare a meno di seguitare sulla via della totale rovina.
Estraniatosi dalla natura, l’esistenza umana diventa vana, la sorgente vitale e la crescita spirituale si inaridiscono. L’uomo si ammala e si indebolisce sempre di più a causa della sua strana civiltà che altro non è se non una inutile lotta per un frammento di tempo e di spazio”.
Il concetto che i processi mentali siano superiori nell’ambito umano è un’argomentazione del tutto pretestuosa, spocchiosa e che sa tanto di un ennesimo accentramento antropocentrico. Goldsmith (1997) ci chiarisce bene il concetto: “L’idea che i processi mentali dell’uomo siano categoricamente distinti da quelli di altri animali è un’assunzione gratuita che non si basa su nessuna conoscenza valida di alcun tipo. In particolare, è gratuito sostenere, come fa attualmente la scienza ufficiale, che solo gli esseri umani siano ‘intelligenti’ - tanto più che il termine non è mai stato definito in modo soddisfacente. Dichiaratamente, abbiamo dei test d’intelligenza, ma, come osserva Herrick, ‘non sappiamo esattamente che cosa misurino’. Alcuni autori, tra i quali Ashis Nandy, sostengono che l’intelligenza è poco più che ‘ciò che è misurato dai test d’intelligenza’”.




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