02/11/2006 Ecologia profonda  
L'Ecologia profonda e il mercato dell'ecologia

“Dedica mezz’ora al giorno a pensare al contrario di come stanno pensando i tuoi colleghi” (A. Einstein).

Oggi tutto è in vendita e tutto è venduto. Il mercato, parola sacra della civiltà occidentale è il pane quotidiano di tutte le forze governanti. La mercificazione della natura, al pari di quella sociale, sta di conseguenza raggiungendo livelli spaventosi. Le tematiche ambientali sono continuamente subordinate al mercato e questo non solo per il volere degli economisti, ma anche per buona parte del mondo ambientalista che si è ormai arreso palesemente alla combinata natura-sviluppo-mercato (la produttività dei parchi ne è il più chiaro esempio). E’ un atteggiamento estremamente negativo che solo le forze ambientali più radicali, profonde e scevre dalla politica stanno combattendo, mentre “gli ecologisti” di maniera, dell’opportunità della “poltrona”, vogliono ulteriormente sviluppare. La natura “immagine” o meglio la natura “spettacolo” viene venduta quotidianamente da una operazione sagacemente pianificata. In tal senso agiscono non più i singoli operatori di settore, ma riviste altamente accreditate, quotidiani, intere Regioni, associazioni ambientaliste, forze politiche, apparati religiosi, gestori di aree protette (i direttori dei parchi sembrano più dei “manager aziendali” che operatori di questioni naturalistiche), ecc. Se prima la natura veniva venduta per i suoi “prodotti”, ora, oltre che per questi, viene venduta anche per la sua immagine.
Dicono che ormai la natura si può tutelare solo se garantisce “sviluppo”, solo se il tornaconto sia economico e di immagine (l’ecoturismo di massa ormai lo conosciamo tutti). Per il resto, la vera conservazione di un orso, di un lupo o di un paesaggio, non importa quasi più, perché è ben altro ciò che “rende”. In ogni caso un’aquila vale per l’immagine che offre, non per il suo valore in sé. Il mercato dell’ecologia è il colpo di grazia ad una natura ormai da tempo agonizzante e morente. Se da certe forze ci si aspettava almeno un piccolo contributo, ciò è venuto meno e lo sconforto non può che assalire chi ancora crede nella purezza degli intenti e nel valore in sé delle cose. E’ giunto il momento di smascherare una situazione che, se agli economisti o agli arrivisti della società occidentale capitalistica sta molto bene, non può essere accettata da chi vuole ancora sperare in un futuro non dominato da un uomo tecnologico/economico che vede solo nei propri interessi personali o di gruppo l’unica realtà di questa terra. Il silenzio, sulla questione trattata, è ormai diffuso e quasi nessuno ha il coraggio di opporsi a questo strisciante modo di pensare e di fare. Ci sono però delle eccezioni, anche autorevoli, ed è piacevole, per chi ancora crede in una natura che ha un proprio valore, nel riportare il passo che segue, scritto da un convinto e profondo ambientalista. Eccone un breve quanto significativo stralcio: “Ormai stiamo arrivando al mercato dell’ecologia. E bisogna pure che qualcuno inizi a dirlo..... In pochi anni tutta la valenza ‘rivoluzionaria’ del valore-ambiente è stata perfettamente e tranquillamente inglobata dal valore-mercato attraverso il passaggio dello ‘sviluppo sostenibile’. In altri termini, questa nostra società mediatica, strutturata per formare consumatori (e consenso) in batteria, con una sapiente e veloce operazione sociale e politica, ha ridotto l’ambiente, da valore fondamentale, a sé stante e alternativo, a semplice e innocua patina con cui rafforzare i valori dell’economia di mercato. Ormai, l’ambiente non conta più di per sé ma solo se e in quanto crea occupazione, fa crescere i consumi (e il mercato), aumenta il dio PIL: così come si conviene quando c’è un governo di ‘risanamento economico’.
Il fatto più preoccupante è che questa operazione è stata, ed è, avallata anche da una parte del mondo ambientalista, la quale, per timore di diventare ‘marginale’ in una società incentrata sul valore-mercato, ha adottato la ‘tattica’ di ‘coniugare’ e ‘contaminare’ l’ambiente con i valori economici dominanti; fatto del tutto scontato nell’ambientalismo italiano, mai affetto da fondamentalismo, e da sempre attento al binomio economia-ecologia.......
Siamo passati, insomma, ‘dallo sviluppo sostenibile’ all’ecologia di mercato e stiamo rapidamente arrivando al mercato dell’ecologia......
Ed allora, per evitare equivoci, sarà meglio premettere con chiarezza, ogni volta, che noi difendiamo e continueremo a difendere l’ambiente di per sé, e non perché è funzionale ai ‘valori’ di mercato” (Amendola, 1997).
Per quanto attiene specificatamente alle aree protette occorre ricordare (considerazione più volte espressa in questo lavoro) che purtroppo i “manager” che gestiscono le aree protette o spesso gli enti regionali e governativi, non si curano affatto, salvo sporadiche eccezioni, di attuare realmente e concretamente una seria politica ambientale che tuteli in primis le esigenze della natura in generale. Oggi nelle aree protette italiane e di molti altri distretti europei si parla sempre più della loro resa economica (“la produttività economica dei parchi”), della loro immagine turistica (l’ecoturismo!), delle loro potenzialità di accogliere al meglio i visitatori, ma quasi mai, in senso reale e pratico, del loro status selvaggio e dei reali interessi della fauna. Questo modo di fare, per quanto attiene a specie a rischio, sta indirettamente e definitivamente compromettendo la loro esistenza. Se l’operato di un bracconiere viene giustamente additato come fatto gravissimo e negativo, il pernicioso e subdolo operato degli enti preposti al governo dei territori protetti, passa del tutto inosservato, anzi spesse volte l’opinione pubblica ignara delle reali situazioni, plaude loro inconsapevolmente. Conclude ironicamente Zunino in un suo articolo sulla “conservazione attiva” nella logica del parco produce: “..... Sembra che oggi la natura si possa salvare e proteggere anche in questo modo nuovo e moderno di fare conservazione, affinché possa in primo luogo produrre comunque danaro sonante!”.




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