01/03/2006 Ecologia profonda  
Addio ad Arne Naess: l'intervista al padre dell'ecosofia, scritto da Simone Bedetti

Per commemorare la scomparsa di Arne Naess, riproponiamo una nostra intervista al grande filosofo scomparso.

Arne Naess aveva 61 quando anni coniò il termine Deep Ecology, “Ecologia del profondo”, e 64 quando scrisse Okology, samfunn og livsstill (“Ecosofia”, pubblicato in Italia dalla Red Edizioni), il saggio che pose le basi teoriche del Deep Ecology Movement. Dopo venticinque anni spesi nella lotta per affermare un “riordinamento radicale della nostra civiltà”, continua a lottare, instancabilmente. Arne Naess, incarnazione di un’utopia urgente, ha tutta l’aria di essere un guerriero. Lo abbiamo incontrato a Rimini in occasione del convegno L’orizzonte di Hermes, la XXIV edizione delle giornate internazionali di studio promosse dal Centro Ricerche Pio Manzù.

Professor Naess, qual è il nuovo tipo di relazione che secondo lei dobbiamo definire con la natura?
Oggi abbiamo una sufficiente conoscenza fisica e biologica della realtà, ma non abbiamo una saggezza. Per agire insieme alla realtà abbiamo bisogno di conoscere la natura profonda delle interrelazioni che avvengono tra l’essere umano e la natura. Abbiamo una responsabilità cosmica, un ruolo cosmico da svolgere, e cioè quello di non disturbare le condizioni di vita di questo pianeta, o quantomeno, di non disturbarle oltre il necessario, il che significa che dobbiamo proteggere la ricchezza e la diversità della vita. Dobbiamo pensare alla vita come a una vita che ha un suo valore intrinseco. In secondo luogo abbiamo l’opportunità e la possibilità di combinare il nostro amore per la natura con il nostro amore per gli esseri umani. Uno dei miei slogan è che dobbiamo estendere il nostro amore ai non umani e questo vuol dire approfondire un po’ il nostro amore per gli esseri umani.

Che cosa intende per saggezza?
Intendo dire che non si può definire l’uomo se non attraverso la biosfera, e che l’opposizione tra l’uomo e la biosfera non regge in alcun modo. Non si può parlare dell’uomo, non lo si può scindere dal concetto e dal discorso della biosfera; essi sono strettamente collegati attraverso una relazione interna. Interna, non esterna. La definizione di “uomo” può essere solo quella di “uomo nella biosfera”, perché ogni organismo è un’interazione.
Lei dice anche che questa saggezza nasce da un’intuizione. Ma qual è la natura di questa intuizione?
Nella catena logica dei ragionamenti, delle premesse e delle conclusioni, a un certo punto non posso che fermarmi. Io cerco di dare delle spiegazioni, delle ragioni per qualcosa, ma alla fine so che quelle spiegazioni, quelle ragioni non sono buone. Alla base di tutto c’è allora l’intuizione, c’è questo valore intrinseco di ogni essere umano che è l’intuizione. Possiamo anche andare un passo più indietro e parlare della religione. “L’essere umano è creato da dio”: è un valore intrinseco anche questo. Si può quindi andare sempre più in profondità, sempre più indietro. C’è il livello più profondo che io chiamo “livello uno filosofico-religioso”. Poi, da qui, da quel primo livello, sono discesi gli altri otto punti che ho steso nel 1984. C’è quindi in alto il divino, la religione o la filosofia; da lì si scende fino ad arrivare alle decisioni concrete. Ma da quel primo livello al livello dell’agire concreto c’è una lunga strada da fare. Abbiamo bisogno di tante informazioni; dopodiché, dopo aver avuto tutte queste informazioni si prende una decisione: si agisce. Quindi c’è un legame diretto tra quello che è il livello più alto e quella che è la vita concreta.

L’etica, in sostanza, ha un fondamento metafisico?
È senza dubbio così. La base essenziale dell’etica deve essere metafisica, religiosa o filosofica, come diceva Whitehead. L’etica che dà soltanto la descrizione della società attraverso delle norme e delle regole non è niente. Non posso accettare che l’etica sia solo un insieme di norme! Come faccio altrimenti a spiegare, a dare ragioni di essere per esempio contro la tortura? Il motivo che mi spinge a essere contro la tortura deriva da cose ben più profonde, e si ritorna sempre all’intuizione.

Il problema ecologico sta diventando sempre più urgente, anche da un punto di vista politico. Ma l’ecologia del profondo non pone esigenze troppo radicali, impossibili da realizzare concretamente, nel caos degli interessi contrastanti e inconciliabili della politica?
Il problema ecologico è un problema politico. L’ecologia oggi è un problema politico. Se si pensa di vivere in una democrazia allora alla fine si hanno i politici che ci si merita. Questo significa che dobbiamo smetterla di lamentarci dei politici perché al tempo stesso diciamo di vivere in una democrazia. La maggior parte di noi detesta la politica o partecipare alla vita politica. Io penso che si possa dare anche supporto e aiutare coloro che hanno l’inclinazione al lavoro in politica. La frontiera è molto lunga. Dobbiamo fare molto e dobbiamo farlo a lungo perché questa frontiera è molto lunga. Noi tutti possiamo dunque fare qualcosa lungo questa frontiera. Tutti hanno il loro ruolo da svolgere.

Molti sono i critici dell’ecologia del profondo, e molti l’accusano di vedere nella natura un ordine che in realtà non esiste, che è solo una costruzione umana. Vuole rispondere?
Sì, sì, sono tanti i critici. C’è addirittura un intero libro di polemiche tutte contro Arne Naess! (Ride). Bisogna anche dire che molte idee sono difficili da capire per molta gente. Si sforzano di capire che ci sono tutti questi livelli ma non lo capiscono subito, e allora bisogna ripeterglielo, ripeterglielo, e ancora ripeterglielo. Vede, io cerco di difendere i bambini, il centro sono sempre i bambini. La maturità dei sentimenti, la maturità emotiva, è molto scarsa malgrado gli studi che si possono essere fatti. Io ero già maturo a ventisette anni, avevo già alte responsabilità, potevo già decidere se andare a insegnare in California in un posto di grossa responsabilità. Ma da un punto di vista della maturità emotiva, della maturità sentimentale ero un bambino. E questo è tipico della nostra civiltà.

Nel 1984 lei stese insieme a George Sessions gli otto punti dell’ecologia del profondo. Oggi quegli otto punti sembrano essersi realizzati, ma al contrario.
No, non è vero, le cose lentamente stanno cambiando. Io non ho grande fiducia per il prossimo secolo, ma ho fiducia nel XXII secolo. Il livello di squilibrio che c’è oggi continuerà anche nel XXI secolo, ma è destinato a ridursi e a fermarsi nel XXII secolo. Noi dobbiamo pensare alle generazioni future, e lavorare per loro, affinché loro possano raccogliere la nostra fatica e il nostro impegno, il nostro sforzo di cambiamento.

L’ecologia del profondo di Arne Naess
Il movimento ecologista che più mette in discussione l’attuale sistema di vita è quello dell’Ecologia del profondo. Il termine è stato coniato dal filosofo norvegese Arne Ness in un articolo del 1973; in un successivo, fondamentale saggio del 1976, Ecosofia, Naess ha approfondito il tema, affrontando in modo sistematico i comportamenti e i modelli culturali dominanti nella nostra società, e proponendo una nuova visione globale del mondo fondata non più sulla distinzione e separazione tra uomo e natura ma sul rispetto di tutti gli esseri viventi contemplati nella loro essenziale unità. Il saggio di Naess ha influenzato buona parte dei pensatori ecologisti europei e statunitensi, fondando una vera e propria scuola di pensiero e proponendosi come l’alternativa più radicale al pensiero ecologista tradizionale.
Gli ecologisti del profondo sostengono che la nostra cultura è di tipo tecnico-industriale, votata cioè alla venerazione della tecnica e dei processi produttivi come unico strumento di crescita, benessere, progresso individuali e sociali. Questa mentalità ha portato all’abuso di tutti i contesti naturali e alla profanazione delle condizioni di vita delle generazioni future. “Il progresso – sostiene Naess – è stato finora misurato, in piena buona fede, in base al consumo di energia e all’acquisizione e accumulazione di beni materiali”. La qualità della vita oggi corrisponde al tenore di vita, al numero di beni materiali posseduti. L’ambiente, che contribuisce sensibilmente alla produzione dei beni materiali, è considerato alla stregua di un oggetto, al completo servizio dell’uomo. Il termine usato per classificare questo comportamento è “antropocentrismo”. In quest’ottica, il mondo e l’ambiente dipendono da un unico soggetto, l’uomo; l’ambiente e gli altri esseri viventi sono oggetti, macchine a disposizione dell’uomo che possiede un dominio incontrastato su di essi. Le foreste, la terra, i fiumi, i mari, gli animali, diventano “sistemi di produzione di materie prime”, e anche gli esseri umani finiscono per ridursi a “utenti”, “clienti”, “consumatori”, perché questo modello di pensiero degenera, nel lungo periodo, in un peggioramento delle condizioni di vita degli esseri umani stessi.
All’antropocentrismo l’Ecologia Profonda oppone l’“ecocentrismo” o “biocentrismo”. Secondo questa visione del mondo, non più tecnica, conseguenza di calcoli prudenziali o utilitaristici, ma empatica, frutto di un’intuizione originaria, l’ambiente (il mondo che ci circonda) deve essere vissuto nella sua infinita unità. Gli organismi sono nodi di una rete di relazioni intrinseche, valide per se stesse, senza alcuna utilità materiale. Ogni nodo è una totalità integrata, unica, indipendente, valida in se stessa. L’antropocentrismo, dicono gli ecologisti del profondo, è dualistico, tende a separare, a opporre; l’ecocentrismo è olistico, unisce, armonizza: il tutto non può essere ridotto a una somma meccanica delle sue parti, perché tutto è in relazione inestricabile con tutto.
Con questa nuova visione infinita del mondo, gli organismi e gli esseri umani non possono più essere isolati dal loro contesto naturale e lo sviluppo, il progresso non sono più concepiti in termini di crescita economica ma in termini di realizzazione profonda, spirituale. Questa realizzazione si fonda su un sistema di valori: i valori universali (rispetto per la vita, non-violenza, solidarietà responsabile, spiritualità) sono indipendenti da ogni relazione di mezzo-fine. La crescita spirituale e il rispetto per la vita non producono alcun vantaggio economico; i valori devono presiedere a ogni decisione e a ogni azione degli esseri umani non perché sono utili, ma perché sono giusti; essi hanno una priorità intrinseca, devono essere perseguiti per se stessi e non come mezzi in vista di altri fini.
Quello che l’Ecologia Profonda propone è dunque un mutamento di mentalità e un cambiamento radicale dello stile di vita: “Il mutamento di mentalità consiste nella transizione a un atteggiamento più egualitario verso la vita e le forme di vita sulla terra”, sottolinea Naess. “In generale, la gente non si interroga abbastanza profondamente da spiegare ed esprimere un progetto complessivo. Se lo facesse, i più sarebbero d’accordo a salvare il pianeta dalla distruzione in corso. Una visione globale, come quella dell’ecologia profonda, può fornire una motivazione forte e unica per tutte le attività e i movimenti finalizzati alla salvezza del pianeta dallo sfruttamento e dalla supremazia dell’uomo”.
È un errore in cui continua a incorrere anche l’ambientalismo istituzionale. Il modo comune di intendere l’ecologia è infatti limitato perché del tutto assimilato al modello culturale dominante: la difesa dell’ambiente si risolve nell’osservazione di cause ed effetti e nel tentativo di porre rimedio agli effetti non voluti. È, ancora, una visione essenzialmente oppositiva del mondo, in cui l’ambiente rimane un oggetto che l’uomo può distruggere o salvaguardare, e in cui viene postulato un diritto che in natura l’uomo non possiede.
L’unico diritto che gli ecologisti del profondo accettano è il diritto alla vita di tutti gli esseri viventi, un diritto universale che non può essere quantificato. “Quando uso il termine ‘avere il diritto’ – precisa Naess nel suo saggio – non pretendo che abbia un significato formulabile in modo preciso: è solo la migliore espressione che sono riuscito finora a trovare di un’intuizione che in tutta coscienza non riesco a negare”.
Quando gli ecologisti del profondo affermano che nessun essere vivente ha un diritto superiore agli altri non intendono sostenere, è bene precisarlo, che tutti gli esseri sono uguali. Al contrario, dichiarano con fermezza che tutti sono diversi. Ma è proprio questa diversità, questa unicità cosmica che deve essere a tutti i costi rispettata. L’Homo sapiens è unico così come tutti gli altri esseri viventi sono unici. “L’unicità dell’Homo sapiens, le sue capacità uniche tra milioni di altri esseri viventi, sono state usate come strumento di dominio e abuso di potere. L’ecologia profonda propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono capire né condividere”.
La trasformazione delle nostre idee conduce alla trasformazione del mondo che ci circonda. Il vero messaggio dell’Ecologia Profonda è dunque essenzialmente umanistico: devono essere i valori più profondi a guidare il comportamento umano. Essi indicano la via da seguire, le scelte da compiere. Se è vero, come sosteneva Gregory Bateson, che “i problemi principali del mondo sono il risultato della differenza tra il modo in cui la natura opera e il modo in cui l’uomo pensa”, è necessario, oggi più che mai, invertire la rotta, ricondurre il pensiero alla sua dimora originaria, l’intuizione profonda di appartenere a un progetto immenso, dove “il più piccolo granello di polvere è intimamente connesso con l’intero sistema solare” e dove “tutti gli esseri viventi si aggrappano alla stessa formidabile spinta. L’animale trova il suo punto d’appoggio nella pianta, l’uomo cavalca sull’animalità, e l’umanità intera, nello spazio e nel tempo, è un’immensa armata che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e indietro a noi, in una carica irresistibile, capace di rovesciare ogni barriera, e di superare un’infinità di ostacoli: forse, la stessa morte” (Henri Bergson).

Gli otto punti dell’ecologia del profondo

1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse. Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuzione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.
(Tratto da Bill Devall, George Sessions, Ecologia Profonda. Vivere come se la natura fosse importante, Edizioni Gruppo Abele, 1989)


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