21/01/2006 Ecologia profonda  
E se l’uomo non fosse al “centro”? di Guido Dalla Casa

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...filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’“uomo”, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario.
La nuova visione della realtà è una visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’“uomo”, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e religiosa."

Fritjof Capra

Nel pensiero corrente, l’azione ecologista consiste essenzialmente nel vigilare perché il “naturale progresso dell’umanità” avvenga con pochi inquinamenti e senza modificare troppo l’ambiente, che è considerato bello e quindi da salvare. La componente di pensiero sopra accennata è oggi abbastanza presente nell’opinione pubblica, ma questo non è sufficiente.
Anche se le schematizzazioni sono sempre riduttive, al solo scopo di intendersi più facilmente, riporto la distinzione del filosofo norvegese Arne Naess, che ha diviso il pensiero ecologista in due categorie: l’ecologia di superficie, che ha per scopo la diminuzione degli inquinamenti e la salvezza degli ambienti naturali senza intaccare la visione del mondo corrente; l’ecologia profonda, in cui vengono modificate radicalmente le concezioni filosofiche dominanti in Occidente: in questa forma di pensiero si dà un’importanza metafisica alla Natura, superando il concetto restrittivo di “ambiente dell’uomo”.
Una delle obiezioni che viene mossa all’ecologia profonda è che non comporterebbe azioni concrete: ma le svolte culturali non sembrano concrete solo perché si svolgono su tempi lunghi. Sono però molto più profonde e radicali.
Probabilmente la rivoluzione copernicana e la concezione evoluzionista sembravano assai poco “concrete” agli effetti della vita pratica. Eppure hanno causato modifiche di atteggiamento che si risentono per secoli e da cui derivano intere serie di scoperte-invenzioni fin troppo concrete.

L’ecologia di superficie

Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra l’uomo e l’ambiente, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un Pianeta fatto per noi.
Il documento I limiti dello sviluppo – il famoso rapporto del Club di Roma (anno 1971) – era stato impostato semplificando il sistema mondiale con cinque grandezze: le risorse naturali, la popolazione umana, gli alimenti, l’inquinamento e la produzione industriale. Erano poi stati schematizzati i tipi di interazione fra queste grandezze su scala mondiale e si erano studiate le tendenze future estrapolando gli andamenti verificatisi dall’inizio dell’era industriale.
Come noto, il risultato dello studio fu che il sistema sarebbe collassato attorno agli anni 2020-2030, naturalmente se non si fossero modificati gli andamenti e le interazioni, cioè il modo di vivere.
Il rapporto del Club di Roma ebbe sostanzialmente tre grossi pregi: introdusse il problema con un linguaggio scientifico-matematico; evidenziò e divulgò l’idea di crescita esponenziale;
richiamò l’attenzione sulla gravità del problema demografico.
L’impostazione al problema ecologico data dai “limiti dello sviluppo” non è stata sostanzialmente contestata sul piano scientifico, ma è stata ignorata dal mondo ufficiale, incapace di arrestare una spinta che persiste da due o tre secoli.

La questione etica e il problema dei “diritti”

Una delle politiche dell’ecologia di superficie è quella di tenere isolate alcune aree naturali del Pianeta salvandole dall’invadenza del cosiddetto progresso. Tale pratica, pur non intaccando i fondamenti che causano il dramma ecologico, è da sostenere, perché è uno dei modi concreti per salvare specie ed ecosistemi altrimenti destinati all’estinzione: un giorno potranno forse riprendersi.
Spesso la finalità pubblicizzata per i Parchi è piuttosto antropocentrica, cioè essi verrebbero creati per il “godimento dell’uomo”, ma questo è l’unico modo – date le premesse della cultura dominante – perché tali Parchi possano essere accettati.
Se portiamo il problema in termini giuridici, nell’ecologia di superficie la natura va protetta perché è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si tratta di proprietà, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si può e si deve utilizzare o godere da parte di qualcuno o di tutti.
L’uomo è sempre al centro, è il riferimento di tutto, vivente o non vivente.
Gli ecosistemi, gli animali, le piante non sono soggetti morali né di diritto, ma hanno valore solo in funzione umana: l’animale o l’ecosistema sono evidentemente considerati “non coscienti” o “non senzienti”: non si capisce proprio quale sia la caratteristica che fa attribuire la qualifica di “soggetto morale” o “soggetto di diritto”. Se fosse qualunque forma di intelletto o di facoltà intelligente non si dovrebbero assegnare diritti a un pugno di cellule o a persone in coma.
La distinzione nasce da un pregiudizio. L’etica religiosa dell’Occidente non ha riservato alcuna attenzione ai non-umani, escludendoli da ogni considerazione morale e relegandoli, in quanto privi di anima, nella sfera dei mezzi al servizio dell’uomo. L’ascesa della filosofia dello scientismo tecnologico, che degrada tutto a oggetto, ha ulteriormente peggiorato l’atteggiamento collettivo.
Ogni movimento ecologista che derivi dalle istituzioni proprie delle religioni nate in Medio Oriente o da concezioni materialiste rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Queste concezioni ritengono che l’universale sia una specie di orologio che l’uomo può e deve modificare a suo vantaggio. La posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale.
Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi gli unici detentori di “spirito”. Nell’immaginario dell’Occidente, l’Universo è un’enorme, complicatissima Macchina smontabile, con l’optional del Grande Ingegnere.

L’ecologia profonda

Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria delle altre entità naturali.
Nell’ecologia profonda sono valori “in sé” la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative. I concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da far prelevare qualcosa e scaricare qualcos’altro, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione stazionaria e vitale dell’ecosistema.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico delle specie.
Nell’ecologia profonda non si tratta di “coniugare sviluppo e ambiente” ma di rendersi conto che la nostra cultura attuale è permeata da una contrapposizione con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti.
L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.

Etica e diritto nell’ecologia profonda

Gli studi di un’etica non limitata soltanto alla nostra specie e di una giurisprudenza che non veda gli umani come unici soggetti di diritto sono appena nascenti in questi ultimi anni, a parte isolate eccezioni di precursori.
Fra questi possiamo ricordare Aldo Leopold che nel suo Almanacco di un mondo semplice (Red, 1997) affermava che “una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità e la bellezza della comunità biotica nel suo complesso. Una cosa è sbagliata quando manifesta la tendenza contraria”. La concezione di Leopold è olistica, in quanto la Natura è intesa come un tutto, avente vita e valore propri.
Non c’è nulla che impedisca di essere soggetto morale e dotato di diritti non solo a un animale o a una pianta, ma anche a un fiume, a una montagna, a una palude.
Oggi sappiamo dall’etologia – ma anche dal senso comune – che certamente almeno gli animali provano piacere e dolore e hanno interessi preferenziali: insomma non esistono differenze rilevanti fra umani e altri animali. Quindi non ci sono ragioni plausibili per escluderli da considerazioni etiche.
Se sentiamo usare per elementi della Natura termini come anima, dignità, diritti, ambito morale, non dobbiamo pensare che si stia parlando in senso analogico o poetico, o che si tratti di accostamenti arditi.
“Lo spirito dell’albero, della montagna, del fiume” non sono analogie azzardate. L’ecologia profonda non è nata negli anni Settanta dalle idee di Arne Naess o da qualche movimento di minoranza di oggi. Da tremila anni in India, e da tempi ancora più lunghi in tante culture animiste, idee ben diverse da quelle che hanno poi foggiato la civiltà occidentale avevano avuto modo di diffondersi nella mente collettiva, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani: “Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”. In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.


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  • Dalla rivista "Consapevole" 14- trimestrale, gennaio-marzo 2008



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