29/05/2014 Ecologia profonda  
L'Ecologia profonda e il valore in sé della natura

“Un filosofo ha definito questa essenza imponderabile il noumenon delle cose materiali. Esso è in opposizione al phenomenon, che è ponderabile e prevedibile, fin nel moto delle più lontane stelle” (Aldo Leopold, 1949-1997). La conoscenza di un fenomeno è puramente empirica, cioè frutto della mediazione sensibile del soggetto. Tale acquisizione però, non può essere elevata a concetto universale, essendo del tutto arbitrario generalizzare un’esperienza strettamente individuale. Una personale esperienza, poi, presenta dei limiti anche verso se stessa, perché è il frutto di un “momento” empirico continuamente variabile.
Il “valore in sé o intrinseco” di un fenomeno (noumeno), valore privo di esperienze e mediazioni soggettive, assume invece carattere duraturo, universale e reale. Il “valore in sé” è qualcosa di superiore, qualcosa di non definibile forse non conoscibile, che trascende il soggetto per divenire essenza dell’oggetto: “il Tao definito non è l’eterno Tao” (Lao Tse). Ecco dunque apparire nella mente un profondo concetto universale e “nobile”.
Solo in una fase successiva potremo “interpretare” il noumeno trasformandolo in un “fenomeno” cioè oggetto dei sensi. Nasce quindi la contrapposizione tra le “cose in se stesse” e le “cose rispetto a noi”. Questo dualismo è un concetto fondamentale, come vedremo, anche per la protezione e conservazione della natura. La visione dualistica del mondo naturale si impose in larga misura in occidente grazie ad una negativa influenza religiosa (p.e. il cristianesimo poneva l’uomo dominatore da una parte e la natura soggiogata dall’altra), ed era propria, tra l’altro, della filosofia greca che collocava l’uomo, soggetto pensante e sensibile, all’esterno di una natura oggettivata e subalterna. Solo nel pensiero orientale sarà possibile discernere, almeno in parte, una filosofia vitale non antropocentrica e quindi mancante del dualismo. Nell’occidente si esalta l’io a danno del tutto, in oriente si esalta il tutto a danno dell’io.”Il controllo della natura è una frase piena di presunzione, nata in un periodo della biologia e della filosofia che potremmo definire l’Età di Neanderthal, quando ancora si riteneva che la natura esistesse per l’esclusivo vantaggio dell’uomo” (Carson, 1963). La filosofia di vita della maggior parte degli indiani d’America è un altro vivido esempio di globalità e di assoluta assenza di dualismo. “E’ una cultura del rispetto per la natura, per tutte le forme in cui si manifesta; una visione del mondo come globalità, scambio continuo e reciproca dipendenza; una concezione della vita come partecipazione incessante alla creazione” (Kaiser, 1992). Citando ancora Kaiser si evidenzia che “Il dualismo divide l’uomo dalla natura, separandolo così da se stesso, in quanto anch’egli è natura......Una concezione dualistica della relazione dell’uomo con il suo prossimo implica che l’individuo si senta innanzi tutto separato dall’altro, contrapposto a lui......Il pensiero dualistico divisore vede l’uomo come opposto alla natura, per cui l’uomo sarebbe chiamato a dominare sulla natura, sottomettendola al proprio volere. La natura non ha alcuna rilevanza etica e l’uomo non ha quindi nessuna responsabilità morale nei suoi confronti....Sotto questo aspetto, il pensiero indiano tradizionale ruota intorno ai concetti di una grande famiglia cosmica e della solidarietà col tutto....”.
Occorre tuttavia evidenziare la differenza che intercorre con il concetto di dualità. Scrive a tal proposito Kaiser (1992): “Nella nostra riflessione è necessario distinguere nettamente la ‘dualità’ dal dualismo. La confusione tra questi due concetti, che possiamo rilevare assai spesso, impedisce, infatti, una chiara differenziazione tra il dualismo occidentale e il modo di pensare, in termini di equilibrio, tipico delle culture asiatiche e degli indiani d’America.
L’idea del bilanciamento, dell’equilibrio, della compensazione, che contraddistingue l’interpretazione indiana del mondo, si basa interamente sul concetto di ‘dualità’. Abbiamo accennato alla dualità uomo-donna, ma è la realtà intera a essere ordinata sulla base di quel concetto: giorno-notte; estate-inverno; terra-cielo; attrazione repulsione; amore-odio; gioia-tristezza.......
Nell’idea di equilibrio è fondamentale considerare la dualità non come formata da realtà opposte, di valore diverso, dominate dalla discordia, ma da realtà di pari valore, esistenti in un rapporto complementare e che pertanto si integrano a vicenda. Il vero motore del mondo è quindi il desiderio delle contrapposizioni di riunirsi e riconciliarsi. E’ importante, inoltre, non intensificare o protrarre all’infinito le divisioni e le dissonanze all’interno delle dualità, perché altrimenti esse si trasformano in dualismi. Il dualismo, infatti, è indice di una dualità intesa antagonisticamente e non in modo complementare........
La fisica moderna, pertanto, interpreta determinate contraddizioni non più come realtà che si escludono a vicenda, ma come aspetti diversi di un’unica realtà”.
Scrisse J. Muir: “…….Ci è stato detto che il mondo è stato creato per l’uomo. E’ una supposizione completamente smentita dai fatti. Sono in molti a stupirsi quando nell’universo di Dio trovano qualcosa, vivo o morto, che non è commestibile o non è, come si dice, utile per l’uomo. Non contenti di prendere tutto dalla natura, pretendono anche lo spazio divino come fossero le uniche creature per le quali è stato progettato questo insondabile impero...
E’ molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione?…..”.

Si ricorda quindi che la compenetrazione degli opposti pur nella diversità genera sempre unità all’interno della dialettica della natura a patto che la visione del mondo sia unificatoria e centripeta.
Il “valore in sé o intrinseco” della natura (noumeno naturale), è l’espressione più alta del pensiero. Affermare quindi che la sostanza naturale (nel senso generale del termine) debba essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, senza nessuna nostra mediazione o intuizione, è la massima elevazione concettuale di conservazione che possa essere formulata. Ogni azione deve sempre essere fine a se stessa senza attribuirgli un valore positivo o negativo in relazione alle eventuali conseguenze che genera.
Al contrario, nella comune speculazione mentale della conoscenza, ci si riferisce “sempre” a concetti “rispetto a noi”. Infatti si stimolano interventi solo se portano “guadagni” materiali o spirituali o in ogni caso utilitaristici. Traducendo, avremo: proteggiamo un bosco secolare affinché nella presente e nelle future generazioni l’uomo possa goderne materialmente e spiritualmente.
Ecco, invece, un concetto superiore: “La natura deve essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse materiale o spirituale che sia”.
Un fenomeno naturale ha la sua massima valenza in sé stesso, e si manifesta indipendentemente dalla conoscenza e dalla mediazione sensibile. E’ fondamentale comprendere che un “luogo” ha qualcosa in sé che noi non possiamo e non dobbiamo cercare di interpretare. Solo in tal guisa riusciremo a dare al mondo naturale quel giusto valore che gli appartiene. Un tempo lo spirito umano aveva in se stesso, nell’inconscio, questo concetto, come lo possiede un lupo selvaggio o un orso delle foreste, ma il distacco traumatico dalla natura ce ne ha privato. Ogni essere ha in fondo una propria “visione” della vita e inconsapevolmente pone se stesso (soprattutto come individuo) al “centro” della realtà. Ma questa centralità è solo apparente, utile alle esigenze della sopravvivenza del momento. L’uomo invece trasforma quella centralità in una subordinazione totale di tutta la realtà esterna da lui, facendo prevalere unicamente i diritti universali e assoluti della propria specie. Il tutto con il massimo della consapevolezza.
Quando si “studia” un fenomeno naturale è impossibile conoscerlo senza essere influenzati dalle speculazioni personali di chi opera tale indagine. La pretesa della scienza occidentale di capire asetticamente gli “oggetti” della natura senza considerare l’apporto del soggetto, è una pura illusione cartesiana. J. Wheeler, fisico della Princeton University ci ricorda che “non c’è nessuna legge tranne la legge che non c’è nessuna legge”.
Se, come abbiamo visto, l’uomo è stato in passato membro a tutti gli effetti della wilderness del mondo, progressivamente è diventato l’unico soggetto, è uscito dal palcoscenico della natura, ha falsificato la verità, e ha condizionato verso i suoi subdoli interessi quasi tutti gli elementi della natura.
Dinanzi a questa profonda dialettica così articolata e ricca di variabili, nasce la necessità, all’interno dello stesso pensiero umano, di invertire lo stato delle cose, mentali e materiali, per ricondizionare l’uomo ad una “equilibrata e giusta” dimensione. Questa “giusta” dimensione, era propria, come accennato, nei popoli selvaggi o in coloro che vivevano in ogni caso in “essenza” con la natura.
Se l’uomo rimaneva in connessione con il mondo selvaggio, come elemento indistinto nell’ordinato ed imprevedibile caos naturale, non sollevava nessun problema di distruzione e di invadenza e, quindi, conseguentemente, di tutela, di rispetto o di conservazione della natura. Ma la sua ribellione alla verità naturale lo ha portato ad estinguere dentro se il senso dell’armonia e della purezza originaria, trasformandolo in un vorace essere accecato dalla propria affermazione e dal proprio egocentrismo. Ecco, dunque, che l’essenziale diventa superfluo e il vacuo diventa essenziale. Avviene il distacco totale dalla natura, avviene la sopraffazione verso le cose e l’annientamento del mondo esterno da sé. L’uomo si considera allora il centro di tutto e il solo metro delle cose. “La Natura può aver destinato la terra fertile anche ad altri scopi che al nutrimento degli esseri umani”. (J. Muir).
Il pensiero conservazionistico, visto nella sua globalità, ha spesso ignorato il concetto del “noumeno” nel proporre una nuova impostazione mentale verso la natura, ribadendo invece ancora una volta la centralità dell’uomo come fine ultimo della protezione (etiche antropocentriche). Solo le etiche ecocentriche hanno introdotto questo nuovo paradigma sia in forma di valore intrinseco non utilitaristico che transpersonale (deep ecology). Molto importante è invece quello che si ravvisa nel “concetto di wilderness”, nel quale viene dato molto rilievo alla preservazione di un territorio per il suo valore in sé e non utilitaristico, diffondendo proficuamente questi principii, compiendo passi fondamentali in direzione di una nuova e reale filosofia della conservazione.
L’ecologia superficiale, esclusivamente antropocentrica, è nettamente incline verso una valutazione utilitaristica della natura (la natura rimane strumento, risorsa al servizio dell’uomo - Naess, 1994). L’ecologia profonda, invece, tende ad attribuire un valore intrinseco alle cose della natura (viventi e non) universalizzando il senso di identificazione.
Andare oltre il valore intrinseco della natura, significa perdersi in speculazioni conservazionistiche che si allontanano dall’assunto di questo valore e si snaturano in un profitto soggettivo ed egocentrico. Il passo successivo, ma già contenuto nel noumeno, è quello di riconnettersi con l’uno naturale valicando e disperdendo la weltanschauung dualistica della vita. Occorre dimensionarsi al di sopra delle parti e della mente soggettiva. Ciò non vuol dire che l’io personale debba essere sopraffatto, ma al contrario deve praticare una vera e propria rivoluzione soggettiva per confluire nell’infinito mare dell’impersonale.
“Sarebbe una grave ingiustizia liquidare il pensiero utopico come pura fantasia, immaginaria e irrealizzabile; relegarlo alla letteratura definita utopistica significa sottovalutare la sua ampia diffusione a molti livelli in tutte le culture. In qualsiasi modo venga espresso, il pensiero utopico è essenzialmente una critica dei difetti e dei limiti della società ed espressione di qualcosa di migliore” (P. Sears, 1965 in Devall e Sessions 1989).
Non è possibile prescindere dalla wilderness e, aggiungo, ancor più dal suo valore in sé. Chi recepisce il valore intrinseco delle cose, avrà una visione totalizzante della vita che sarà nuova e profonda (nel lavoro sarà onesto, nell’amicizia sarà sincero, nell’amore sarà leale, nel respiro sarà profondo, con il prossimo sarà gentile, e così via).
Giustamente Aldo Leopold asseriva che i problemi ambientali sono fondamentalmente di matrice filosofica, nella quale va ricercata la soluzione di un nuovo rapporto con la natura (Hargrove, 1990).
“Abbiamo cercato di metterci in relazione con il mondo intorno a noi soltanto attraverso il lato sinistro della nostra mente, e stiamo chiaramente fallendo. Se intendiamo ristabilire un rapporto vivibile, ci sarà necessario riconoscere la saggezza della natura, consapevoli che il rapporto con la terra e il mondo naturale richiedeva l’intero essere” (Dolores LaChapelle in Devall & Sessions, 1989).
Disse John Muir: “Ero uscito solo per fare una passeggiata ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto: perché mi resi conto che l’andar fuori era, in realtà, un andar dentro”.

“Dichiaro di capire
cosa c’è di meglio
che dire il meglio.
E lasciare sempre il meglio inespresso.
(W. Whitman, A Song on the Rolling Earth)

“La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo” (Franco Zunino).

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita” (Franco Zunino).


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