09/11/2006 Bioregionalismo  
L'Ecologia profonda e il bioregionalismo: il senso del luogo

“Quando trovi il tuo posto lì dove sei, la pratica avviene” (Dogen).

La nostra frenesia quotidiana e il nostro stile di vita asettico e materialistico ci porta sempre più ad ignorare la conoscenza del posto in cui viviamo, alienando dalla mente ogni manifestazione naturale e bramando sempre uno status in continuo mutamento ma mai dinamico e creativo. Vivere in armonia con il luogo secondo un’esistenza equilibrata, armonica, profonda. Non è necessario tornare alle “caverne” ma semplicemente ad uno stile di vita consapevole dello spirito del proprio luogo. J. Muir“per vivere la natura selvaggia ed una vera vita” dava molta importanza allo sviluppo del senso del luogo.
La bioregione può essere giustamente definita come la migliore organizzazione naturale nel rapporto tra gli individui che cooperano tra di loro e lo spazio intimamente integrato ed unitario che li circonda. Scrivono Devall & Sessions (1989): “In un’epoca nella quale organismi governativi ed economisti discutono del ‘sistema mondiale dell’economia’ e degli usi militari dello spazio extratmosferico, volgere l’attenzione alle nostre bioregioni è un atto profondamente legato alla tradizione. La bioregione è il luogo migliore in cui cominciare ad acquisire consapevolezza ecologica.
La nozione di bioregione non è affatto nuova. Per Jim Dodge, ..... ‘è stata il princpio culturale che ha animato al novantanove per cento la storia dell’umanità ed è vecchia almeno quanto la coscienza’.
Un secondo elemento della bioregione è l’autoregolamentazione. Come dice Dodge ‘anarchia non significa essere fuori da ogni controllo, bensì non essere soggetto al controllo di altri’. Le comunità locali ispirate ad un interesse comune per la bioregione, per la crescita libera delle piante e degli animali del luogo, possono prendere decisioni riguardo ad azioni individuali e collettive nel rispetto dell’integrità dei processi naturali presenti. Aver cura di un luogo significa evitare lo sfruttamento.
‘Un terzo elemento che compone la nozione di bioregione è lo spirito’, spiega Dodge. Non esiste una pratica religiosa unica per questo significato di spirito bioregionale...... basata su intuizioni ecologiche profonde può essere espressa in svariati modi”.
Nel Nord America la visione della bioregione è molto sviluppata tanto che sono nati numerosi movimenti ambientalisti volti all’affermazione del “senso del luogo”. Tra questi merita un particolare cenno la fondazione Planet Drum, fondata nel 1973 da Peter Berg con sede in San Francisco. Pubblica regolarmente un giornale (Raise the Stakes) per la diffusione e l’approfondimento della filosofia bioregionalista. Ecco un breve stralcio (Welcome home!) del documento di apertura del I° Congresso Bioregionale del Nordamerica del 1984 (tratto da AA. VV., 1994): “Sempre crescente consenso sta ricevendo l’idea che, per assicurare la bontà dell’aria, dell’acqua e del cibo che ci permettono di sopravvivere, dobbiamo diventare i custodi del luogo in cui viviamo.
Si comincia ad avvertire quanto impoverisca il non conoscere i propri vicini, né la natura che più ci è prossima. Si scopre che il modo migliore di pensare a se stessi è quello di far attenzione a ciò che ci riguarda, di proteggere e, assieme, recuperare la nostra regione.
Il bioregionalismo riconosce, nutre, sostiene e celebra i legami locali: terra, piante e animali, fonti, fiumi, laghi, acque sotterranee, oceani, aria, famiglia, amici, vicini, comunità, tradizioni native, sistemi indigeni di produzione e commercio.
Il bioregionalismo afferma che è venuto il tempo di conoscere le potenzialità del luogo.
Di prestare piena attenzione alla sua natura ed alla sua storia, e di mettere in comune le aspirazioni per assicurare un futuro sostenibile.
Di sostenerci, cioè, facendo ricorso a fonti rinnovabili di cibo e di energia.....
Il bioregionalismo assicura la soddisfazione dei bisogni primari attraverso le risorse locali.
Locali devono essere l’educazione, la cura della salute ed in genere tutto ciò che può essere materia di autogoverno.
La prospettiva bioregionale ricrea un sentimento di partecipazione all’identità locale, fondata su una rinnovata coscienza critica e sul rispetto per l’integrità delle nostre comunità ecologiche.......
La sicurezza della vita comincia con l’assunzione delle responsabilità a livello locale.... “.
Si affida ora alla penna di Giuseppe Moretti (1991) - profondo conoscitore e sincero cultore del bioregionalismo - il compito di completare e presentare i concetti base di questa visione filosofica della realtà locale. “Oggigiorno sembra che l’uomo moderno abbia riscoperto la natura; il bisogno di contatto con essa è in continuo aumento; i Parchi Nazionali e le aree protette vedono aumentare il numero dei visitatori anno dopo anno.
La gravità dei problemi ambientali ha messo in moto una frenesia a sostegno di una tesi che vorrebbe ognuno di noi amante e rispettoso della natura, in tutti i settori; economico, sociale, ambientale.
Di colpo, attività, prodotti, mansioni sono diventate ecologiche.
Certo, esistono persone sincere ed iniziative lodevoli, ma decisamente chi ha a cuore le sorti dell’ecosistema Terra ha più di una ragione di sconcerto.
La protezione della natura e le pratiche cosiddette ‘ecologiche’ nel nostro sistema economico/sociale sembrano più un eco business che un reale tentativo di porre nella giusta dimensione il rapporto fra l’uomo e l’ambiente in cui vive.
I luminari della cultura tecnologica/industriale sembrano agitarsi a vuoto nelle sabbie mobili delle proprie convinzioni filosofiche; i politici, perennemente prigionieri dell’andamento del “prodotto interno lordo”.
La natura viene convenientemente definita in modo utilitaristico, dando valore e diritto all’esistenza a tutto ciò che è utile per l’uomo; manca completamente l’umiltà che contraddistingue le culture primarie, native, aborigine, per le quali la natura, e tutti gli esseri viventi che dimorano nell’ecosistema, hanno valore in sè.
Certo, non siamo nè Hopi, nè Sioux o Kayapo, nè Dayak.
Quindi, per quanto incoerente questo ravvicinamento alla natura possa sembrare, è saggio non essere negativamente pessimisti, ma piuttosto semplicemente ed umilmente dare il proprio contributo affinché il lavoro da fare trovi il giusto sentiero. Il lavoro da fare è molto più profondo e completo di quanto si possa immaginare. Quanto segue è modestissimo contributo al ri-connettere noi stessi con la NATURA. Alla base di questo concetto dimora la convinzione che non ci può essere reale, effettiva, duratura ri-connessione senza il risveglio del selvatico dentro.
Non si tratta di un lavoro effimero, platonico ma dinamico, che arricchisca l’uomo di una nuova visione di vita.
Non è cosa che si può apprendere leggendo un libro, anche se molto utili e stimolanti sono le esperienze di quanto ne hanno scritto, da David H. Thoreau e John Muir, da Aldo Leopold fino al contemporaneo Gary Snyder.
Il teatro di questa ricerca è il luogo in cui si vive, non importa quanto naturale sia rimasto; avere una situazione Wilderness dietro casa è un privilegio per pochi ormai, il vantaggio di questi non deve scoraggiare, è comprensibile pensare a posti lontani dove i processi della vita si possono capire meglio, come nella Wilderness appunto, ma si può imparare altrettanto nel proprio posto concentrandosi con quanto ci sta attorno; certo, in molti casi è un mondo nascosto dove dell’equilibrio naturale rimangono solo frammenti.
Si tratta di capire noi stessi in relazione alla comunità naturale di cui si è intrinsicamente parte.
Risintonizzarsi con il selvatico dentro non può avvenire separatamente dalla comprensione e dall’apprezzamento dello Spirito del posto, il quale non è niente di fantasioso o misterioso: ‘è nient’altro che il verso del Picchio o del Coyote, o della Ghiandaia o del vento che muove le fronde di un albero o una ghianda che casca sul tetto del garage’, come ha scritto Gary Snyder in Good Wild Sacred.
Non ci si unisce allo spirito del posto standosene davanti alla TV o ad oziare al bar; bisogna vivere il posto e viverci abbastanza a lungo, passare da mero visitatore ad occupante e pertecipante.
Entrando in contatto con il mondo selvatico si impara a guardarsi attorno prestando attenzione alla complessità delle relazioni del paesaggio, dai corsi d’acqua alle piante, dal clima ai venti dominanti, dove il Pendolino ha il suo nido o la Faina la propria tana.
Non è un esercizio meramente scientifico, un elencare quante specie di uccelli sono presenti o quante e quali specie di piante o di fiori, quanto cm. di pioggia cade nel mese di marzo ecc.....
Si tratta di un’attenzione, di un grado di attenzione più profondo, più intimo, in relazione, a volte, a una pianta o ad un animale, ad un fiume o ad una roccia in particolare.
La Terra e le sue creature ci parlano se sappiamo ascoltare.
‘L’ecosistema locale ci parla, se sai ascoltare, ma devi prima imparare ad ascoltare bene in un posto, poi puoi andare in altri posti e la Terra cointinuerà a parlarti; la Terra non ti parlerà mai veramente se non hai imparato ad ascoltare bene in un posto in particolare’ (Gary Snyder, citato in Earth Festival di Dolores LaChapelle).
Questo tipo di relazione conduce ad una identificazione morale basata sull’uso responsabile delle forme di vita necessarie per il nostro sostentamento.
‘Procurandoci il nostro cibo direttamente dalla terra abbiamo in regalo il sapere da dove esso viene, pulendolo e preparandolo sappiamo pure com’è venuto a noi, attraverso il lavoro delle nostre mani e del nostro corpo, sappiamo che cura e rispetto vanno mostrate verso gli animali che ci nutrono.
C’è un piacere speciale nel prendersi questa responsabilità per il nostro sostentamento e accettare il legame di familiarità con gli animali che ci danno la vita’ (Richard Nelson in The Island Within).
Ritrovare la propria identità, il sè profondo, il selvatico dentro pone l’uomo decisamente fuori da considerare la Natura in termini utilitaristici, di fatturato, di capitale. Ciò produce un’ampliamento della propria consapevolezza, cominciando ad imparare direttamente dalla Madre Terra.
A pensare in termini di armonia piuttosto che di prevaricazione, di conservazione piuttosto che di sfruttamento, di stabilità piuttosto che di miope progresso, di diversità piuttosto che di monocultura; comportandoci di conseguenza in relazione al posto in cui si vive, alla propria Bioregione e in relazione alle altre Bioregioni.’In Wilderness is the preservation of the world’ (H. D. Thoreau)”.
Un nitido esempio di perdita totale del senso del luogo, ci viene offerto dal turista, che, frettolosamente e disarmonicamente, si sposta da un luogo all’altro senza percepire veramente “il luogo” e senza viverlo. Immergersi in un ambiente, capirlo, viverlo fino in fondo, apprezzarne il “respiro”, sono tutte sensazioni che solo il tempo, la calma e la riflessione ci offre. I nativi nordamericani rappresentano, al contrario dei turisti, uno dei migliori esempi del bioregionalismo. La perdita del senso del luogo è forse una delle più gravi mancanze dell’uomo contemporaneo. Nessun essere distrugge integralmente e consapevolmente la fonte del proprio nutrimento!
Molto bella la riflessione di Gussow (1971, da Devall & Sessions 1989): “Oggi si fa un gran parlare di salvaguardia dell’ambiente. E’ diventato un dovere, perché è proprio l’ambiente a darci i mezzi di sussitenza. Ma, in quanto uomini, abbiamo bisogno anche di nutrimento spirituale e alcuni luoghi assolvono proprio questa funzione. Sperimentare un incontro diretto e profondo con la natura è l’evento catalizzatore che converte un appezzamento di terreno qualsiasi - un ambiente, se volete - in un luogo. Il luogo è una parte dell’intero sistema ambientale che è stata rivendicata dai sentimenti. Considerata come un semplice sistema di supporto alla vita, come una risorsa a vantaggio dell’uomo, la terra è invece un ambiente, un insieme di luoghi. E’ indicativo il fatto che, ad esempio, non parliamo di un ambiente che abbiamo conosciuto, ma ricordiamo posti e luoghi. Abbiamo nostalgia dei luoghi, li conserviamo nella memoria, e sono ancora i suoni, gli odori e le immagini dei luoghi che ci incalzano e che spesso confrontiamo con il nostro presente”. O quella di Vincent Vycinas (in Devall e Sessions, 1989): “Il significato originario di abitare non è risiedere ma creare e prendersi cura dello spazio in cui qualcosa prende possesso di ciò che gli spetta e si sviluppa. Abitare significa fondamentalmente salvare, nel senso più antico di dare la libertà a qualcosa, di diventare se stessa, di diventare ciò che è essenzialmente (...). Abitare è prestare attenzione alle cose così che se ne rilevi l’essenza (...)”.

“Com’è difficile staccarsi dai luoghi. Per quanta attenzione facciamo, ci trattengono. E lasciamo pezzetti di noi stessi sui paletti delle staccionate, piccoli stracci e brandelli della nostra vita” (Katherine Mansfield).



Fonte:
 

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