05/11/2006 Ecologia profonda  
L'Ecologia profonda e lo stile di vita

“Come l’albero non finisce con le punte delle sue radici o dei suoi rami, e l’uccello non finisce con le sue piume e col suo volo, e la terra non finisce con i suoi monti più alti: così anch’io non finisco con le mie braccia, i miei piedi, la mia pelle, ma mi espando di continuo con la mia voce e il mio pensiero, oltre ogni spazio e ogni tempo, perché la mia anima è il mondo” (N. H. Russel, indiano Cherokee).
Il mondo della vita scorre come un fiume, a tratti placido a tratti impetuoso, e lungo il suo possente cammino accoglie nel suo letto tutti gli elementi dell’ambiente circostante e delle proprie interiorità. Si sente ormai nel cuore che occorre mutare il proprio stile di vita, occorre chiudere il cerchio per uscire dall’infame mondo dello “spirito” contemporaneo per collocarsi, quanto più possibile, alle parti marginali, per non ritrovarsi in punto di morte (parafrasando un po’ Thoreau) incatenati alle assurdità, alle sudditanze ed essere stati complici della morte della natura per poi non fare altro che amaramente comprendere di non aver vissuto.
Nei secoli che precedettero l’Evo moderno il rapporto di dipendenza che intercorre tra un individuo e l’altro, e - con più ampia accezione - tra un individuo e la società che lo esprime, era di una semplicità estrema, ed egualmente semplici erano le conseguenti sovrastrutture socio - politiche. La produzione agricola, fondamento dell’economia, era affidata ad una società di contadini al cui interno ogni singola unità familiare costituiva un “unicum” economicamente autarchico. Si consumavano carboidrati, proteine e grassi che erano prodotti in proprio, si filava e si tesseva la lana ricavata dalla tosatura degli armenti, e si illuminavano le modeste dimore con le lucerne alimentate dall’olio ricavato dai propri oliveti.
Si coglie qui l’opportunità fornitaci dal riferimento alla lucerna per effettuare un raffronto tra quella convivenza “arcaica” e la convivenza di oggi: quando una famiglia appartenente a quell’antica società decideva di accendere la lucerna non doveva compiere che un atto semplice, sottratto ad ogni mediazione, riempiva cioè la lucerna con l’olio conservato nei grandi recipienti di terracotta; l’accensione di una lampadina elettrica è invece oggi un atto che mette in moto una centrale (p.e. la centrale atomica Phoenix in territorio francese), attiva una condotta elettrica ad alta tensione, e mette in moto tutta una serie di sinergie e di controlli che la grande distribuzione di energia richiede. L’accensione della lampadina è una esemplificazione che vuole emblemizzare l’odierna complessità tecnica - economica del rapporto consumo/produzione ma, com’è ovvio, vi sono altre migliaia di consumi che attivano rapporti altrettanto complessi, anzi spesse volte di una complessità ben maggiore, articolata com’è in innumerevoli variabili. “L’uomo ha smarrito la propria via nella giungla della chimica e dell’ingegneria, e dovrà ritornare sui suoi passi, per quanto doloroso ciò possa essere. Dovrà scoprire dove ha sbagliato, e far pace con la natura. Nel far questo, forse potrà riacquistare il ritmo della vita e l’amore per le cose semplici della vita, che saranno per lui una gioia che si rinnova ogni giorno” (R. St. Barbe-Baker in Goldsmith, 1997).
Occorre altresì sottolineare che la maggior parte dei consumi oggi disponibili esprime una straordinaria forza di seduzione nei confronti dei potenziali utilizzatori; così, ad esempio, la disponibilità di una sfarzosa illuminazione, o dell’acqua corrente e del riscaldamento automatico, ci dà l’illusione di essere più liberi perché più ricchi della facoltà di scelta, ma in effetti solo chi fa luce con la fiamma dell’olio che ha prodotto, solo chi va ad attingere l’acqua del torrente, solo chi si riscalda al fuoco della legna che ha precedentemente raccolto, può dirsi un uomo veramente libero, in quanto la sua personalità non si lascia manipolare dalla catena “esasperazione dei bisogni - consumo - produzione”. Parafrasando J.J. Rousseau si può affermare che eravamo nati liberi, e ovunque siamo in catene. “The mass of men lead lives of quiet desperation” (La maggior parte degli uomini trascorre una vita di quieta disperazione - Henry D. Thoreau).
Non a tutti appare chiaro che il modello di sviluppo basato sulla predetta catena non è un archetipo della natura, né affonda le proprie radici lontano nel tempo, ma è al contrario una costruzione umana abbastanza recente, anzi potremmo dire quasi contestuale al nostro tempo, se consideriamo che, per diversi, lunghi millenni, altri furono i rapporti economici che regolavano la convivenza civile. Il sorgere dell’organizzazione capitalistica della società, e perciò della produzione di massa, si fa risalire da alcuni al XVI secolo col nascere delle prime città commerciali, da altri al processo di industrializzazione avviatosi nella seconda metà del settecento; tra i fattori che si pongono alla base di tale processo, v’è nell’Inghilterra del XVI secolo la recinzione (enclosures) delle terre di uso comune e la loro appropriazione da parte dei latifondisti, col conseguente esodo della popolazione rurale verso le città, ove essa si trasformava in manodopera per la nascente industria. Il sorgere di grandi imperi coloniali, col conseguente afflusso di materie prime a basso prezzo, l’immissione di grandi quantità di metalli preziosi in Europa, l’effetto esercitato dalle “enclosures” di cui si è già detto, furono gli eventi che crearono le condizioni necessarie al sorgere del capitalismo moderno attraverso “l’accumulazione originaria”, alla quale contribuirono, secondo alcuni, anche la pirateria e la tratta degli schiavi.
Occorre considerare non di meno che il capitalismo ha attraversato diverse fasi storiche; quella che si distingue per l’incentivazione dei consumi ha inizio dalla crisi degli anni 30, quando - su suggerimento del Keynes - essa fu usata come antidoto alla grave depressione dell’economia mondiale. Ma quella che doveva rappresentare una fase congiunturale si è poi trasformata in una fase strutturale fino a raggiungere, tramite l’ossessiva aggressione pubblicitaria, la paradossale catena che abbiamo poco prima definita “esasperazione dei bisogni - consumo - energia”. Tuttavia la società occidentale capitalistica odierna non potrà perdurare nel futuro: il crollo repentino e globale sarà totale a meno che non rinunci alla “creazione” dei bisogni e ponga urgentemente in atto i provvedimenti indirizzati alla protezione dell’ambiente; ma questo è in netta antitesi con i principi stessi del meccanicismo capitalistico. Il clamoroso fallimento del distorto socialismo reale lascia momentaneamente e illusoriamente ampio spazio. La totale assenza dei rapporti unitari con le cose e con se stessi è la peggiore manchevolezza dell’uomo contemporaneo.

“Le mie parole non sono che una cosa sola.
Con la grandezza delle montagne,
Con la grandezza delle rocce,
Con la grandezza degli alberi,
Esse non sono che una cosa sola con il mio corpo
Esse non sono che una cosa sola con il mio cuore.
Voi tutti mi verrete in aiuto
Grazie al vostro potere soprannaturale.
E tu, giorno, E tu, notte!
Voi tutti mi guardate
E io non sono che una cosa sola con il mondo”
(Preghiera, Yokuts - in AA. VV., 1995)

Dalla Casa (1996) citando l’ecologo Paul Ehrlich, scrive: “Supponiamo di trovarci a salire su di un aereo e di vedere che c’è una persona che sta tranquillamente schiodando i rivetti, che sono un tipo speciale di chiodi che tengono insieme le lamiere dell’ala. Naturalmente allarmatissimi ci mettiamo a gridare all’uomo di smetterla: ma lui ci risponde di stare tranquilli perché non è la prima volta che lo fa (li rivende ad una ditta) e non è mai successo niente; anzi lui stesso sta per partire col medesimo volo, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ovviamente l’uomo non si rende conto che a furia di schiodare arriverà a togliere quel bullone che segna la soglia massima di resistenza dell’ala privata dei bulloni medesimi, e a quel punto succederà la catastrofe. La stessa cosa accade per il nostro pianeta: continuiamo con la più grande incoscienza ad eliminare una specie dopo l’altra, ed apparentemente non succede nulla nell’ecosistema globale. Ma ad un certo punto salterà tutto”.
Il mutamento del proprio stile di vita è dunque una tappa essenziale per la salvaguardia di tutti gli ecosistemi del mondo, ma sarebbe un grave errore considerare questi cambiamenti solo in qualche settore particolare. Scrive infatti Giovanni Salio (1989): “Occorre allora un cambiamento su più fronti, da quello culturale ed etico, a quello politico, normativo, relazionale, sociale tecnologico. Mi è difficile pensare che un cambiamento di queste proporzioni possa avvenire senza una filosofia di base ispirata sì ad una vita che renda gli esseri umani più felici, ma non attraverso un semplice edonismo materiale, che porta quasi inevitabilmente a una rincorsa senza fine di bisogni indotti, quanto piuttosto a uno stile di vita ispirato a una scelta di ‘semplicità volontaria’ che renda più ricchi interiormente, anche se più poveri esteriormente”. Integra il discorso Devall & Sessions (1989): “Nelle società industrial-tecnocratiche propaganda e pubblicità incessanti stimolano falsi bisogni e desideri distruttivi atti a favorire un aumento di produzione e consumo. Questo ci distoglie spesso dall’affrontare la realtà in modo oggettivo e dal cominciare il ‘vero lavoro’ di crescita e maturità spirituale”.
“Il risanamento della spaccatura fra la coscienza dell”uomo e la natura è tappa inalienabile per chi vuole vivere così come la natura pensava che avremmo dovuto vivere” (concetto tratto dalla terza e quarta parte del libro di D. LaChapelle, 1978 in Devall e Sessions, 1989).
Annota Giuseppe Moretti (1995): “C’è una precisa sequenza che traccia la genesi del rapporto uomo natura nella cultura occidentale:
- dalla natura totemica delle genti primarie, cacciatori raccoglitori, dove ogni forma di vita aveva un significato perché parte di un ampio e misterioso insieme (la natura selvaggia era la loro casa);
- alla natura madre delle genti divenute agricoltori allevatori, dove la natura era sacra, era madre/nutrice perché premiava con ricchezza di messi le loro fatiche;
- alla natura prodotto, dove le logiche matematiche nè misurano l’importanza ed il valore.
La natura non è più nè sacra nè totemica, ma merce di potere, di arricchimento o di semplice svago.
Noi apparteniamo a questa terza fase. Ogni giorno sul posto di lavoro, sui giornali, sul tram, nelle conferenze, ci viene ricordato che apparteniamo all’era moderna, che la natura è inscindibilmente parte di un’irrinunciabile crescita del PIL (prodotto interno lordo). Che non si può tornare indietro. Ma c’è una linea di pensiero, giunta sino a noi, custodita nelle liriche dei poeti, nelle visione dei mistici, nei miti, negli archetipi e nella saggezza delle genti semplici native, che ci parla di una continuità di immagine simbiotiche con il mondo naturale che troppo sbrigativamente abbiamo messo da parte.
Il recente fiorire di una sensibilità ecologica che chiede all’umano moderno di ‘fermarsi’, di ‘riflettere’, di far chiarezza su quello che è il proprio ruolo sulla terra, non è altro che la reazione dell’umano selvatico dentro di noi alla distruzione del verde delle foreste, della chiarezza delle acque, della salute del suolo. A questa consapevolezza istintiva deve seguire una ricostruzione concettuale e pratica della nostra appartenenza alla trama della vita. Una ricostruzione che, secondo Gary Snyder, è ‘istruita dal posto - informata sulla situazione eco-biotica, socio-politica e sulla storia sociale e ambientale del proprio luogo’”.

Per completare lasciamo la parola al sempre attuale pensiero di Rousseau che osserva: “Vivere non è respirare, è agire, è far uso dei nostri organi, dei nostri sensi, delle nostre facoltà, di tutte le parti di noi stessi che ci danno il senso della nostra esistenza. L’uomo che ha vissuto di più, non è quello che ha contato un maggior numero di anni, ma quello che più ha sentito la vita.
Tutta la nostra saggezza consiste in pregiudizi servili; tutti i nostri usi non sono che soggezione, molestia e angoscia. L’uomo civile nasce, vive e muore in schiavitù: alla nascita lo si serra nelle fasce; alla morte lo si inchioda in una bara; finché conserva aspetto umano è incatenato dalle nostre istituzioni. Osservate la natura e seguite la via ch’essa vi traccia.....”.


Ecco una bellissima poesia di Edgar Lee Masters su cui riflettere:

“Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio -
è una barca che anela al mare eppure lo teme.”

(George Gray di Edgar Lee Masters dalla traduzione di Fernanda Pivano,
nell’edizione Einaudi, Torino 1974).

“In un piccolo regno con poca popolazione,
farei sì che gli strumenti per dieci e cento uomini non fossero adoperati.
Farei sì che al popolo calesse di morire
E che lontano non se ne andasse,
che pur avendo carri e navigli
non vi salisse,
che pur avendo armi e corazze
non le schierasse.
Farei sì che tornasse alle cordicelle annodate
e di esse si servisse,
che trovasse gustoso il suo cibo,
belle le sue vesti, comoda la sua dimora,
dilettevoli i suoi costumi.
Gli stati vicinori si vedrebbero l’un l’altro,
le voci dei galli e dei cani
si risponderebbero l’un l’altra,
ma i popoli giungerebbero alla morte per vecchiaia
senza aver commercio l’un con l’altro”.

(Starsene per proprio conto, in Testi taoisti, UTET, 1977 da Devall & Sessions, 1989).

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”
Henry David Thoreau

“Mentre compi la tua scelta nella vita, non dimenticarti di vivere”
Samuel Johnson

“Non si può chiedere ad un lupo di diventare altro da sé. E’ una violenza. Difendi sempre la tua essenza contro ogni tentativo di esproprio. Scopri che animale sei e vai. Avrai fortuna. Segui la legge della natura. Sii te stesso. Questo è il mio augurio caro fratello mio......
Ricordati che ogni fiore selvaggio, anche se appassisce in fretta, prima di morire dona al vento infiniti semi....”.




Fonte:
 

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